Redenzione?La prima intervista di Demna dopo il caso Balenciaga e la sua (sostanziale) marcia indietro

Colpito dall’attenzione negativa che le due campagne del brand hanno generato, lo stilista georgiano ha ammesso di aver cambiato approccio e di voler tornare a creare in atelier, perché è ciò che davvero lo renderebbe felice

Kim Kardashian (a sinistra) e Demna Geveslia al Met Gala 2021 (AP Photo/LaPresse)

C’è stato un momento, nella storia della moda, verso la fine del diciottesimo secolo, nel quale gli uomini scelsero di dismettere i capi più eclettici, colorati, meravigliosamente ondivaghi del loro guardaroba. La morale borghese, la pervicacia di certi dettami religiosi incancreniti dal tempo, una ridefinizione del maschile in senso peggiorativo e autocratico avevano infine vinto sulla libera espressione, sul rosa sfoggiato perché variante del rosso, sinonimo di potere, sui tacchi indossati per elevarsi rispetto agli altri (come si faceva nell’antico Egitto). 

Gli storici la definirono, molto dopo, “la grande rinuncia maschile”. Un fenomeno studiato di recente, e analizzato approfonditamente nella mostra Fashioning Masculinities, al Victoria & Albert Museum di Londra. Da qualche mese a questa parte, c’è però in atto, nel sistema modaiolo, una simile e altrettanto grande “rinuncia”, nel senso di rinuncia all’autorialità, alla capacità di immaginare il presente e il futuro, senza timore di scatenare reazioni contrastanti. 

A renderla plateale è stata l’intervista di qualche giorno fa, concessa a Vogue US da Demna (Gvasalia, direttore creativo di Balenciaga, che da qualche mese ha scelto di farsi chiamare solo per nome, per evitare confusioni con il brand Vetements, guidato ad oggi da suo fratello, Guram). Rimasto in silenzio dall’inizio di ottobre – ad eccezione di un comunicato stampa ufficiale, condiviso sul suo profilo Instagram, a dicembre – Demna ha quindi deciso di esporsi in un’intervista che eviscera i perché e i per come degli errori di comunicazione del brand, all’alba della prossima sfilata ready-to-wear, prevista per marzo. 

Una conversazione che sgrana il rosario tra pater noster e atti di dolore, prendendo consapevolezza di “errori di valutazione”, di un disallineamento momentaneo e però fatale con i valori non solo della propria community, ma anche del pubblico generalista, che a Balenciaga guardava da qualche anno come si guarda ad una bussola, nella speranza di individuare in quelle lancette la strada – e, in ultima istanza gli abiti – per il futuro.

L’intervista sembrava in fondo un atto necessario, anche a livello di comunicazione, per presentarsi al pubblico dopo essersi cosparso il capo di cenere, essersi purificato dai peccati, e aver abiurato, sostanzialmente, il percorso creativo compiuto sino ad oggi. «Ho sbagliato, «porgo le mie scuse a chiunque si sia sentito offeso», «abbiamo commesso un errore enorme e stupido», ripete spesso durante lo scambio di battute con il magazine. In alcuni momenti è doloroso percepire, a torto o ragione, l’umanità ferita di un creativo che ha cambiato, insieme a Michele e Virgil Abloh, il mondo della moda dal 2015 ad oggi. 

Suona ugualmente autentica e non votata ad una qualche necessità di spettacolarizzazione la ricerca dell’anonimato perseguita negli ultimi anni, nei quali si è presentato al Met, al fianco di Kim Kardashian, con il volto coperto. Saranno i social, sarà la celebrity culture – che Demna ha dovuto inglobare nel brand, dice, non di buon grado ma perché strumento necessario – ma l’attenzione ossessiva intorno ai creativi di oggi è un’espressione malata della necessità dei nostri tempi di voler osservare/categorizzare/giudicare tutto nel tempo di un like. 

Un approccio che ha il suo peso, soprattutto per chi, caratterialmente, è portato alla riservatezza e si trova di fronte alle telecamere senza provarne un narcisistico piacere: creare progetti mastodontici e in qualche modo, fatti per esser guardati, non vuol dire, per la teoria dei vasi comunicanti, essere obbligati a dare anche se stessi in pasto ai media, oltre che il frutto del proprio lavoro. «Coprirmi il viso significava non dovermi preoccupare di come apparivo nelle foto, su Internet o al Met», spiega Demna. 

«Non si trattava di nascondersi dietro una maschera, ma di rendere più facile affrontare l’attenzione del pubblico e la luce dei riflettori che chi fa il mio lavoro inevitabilmente attira. Per quanto mi riguarda, non ho mai cercato le luci della ribalta. È stato qualcosa cui ho dovuto abituarmi, per imparare a gestirlo da solo. Quando si ha una visione riguardo a un brand, quella visione ha un impatto, e la persona dietro di essa finisce sotto i riflettori, diventando, volente o nolente, parte della cultura della celebrità. È una componente del mio lavoro, ma non mi sento parte di essa».

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Uno stilista non è, insomma, una vedette dell’avanspettacolo – in linea di massima, e con le dovute eccezioni, à la John Galliano. Ed è giusto che, nel suo ruolo, Demna abbia cercato modi “creativi” per sfuggire a quel faro costantemente puntato su di lui: solo di fronte alla sua insofferenza in un ruolo pubblico verso il quale non è caratterialmente incline, si comprende ad oggi la scelta radicale e saggia di personaggi come Martin Margiela – da cui tra l’altro Demna ha lavorato – che per tutta la sua carriera, anche in una società pre-social, ha scelto di scomparire dietro il proprio lavoro, negando al pubblico il suo volto non per alimentare l’alone di mistero, ma per proteggersi dalla ferocia dell’attenzione mediatica, e non distrarre l’obiettivo dal suo lavoro. 

Meno comprensibili, oltre che fattualmente errate risultano invece certe affermazioni, sul genere «gli orsacchiotti non erano ispirati al BDSM ma alla cultura del punk». Impossibile pensare che Demna sia inconsapevole che la cultura del punk stessa, per sua ammissione, si vestiva di harness e choker per scatenare lo shock della cultura borghese, ispirandosi proprio al mondo del BDSM (acronimo di Bondage – dominazione – sottomissione- masochismo). Pensare che il riferimento alla controcultura del punk depotenzi la forza delle sue scelte (giuste o sbagliate che esse siano) è storicamente errato, visto che, appunto, il punk si rifà alla stessa matrice culturale del BDSM, pur usandone i topos stilistici solo come orpello decorativo e non, necessariamente, come strumenti di piacere da indossare in boudoir o dark room. 

A risultare però notevole è la sostanziale marcia indietro rispetto al suo ruolo come creativo. Pesantemente colpito dall’attenzione negativa che le due campagne di Balenciaga hanno generato, Demna ha ammesso di aver cambiato il suo approccio rispetto al brand, di voler tornare a creare in atelier – perché è ciò che davvero lo renderebbe felice – di essere poco interessato alla pop culture, che la centralità del suo mestiere rimane l’atto della creazione e che ad aver peggiorato la situazione c’è stato un sostanziale “malinteso” sul suo operato, percepito spesso come provocatorio 

«L’aspetto provocatorio del mio lavoro è stato spesso male interpretato e frainteso, e sento di non poterlo più applicare alle mie creazioni. Ho spesso usato una certa arguzia nel mio linguaggio di designer, e questo è stato spesso considerato provocatorio. Per me si trattava più che altro di divertirmi e di non prendere la moda troppo sul serio», spiega. 

Osservare il mondo attraverso la lente d’ingrandimento del proprio vissuto personale, che rende macroscopiche o microscopiche alcune precise aree del nostro animo e del nostro percorso, e restituircelo attraverso vestiti o show, è in fondo la cifra dei grandi visionari: una capacità di incapsulare lo spirito dei tempi che Demna ha condiviso con nomi come Alessandro Michele e Virgil Abloh, con le dovute differenze. Lo spirito di Abloh si muoveva su territori volutamente più giocosi, felicemente dadaista, e si caratterizzava per la sua attitudine ottimista, volta alla semplificazione delle complessità, con una capacità miracolosa, nonostante la malattia degli ultimi anni, di guardare al mondo con l’innocente entusiasmo di un bambino.

Con quello stesso entusiasmo decorava gli abiti da uomo con aeroplani di carta, e consegnava ai posteri il suo ormai memorabile inciso, «tutto ciò che faccio, lo faccio per il me stesso diciassettenne», compensando con una traboccante curiosità la mancanza di una formazione tecnica. Michele si è invece avventurato sul percorso difficoltoso ma condiviso e condivisibile delle battaglie sociali, dell’uguaglianza di genere, delle rivendicazioni identitarie (è della sfilata Twinsburg, l’ultima firmata da lui per Gucci, la maglia con la scritta Fuori, acronimo del Fronte unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, associazione attiva negli anni settanta). 

Sia Abloh che Michele si sono resi autori, in maniera diversa, di provocazioni allo status quo, di ironici scappellotti alla morale borghese o ai preconcetti incancreniti del vivere quotidiano. Demna ha parimenti raccontato la contemporaneità filtrandola attraverso il suo vissuto, quello di ragazzino degli anni Ottanta cresciuto quando ancora la Russia si chiamava Unione Sovietica, georgiano costretto a divenire esule, erede di un alfabeto estetico ricco di contraddizioni e povero di grandi speranze. 

Virgil Abloh, creatore di Off-White e direttore artistico di Louis Vuitton, morto nel novembre 2021 (AP Photo/LaPresse)

Un immaginario divenuto ancora più cupo, per ammissione dello stessa Demna, negli ultimi anni, complici gli eventi storici che, va detto, non spingono nessuno di noi a sganasciarsi dalle risate. Con il suo operato, consapevolmente o meno, ha tentato l’impossibile: il dialogo tra le maison, il lusso asserragliato nei propri privilegi e negli atelier, e il pop, inteso come popolare, la convergenza tra alto e basso. 

Se il tentativo era dichiaratamente irto di insidie, non ha fallito per incapacità sua o del pubblico, ma per via di un errore di valutazione, che nell’intervista non viene citato: l’affiliazione all’estremismo social(e) di Kanye West e della sua folta schiera di follower. Se la caduta degli dei della famiglia Von Essenbeck di viscontiana memoria inizia con un’innocua cena di famiglia a Oberhausen, quella di Balenciaga e Demna è iniziata poco prima delle due campagne oggetto dell’intervista, e nello specifico con la collaborazione creativa tra il direttore dello stile di Balenciaga e il discusso rapper, per la sfilata parigina di West, quella passata alla storia per le felpe White Lives Matter indossate dalla commentatrice politica Candace Owens. 

In quell’occasione Demna è stato uno dei pochi ad essere pienamente informato delle intenzioni della collezione di West, ma ha comunque partecipato all’evento. A seguito delle critiche, Demna scelse il “no comment”, aspettando che si placassero i tumulti social, ma quando solo un mese dopo furono condivise le immagini delle campagne ritenute “pietra dello scandalo” la sua immagine era già appannata, chiaroscurale. 

La joint venture di intenti Demna-West, guidata anche da una solida stima reciproca, ha portato Balenciaga nel cono d’interesse del seguito di Kanye West, una falange folta fatta di milioni di follower poco abituati al pensiero critico ma sfamati quotidianamente con teorie cospirazioniste. Quando, per necessità o per diletto, ci si abbina a nomi così pop, nel senso di popolari, ma anche così volubili, il rischio di vedere i propri “errori di valutazione” tramutati in una nuova puntata del Pizza Gate (la teoria dell’Alt right americana per la quale la sinistra dell’era Hillary Clinton era una setta dedita al traffico dei bambini, ndr) è molto più che una vaga possibilità. 

Questo non nega, comunque, la difficoltà dell’operazione nella quale si era imbarcato Demna con un Balenciaga che nuotava in apnea, sondando gli angoli più oscuri dell’animo umano: i social, con le loro semplificazioni estreme e condanne a mezzo di campagne di boicottaggio, rendono pressoché impossibile la condivisione di un messaggio stratificato, complesso. E, perché no, anche provocatorio. Nel 1970 Yves Saint Laurent realizzò una collezione (l’haute couture primavera-estate 1971) che fece alzare diverse sopracciglia, ma anche diversi giornalisti dalle loro sedie, abbandonando l’atelier indignati. 

La colpa imperdonabile di quegli abiti era il fatto che celebrassero con un certo livello di gioia gli anni Quaranta della guerra: il desiderio di Monsieur Saint Laurent, all’epoca, era sublimare una decade nella quale, nonostante la mancanza di tessuti e le privazioni della guerra, le donne inventarono qualunque stratagemma per non rinunciare all’ultimo brandello di femminilità che i tempi concedevano, come ad esempio disegnarsi con il pennarello le gambe, per regalare l’illusione di indossare dei collant. Celebrare un’epoca assimilata, nella memoria storica, ad una guerra ancora troppo vicina nel tempo, venne considerato gesto di cattivo gusto, e suscitò tremende recensioni nella stampa di settore. 

La cosa non turbò più di tanto monsieur Saint Laurent. «Cosa voglio fare?», disse all’epoca. “Shoccare le persone, costringerle a fermarsi, e pensare”. E la sua testardaggine lo ripagò. A dispetto dello scorno dei giornalisti sdegnati, la collezione, forse per il suo innegabile valore artistico, forse per il clamore che aveva suscitato – tanto da venir poi conosciuta come “La Collection du scandale” – fu un successo di vendite, e solo un anno dopo persino le penne più furenti vennero a più miti consigli, convenendo sul fatto che quella collezione era indubbiamente meritevole. Una storia a lieto fine che, probabilmente, ci fossero stati i social nel 1970, avrebbe avuto un epilogo diverso.

Oggi, con Virgil Abloh scomparso, Alessandro Michele non più direttore creativo di Gucci (al suo posto è arrivato Sabato De Sarno) e Demna che ha scelto di tornare negli atelier, si apre forse un’era nuova. Un’era nella quale i designer sono più sarti che autori. Se la rinuncia di Demna, come lui stesso ha detto, è l’allontanarsi da un modus operandi giocoso, volto a demistificare l’eccessiva seriosità con la quale la moda si tratta, ci scusi, avevamo capito male noi. Se invece la resa è più galileiana, val bene ricordare che la vita dello scienziato non migliorò dopo la rinuncia alle sue idee (tra l’altro giuste). E che la Chiesa ci mise più di trecento anni per ammettere, a bocca stretta, di essersi sbagliata. Chissà, se ci fossero stati i social allora, come sarebbe andata.

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