Il terzo strazioLa sventura dell’elettore antipopulista alle Europee di giugno

I partiti dell’area Draghi si presenteranno divisi alle elezioni, a meno di miracoli che non arriveranno: ma siamo sicuri che abbia senso rischiare di sprecare il voto anziché premiare gli adulti superstiti dentro il Pd?

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Linkiesta ha smesso da tempo di suggerire ai partiti anti bipopulisti di mettersi insieme e di offrire un’alternativa liberal-democratica alle caricature della destra e della sinistra radicale che occupano lo spazio politico italiano.
Esausti, ci siamo arresi.

Nel 2021 e nel 2022, invece, ci eravamo spesi molto affinché Matteo Renzi e Carlo Calenda ed Emma Bonino costruissero una lista unitaria, poi una federazione, poi un partito repubblicano e atlantico, europeo e occidentale centrato sulla favolosa Agenda Draghi. Ci siamo andati vicini, la lista alle politiche 2022 del cosiddetto Terzo Polo s’è fatta con discreto successo, anche se senza PiùEuropa (che per contrappasso non ha superato lo sbarramento).

La strada per la nascita di un soggetto politico nuovo e forte a quel punto sembrava spianata, in particolare quando il Partito democratico ha deciso di abbandonare il passo riformista eleggendo come segretaria Elly Schlein, una giovane e vibrante donna non appartenente al Pd, una dirigente politica che addirittura avrebbe voluto occupare il Pd, cosa che poi effettivamente ha fatto anche grazie agli elettori dei Cinquestelle invitati a votare per lei alle primarie di un partito altrui.

Nonostante ciò, il progetto liberal-democratico ha ceduto strutturalmente, perché Renzi non voleva fare il partito unitario, perché Calenda a quel punto non ha voluto più fare la federazione e perché PiuEuropa già allora non si sapeva più che cosa fosse.

I miracoli potranno ancora accadere, ma non sarà questo il caso: il veto di Calenda a un’alleanza con Renzi è categorico, per quanto Calenda sia sempre categorico fino al momento in cui smette di esserlo; Renzi è pronto ad allearsi di nuovo con Calenda e altri, come se non fosse successo niente, ma non è esattamente il politico di cui gli altri si fidano ciecamente, e infatti intanto si prepara ad andare da solo al voto; l’ala grillina di PiùEuropa, definizione che già fa venire l’orticaria, vuole Calenda ma non Renzi, mentre l’ala di più tradizionale provenienza radicale prova ancora a far ragionare tutti, ma è probabile che a questo punto PiùEuropa avrà dei suoi candidati dentro le liste del Pd di Schlein, pronta a ripetere l’alleanza che così tanto ha fruttato nel 2022 (nel 1986, Emma Bonino andò a ballare in prima serata tv con Marco Pannella su Canale 5 per sensibilizzare sulla campagna di iscrizioni al Partito Radicale chiamata «o lo scegli o lo sciogli»; non scegliendo di fare una lista alle Europee, Bonino forse ha scelto di sciogliere PiùEuropa).

Ieri si è riunita alla Leopolda di Firenze la parte democratica di Renew Europe, l’alleanza liberal-democratica europea, e oggi toccherà a Renzi rilanciare e spiegare che cosa vorrà fare, sempre alla Leopolda. A meno di un improbabile rinsavimento generale di tutti i soggetti in campo, oggi l’ipotesi di una lista unitaria liberale e democratica alle Europee è pura fantascienza.

Sulla scheda elettorale avremo sia Azione sia Italia Viva, o comunque si chiameranno, magari anche il simbolo di Più Europa a meno che Bonino non si faccia ospitare dal Partito democratico, col rischio concreto che nessuno di loro superi lo sbarramento del quattro per cento e che nessuno dei boniniani superi con le preferenze i candidati delle liste Pd.

Che cosa dovrà fare, dunque, un elettore contrario al bipopulismo perfetto italiano il 9 giugno prossimo venturo? Una strada è quella di scegliere comunque Renzi o Calenda, chi dei due lo convince di più o che lo ha fatto imbestialire di meno, ma incrociando le dita e mettendo in conto la possibilità di sprecare il voto.

Un’altra strada è quella di dimostrare rumorosamente la disaffezione e la stanchezza per le liti adolescenziali e farsi prendere dalla tentazione di scegliere dentro il Pd, l’unico partito costituzionale degli ultimi vent’anni, quei candidati liberal occidentali come Giorgio Gori, Irene Tinagli, Pierfrancesco Maran al Nord e Pina Picierno al Sud.

Questi e altri esponenti del Pd politicamente hanno molto più in comune con Renzi e Calenda e Bonino che con Schlein, ma avendoci lavorato quando militavano tutti sotto lo stesso tetto sono anche consapevoli che è meglio tenersi alla larga dal rancore insensato dei duellanti della politica italiana.

La speranza è che dopo il voto europeo, vada bene o vada male per l’area liberal repubblicana, gli adulti della politica italiana si rimbocchino le maniche e si adoperino per costruire tutti insieme un’alternativa al bipopulismo e i rifugi antiatomici per scongiurare gli effetti di un eventuale arrivo di Donald Armageddon Trump.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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