Arcademy Il futuro della moda fa tappa a Trieste, sulle orme di Matthieu Blazy e Demna

Accademia, archivio e primo museo della moda contemporanea: anche quest’anno l’ITS Arcademy ha ospitato un contest per scovare le giovani promesse del fashion system. Dal progetto di Ju Bao (già arruolato da Dior) alla collezione nostalgica di Momoka Sato, passando per i vestiti scultorei dell’italiano Ivan Delogu: ecco com’è andata

I progetti di Ivan Delogu e Wanqi Guang (courtesy of ITS Arcademy)

A Trieste cresce il futuro della moda, da ormai più di vent’anni. Il merito è dell’ITS Contest, dove l’acronimo sta per International talent support, e si traduce in un concorso a premi dedito a ricercare e sostenere la creatività. Se in passato tra i partecipanti ci sono stati Demna, Matthieu Blazy, Chopowa Lowena, Nicolas Di Felice – oggi direttore creativo di Courrèges –, nel 2024 i giovani che si approcciano a ITS «trovano una casa, un porto sicuro dove poter raccontare se stessi», spiega Barbara Franchin, mente dietro al progetto. 

Un’iniziativa che si è arricchita negli anni di un archivio, che contiene tutti i progetti inviati dagli aspiranti partecipanti negli anni (alcuni assai eclettici, infilati in cubi di ghiaccio da far sciogliere o blocchi di cemento da scalpellare). Solo quest’anno sono arrivate 758 candidature. Un’eredità di creatività che dalla scorsa edizione ha trovato una sua casa fisica dalla metratura adeguata nella ITS Arcademy, dove il nome vuole suggerire la triplice funzione di accademia, archivio e primo museo della moda contemporanea in Italia. A livello numerico, al suo interno ci sono 14.758 portfolio, 1.089 abiti (provenienti dalle collezioni finaliste), 163 accessori, 118 gioielli e oltre 700 opere fotografiche. 

«I possibili futuri sono consegnati e conservati – prosegue Franchin – e l’attenzione è stata concentrata solo sui ragazzi, tanto che in questa occasione si è preferito devolvere i finanziamenti non in funzione di una sfilata, ma di una residenza, facendo arrivare i finalisti qui per una settimana nella quale si sono conosciuti, scoperti e riconosciuti come famiglia». A credere in questa tipologia atipica di mappatura del talento sono diversi brand e istituzioni, da Essilor Luxottica a Ferragamo, passando per Lotto e Fondazione Sozzani, che nel corso della serata del 22 marzo hanno incoronato i vincitori con premi dai cinquemila ai diecimila euro. 

A decidere, una giuria internazionale composta da figure di spicco del panorama di settore, tra i quali si trovano Sara Sozzani Maino, con una carriera interamente dedicata allo scouting dei talenti, Matteo Ward, fondatore di WRÅD, il direttore di “D” e vicedirettore di Repubblica Emanuele Farneti, Tom Eerebout, celebrity stylist che ha tra i suoi clienti Lady Gaga, Deanna Ferretti, icona della maglieria italiana che ha scoperto talenti come Kenzo e Martin Margiela, e Stefano Gallici, direttore creativo di Ann Demeulemeester. Ferretti, fondatrice del maglificio Miss Deanna poi acquistato da Giorgio Armani, ha fatto parte della giuria sin dalla sua prima edizione, divenendo testimone di un’evoluzione del modo nel quale si intende il mestiere di creativo. 

Ju Bao (courtesy of ITS Arcademy)

«Fare il giudice qui è un mestiere complesso – ironizza – perché siamo in molti con delle caratteristiche e degli approcci tremendamente diversi. I designer di certo sono cambiati, non so per quale motivo guardano più delle generazioni precedenti al passato, riportandolo al contemporaneo. Il taglio internazionale del progetto permette anche a noi di confrontarci con ragazzi che sono nati in Paesi dove non esistono classiche scuole di moda, e di conseguenza hanno una visione totalmente diversa da ciò a cui noi siamo abituati. Quelli di questa edizione hanno una progettualità di lungo periodo rispetto ai finalisti delle edizioni precedenti. A stupirmi personalmente è stato il progetto di Ju Bao (cinese classe 1997 che si è aggiudicato il premio speciale della giuria, ndr): lo avevo già adocchiato nelle pre-selezioni quando avevo visto il suo progetto che creava il denim usando però la maglia. L’ho fatto spesso in passato anche io con diversi filati, e volevo vedere i capi dal vivo: quando ho toccato il prodotto finale ho pensato che Ju Bao è contemporaneamente un architetto e un ingegnere». 

In effetti, il progetto di Ju Bao, che ha programmato i macchinari affinché ricreassero tutte le particolarità del denim su maglia, è assai rilevante, tanto che il giovane creativo è già arruolato nell’ufficio stile di Dior. A battere bandiera italiana è invece Ivan Delogu, sardo della Barbagia che ormai da diversi anni vive a Londra dove ha frequentato il Central Saint Martins, e si è aggiudicato con il suo progetto diversi premi (il Responsible creativity award della Camera nazionale della moda italiana e l’Artwork award di Swatch art peace hotel). Un progetto che ha utilizzato come texture di recupero le tende che in certi esercizi commerciali del sud Italia, botteghe alimentari e macellerie, si usavano per evitare agli insetti di entrare attraverso le porte aperte, trasformandole in vestiti scultorei, sinonimo di certi fenotipi femminili che hanno abitato la sua infanzia «in una società patriarcale dalle radici matricentriche», è lo stesso Delogu a sottolineare. 

Ivan Delogu, SWATCH ART PEACE HOTEL (photo by Massimo Gardone)

Ad aggiudicarsi il premio principale è stata Momoka Sato, giapponese classe 1994 con una collezione nostalgica che celebra la nonna portata via dal Covid. Ogni dettaglio dell’antenata, dalla sua competenza nella cerimonia del tè all’ikebana alla Sumi-e, la pittura con l’inchiostro, è incorporato negli abiti. Tra i giurati, Orsola de Castro ha spiegato: «Momoka ci ha mostrato che ogni filo, emotivo o fisico, può intrecciarsi per raccontare una storia, e che ogni storia ha un suo pattern e un suo dna, che fonde il passato il presente e il futuro. La sua collezione è intelligente, poetica, e una prodezza in termini di eccellenza e artigianalità. Se solo la moda fosse sempre così». 

A distinguersi, però, sono state anche le creazioni del giapponese Tomohiro Shibuki, vincitore del GO!25 Borderless Award powered by Regione FVG. Originario di Hokkaido, ha ricreato la magia della neve che ammanta spesso la sua città tramite l’uso del feltro e la tecnica dell’agugliatura. Infine, Clementine Baldo, francese nata nel 1998, ha portato in finale il progetto più spiccatamente femminista, con la corsetteria sinonimo della prigione femminile di fine ottocento destrutturata e rivoluzionata nel significato, e l’utilizzo dei guanti di lattice pressati a caldo come viatico per la creazione di silhouette che sembrano dipinte sul corpo. Ad apprezzarla è stato anche Stefano Gallici, giovanissimo direttore creativo di Ann Demeulemeester (è nato proprio in Friuli nel 1996). 

Tomohiro Shibuki (courtesy of ITS Arcademy)

«È stata la mia prima scelta, mi è piaciuto l’approccio alla capsule, e il modo in cui ha ricamato lo storytelling, una coerenza di volumi e forme, l’esplorazione di materiali è stata molto interessante e stimolante». Ognuno di questi abiti, che sia stato premiato o meno, sarà però esposto all’interno dell’ITS Arcademy nella mostra Born to create, visitabile anche dal pubblico esterno per tutto l’anno. A latere, si è sviluppata anche la seconda mostra dell’istituzione Le molte vite di un abito (fino al 6 gennaio 2025), co-curata da Olivier Saillard, ex direttore del Palais Galliera di Parigi e oggi presidente della Fondation Azzedine Alaia, e dal filosofo Emanuele Coccia, uno tra i pochi accademici di altissimo profilo che ha mostrato negli ultimi anni un sincero interesse per la moda come forma di arte contemporanea. 

«Il problema con l’idea erronea di moda come arte minore è una questione che ha a che fare con il sessismo», spiega Coccia. «Con la Grande Rinuncia dell’ultimo quarto del 1800 gli uomini furono invitati dal sistema della moda a non ostentare, e indicare attraverso il proprio abito la sola devozione alla produzione e alla ricchezza, nella serietà e nell’understatement. Un codice che esiste ancora oggi, in maniera diversa, che ha portato i maschi, o coloro che si riconoscono in quel genere, a credere di essere esteriori al mondo della moda, quando in realtà sono stati i primi fashion victim. In uno spazio dominato da uomini, anche nelle università, si è riprodotta inoltre questa illusione che la moda non sia un’arte rilevante, e ha inciso anche la mancanza di materiale di studio: i libri sono pochissimi, quelli fatti sulla moda informano o spiegano molto poco, c’è una carenza di discorso sulla materia. Se compari quello che si produce sulla moda o sulla pittura, capisci l’enorme differenza. La responsabilità è anche delle maison di moda che non hanno mai storicizzato il materiale a loro disposizione, anche per questa strana ossessione di essere copiati, con archivi impossibili da visitare per via di segreti industriali. Stanno iniziando a farlo solo adesso. Te la immagini una galleria che secreta i Picasso perché ha paura che li copino? Per me la moda è il cavallo di Troia attraverso il quale l’arte si inserisce nella vita, è la più grande tra le arti contemporanee perché la esercitiamo tutti, ogni giorno, a prescindere dal genere dall’orientamento, dal ceto o dal lavoro. E come tale va trattata», prosegue. 

Un’esperienza immersiva, quella di ITS, che a prescindere dalle sue declinazioni espositive rimane però un progetto che mette al centro i giovani talenti a cui fornisce opportunità e possibilità. A riconoscerlo è Gallici, secondo cui «questa tipologia di contest è linfa vitale per le nuove leve: possono entrare in contatto con loro coetanei o ricevere consigli da professionisti rinomati del settore, oltre ad avere l’opportunità poi di vincere. Ed è tanto più necessario in quanto la moda stessa oggi ha bisogno di una nuova classe di professionisti che mostrino al mondo il loro nome e i loro universi. E per la prima volta in quest’occasione ho visto dei ragazzi che, più che ambire ad una direzione creativa in una maison già nota, erano più interessati ad esprimere se stessi».

«Per quanto possa suonare stereotipato, quel sogno di potersi un giorno esprimere con la loro voce, che coltivavano nella solitudine delle loro camerette, devono continuare a rincorrerlo. Con tutta l’umiltà del caso, quando guardo al mio lavoro, l’obiettivo ultimo è evolversi come creativo: chi sarò, tra cinque anni? È questa la domanda che mi spinge a crescere, migliorarmi, e da loro coetaneo, sono convinto che sia la domanda che debbano farsi anche loro», conclude. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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