Non solo mojito Il lime, profumo esotico per una coltivazione anche italiana

Il surriscaldamento globale sta rendendo questo agrume un frutto facilmente coltivabile in regioni come Sicilia e Calabria, dove ne è stata riscoperta persino una varietà autoctona

Foto di Rajesh S Balouria su Pexels

Per molti è un limone con un tocco esotico, ma il lime, o limetta, ne è piuttosto un figlio ibrido, nato in Asia dall’incrocio tra l’albero del limone e quello del cedro. E nemmeno un figlio così somigliante: cambiano la forma, le dimensioni, il colore, l’aspetto della buccia, e soprattutto il gusto: più acidulo il limone, più amaro il lime, con una polpa succosa, priva di semi e profumata, e con una buccia sottile e ricca di olii essenziali che ne fanno un ingrediente perfetto per i cocktail.

Inoltre, è il solo della famiglia ad avere una natura decisamente tropicale: è l’unico agrume non coltivato nella zona del Mediterraneo, Egitto, Calabria e Sicilia esclusi. I suoi territori d’elezione sono l’America Latina e caraibica, dove fu portato dai portoghesi nel sedicesimo secolo, e il Sudest asiatico, in particolare la Malaysia e l’India, da cui veniva esportato verso il Regno Unito, in quanto creduto un rimedio equivalente al limone per la prevenzione dello scorbuto. Ancora oggi, una parte dei dock londinesi viene chiamata Limehouse, in ricordo di quell’epoca e dei magazzini dove veniva custodito. A differenza del limone, prodotto d’importazione, il lime si trovava in abbondanza nelle colonie del Raj.

Peccato che, benché ricchissimo di acido citrico e di vitamina A, contenga meno vitamina C del limone, e contro lo scorbuto non serva a molto. Battuta d’arresto per la medicina e le cure contro lo scorbuto, ma non per il lime, che ha proliferato, ha intrecciato nuove relazioni e oggi si trova in molteplici varietà, dalla limetta di Tahiti (Citrus latifolia) alla limetta dolce di Palestina (Citrus limettoides), al Blood lime o Australian blood lime, ibrido tra Citrus australasicae Ellendale Mandarin, realizzato dal Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) per studiarne l’adattamento a condizioni di elevata salinità.

La maggior parte dei lime, infatti, sono ibridi intragenerici, prodotti a partire dal cedro (Citrus medica), dal mandarino (Citrus reticulata), dal pomelo (Citrus maxima) e dalla combava (Citrus hystrix var. micrantha). Ma ci sono anche il limequat, un ibrido tra Citrus × aurantiifolia e kumquat, creato da Walter Tennyson Swingle nel 1909, e il Citrus × limonia, o limandarino o limetta rossa o limetta di Rangpur, un ibrido tra il mandarino e il limone.

In Italia il cambiamento climatico ne ha reso ottimali le condizioni per la coltivazione nei climi aridi e caldi della Sicilia e della Calabria e il lime ormai non è più un prodotto di importazione ma autenticamente made in Italy. Si può quindi serenamente apprezzarne tutte le numerose qualità, tenendo anche presente che è dietetico – solo 38 chilocalorie per100 grammi – e ricco di sali minerali e vitamine A, C ed E, quindi si può berne il succo a volontà con un buon effetto detossificante. Salvo che si soffra di gastrite, beninteso.

Per mitigarne il gusto aspro si può abbinare a un frutto dolce e altrettanto benefico come il mango, o preparare, con una macerazione di circa dodici ore, un’acqua aromatizzata con lime, salvia e ananas.

L’effetto detox non si applica necessariamente ad alcuni dei classici impieghi del lime per preparare caipirinhe, caipiroske, mojito e daiquiri o il guacamole.

Ma, anche se questi sono gli usi più comuni, non sono gli unici. Il lime sostituisce con vantaggio il limone per secondi piatti a base di pesce, frutti di mare, macedonie di frutta, e in combinazioni insolite come granchio tropicale in salsa di lime, pesce spada con mango e lime, spiedini di papaya, lime e code di gamberi.

Appartiene alla grande e composita famiglia dei lime anche un frutto di recente riscoperta, la lemoncetta locrese, un agrume antico, quasi scomparso, con una storia affascinante e grandi potenzialità. Si tratta di una varietà di lime dolce, originaria della Calabria, in particolare della zona jonico-reggina tra Locri e Siderno, riscoperta grazie a una ricerca condotta da un gruppo di studiosi italiani e inglesi che l’ha identificata con un altro agrume, noto a Napoli come limmo, usato fino a qualche decennio fa per la produzione di un liquore chiamato “Quattro agrumi”, insieme a limone, arancio e mandarino.

Una storia che risale al Settecento, quando il limmo era apprezzato dalle famiglie nobili per le sue proprietà aromatiche e digestive. Poi è iniziato un lungo e lento periodo di decadenza, a causa della scarsa resa produttiva e della competizione con varietà di lime più diffuse.

La lemoncetta locrese, invece, si è conservata grazie alla biodiversità del territorio calabrese, dove ha continuato a essere coltivata da piccoli agricoltori per uso domestico. È un agrume piccolo, ovale, con la buccia sottile e liscia, colore giallo-verde. La cosa più interessante è la polpa, succosa e dolce, che un basso contenuto di acido citrico e un’elevata concentrazione di flavonoidi rendono particolarmente aromatica. Perfetta per la produzione di liquori, marmellate, sciroppi, canditi, salse, bevande e integratori alimentari.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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