Tutela cosmicaLa nuova legge spaziale europea e i rischi potenziali per l’Italia

Potrebbe essere la riforma del secolo, quella che indica finalmente lo spazio come essenziale per i cittadini e per l’autonomia strategica dell’Ue. Ma è possibile che nell’iter di formazione della nuova normativa faccia solo gli interessi dei Paesi più forti dell’Unione

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Potrebbe essere la legge del secolo, quella che mette assieme tutte le esigenze e le specifiche dei ventisette Stati membri dell’Unione europea. Una legge comune in grado di affermare che il ruolo dello spazio è essenziale per i cittadini e per l’autonomia strategica dell’Europa, con le parti interessate – industrie, attori sociali e la società civile – concordi nell’esercizio di mappatura e raccomandazioni dell’intero quadro normativo.

In tutti i documenti pubblicati dalla Commissione che raffigurano lo scenario di una legge comune, si auspica una politica industriale coerente con le direttive dell’Unione e basata su piani di ricerca adeguati all’utilizzo interno e ai mercati di esportazione, ritenendo necessario un sostegno ambizioso e coerente alla ricerca e all’innovazione. Questo dispositivo di legge può diventare una pietra angolare della sostenibilità del settore spaziale e della sua capacità di rispondere alle esigenze delle politiche pubbliche di sicurezza e salvaguardia del territorio.

In questo contesto risulta ovvio, ma non scontato che qualsiasi strategia possa adottare l’Europa debba essere seguita da azioni concrete che si traducano in un budget mirato, con un calendario snello per l’attuazione delle azioni opportune e coordinate da tutti gli attori coinvolti nelle attività spaziali.

La questione è complessa perché un impianto di legge comune implica la responsabilità generale di ogni Stato per le attività nazionali realizzate – sia individualmente sia in progetti congiunti con altri soggetti – che siano attori istituzionali o imprese private. Da questo appare necessario che ogni Stato sovrano autorizzi e vigili le attività spaziali degli operatori, per danni causati da propri manufatti ad altri Stati o a loro persone fisiche o giuridiche. Questo in realtà è già normato dalla Liability Convention dell’Onu. Gli Stati devono recepire i dettami della legge internazionale, cosa che per esempio l’Italia non ha ancora fatto.

Ora l’Italia, in coerenza con l’art. 189 del Trattato di Lisbona, che peraltro prevede l’esclusione di qualsiasi armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri, ha necessità di dotarsi di una normativa nazionale. In questa direzione si è mosso il lavoro che nasce dalla collaborazione della Fondazione Leonardo-Civiltà delle Macchine con lo Space Economy Evolution Lab di Sda Bocconi School of Management e l’Università di Roma la Sapienza, scaturito anche da un accurato esame comparativo di oltre quaranta leggi delle principali nazioni spazializzate del mondo sulla disciplina dei rapporti tra Stato e operatori privati.

Il lavoro si basa sul presupposto che una legge spaziale nazionale debba favorire la coerenza, la prevedibilità e la certezza del diritto in una proposta normativa chiara e flessibile per gli operatori ma che sia anche in grado di adattarsi alle rapide evoluzioni in atto nel settore spaziale. Gli autori del testo, nella stesura hanno così puntato sull’equilibrio tra il sostegno allo sviluppo economico e la garanzia di attività spaziali sicure e sostenibili, tutelando come si conviene gli interessi dello Stato in materia di cooperazione internazionale, sicurezza e difesa nel mutuo rispetto delle attività spaziali degli altri Paesi ma con il divieto d’interferenze nocive.

Naturalmente, data la materia e la globalità dello scenario, la questione è complessa ed è centrata negli ambienti delle Nazioni Unite dove i lavori del Comitato sugli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico svoltisi sino a ora hanno prodotto quadri normativi che possono racchiudere il cuore dell’argomento. Ma da questo nasce inevitabilmente l’esigenza di strumenti giuridici da adattare in base alle esigenze specifiche dei singoli Paesi e a requisiti giuridici nazionali che dipendano dalla gamma di attività spaziali condotte dal settore privato.

Se arriverà prima una legge italiana calibrata su interessi e tutele nazionali o se prevarrà un dispositivo europeo che non scontenti nessuno lo vedremo nelle prossime settimane. Sarà utile però che prevalga in ogni caso la ragione e non una sbrigativa approvazione che prediliga gli interessi dei Paesi più forti dell’Unione, nell’indifferenza di chi, non comprendendone l’importanza, dia spazio a un comodo laisser tomber.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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