Noble ExperimentOrigini e sorti del proibizionismo nella miscelazione

Quali sono state le radici storiche e culturali di questo periodo e che tipo di immaginario ne ha ereditato il mondo dei bar

Foto di Laure Noverraz su Unsplash

Prosegue la nostra ricostruzione storico-sociale della nascita della miscelazione, dalle prime distillerie clandestine, alla scoperta di luoghi di ritrovo in cui bere concentrati alcolici forti e dalle ricettazioni ancora incerte.

Quando in tempi recentissimi si è assistito alle riaperture dei locali di somministrazione, dopo periodi epocali di chiusure forzate, non è stato infrequente vedere i social media riempirsi di riferimenti al momento storico asciutto per eccellenza: “Prohibition ends at last”, il titolo che andava per la maggiore sia post-pandemia che il 6 dicembre del 1933. Il giorno prima, infatti, era stato finalmente abolito il famigerato Diciottesimo Emendamento, mettendo un punto a quattordici anni di assoluta sobrietà negli Stati Uniti. O almeno, questo è quello a cui avevano mirato i brillanti legislatori americani, fallendo altrettanto brillantemente.

Il Proibizionismo (quello almeno più conosciuto di sempre, dato che il termine generico può riferirsi a qualsiasi messa al bando) venne infatti ratificato negli Stati Uniti nell’ottobre 1919 e varato il 16 gennaio 1920, sotto l’ombrello dell’ormai celebre Volstead Act, il cui nome deriva dal parlamentare congressista Andrew Volstead (1860-1943), principale promulgatore del provvedimento. Vietava la produzione, il commercio e l’importazione (possesso e consumo privato erano legali) di qualsiasi alcolico. Lo chiamarono Noble Experiment, esperimento nobile, supportato dai moti dei numerosi Temperance Parties, comitati per la morigeratezza, spesso guidati da mogli stanche di vedere i propri mariti e figli rientrare a casa ubriachi e violenti, oltre che sostenuto dalla convinzione di un Paese meno criminale, se sobrio. Larga parte del sostegno derivava anche da gruppi religiosi.

Bastarono quarantacinque minuti per capire che di noble ci sarebbe stato ben poco: un quarto d’ora prima dell’una del 16 gennaio 1920 si verificò il primo assalto a un convoglio che trasportava whisky, a opera di uno dei gruppi criminali che in quel periodo spuntarono come olive nei Martini. Il Proibizionismo fu infatti la miccia per l’esplosione dell’egemonia mafiosa sul contrabbando dei prodotti alcolici, e la principale scala d’accesso al gotha dei gangster per Al Capone, uomo solo al comando (o quasi) in tema: una delle scene più famose del film capolavoro “Untouchables” (1987) vede Kevin Costner/Eliot Ness irrompere con i suoi uomini in una distilleria clandestina ricollegabile a De Niro/Capone, appunto.

La produzione illegale di alcolici divenne una colonna del business criminale, con sistemi di distillazione spesso organizzati in radure o boschi, lontano dal clamore delle città e degli occhi della legge: i distillatori vennero definiti moonshiners, perché operavano, appunto, alla sola luce della luna. La città di Chicago (ma Detroit e New York non furono da meno) divenne teatro delle peggiori faide tra gang, che vedevano nel controllo del mercato nero degli alcolici un’occasione impossibile da lasciar perdere. La qualità delle referenze, va da sé, era ai limiti della bevibilità, considerando le tecnologie rudimentali impiegate (in quanto più leggere e meno ingombranti) e gli additivi chimici, e innumerevoli furono i casi di malattia o morte causate dall’eccessivo consumo di bevande scadenti.

Ciononostante, e paradossalmente, il mondo della miscelazione giovò, almeno culturalmente, del Proibizionismo. I suddetti alcolici scadenti venivano serviti, spessissimo mescolati tra loro e con altri ingredienti che ne mascherassero le lacune, come uova o panna, in locali appositi denominati speakeasy (parlare piano, per non farsi scoprire): se da principio si trattava di autentici buchi, sottoscala o retrobottega, in quel quindicennio si assistette a una vera e propria evoluzione. Per coprire le attività illecite (che coinvolgevano anche gioco d’azzardo e favoreggiamento della prostituzione), gli speakeasy iniziarono a proporre via via un tenore di offerta maggiore, dagli spettacoli di cabaret all’istituzione di un codice di abbigliamento. Caratteristiche (quelle legali, si intende) che tutt’oggi, guarda caso, si ritrovano in alcuni dei migliori locali del mondo.

Un discreto numero di bartender eccellenti abbandonò il proprio posto di lavoro e si trasferì (per fortuna) dove l’alcool era concesso: Harry Craddock approdò al Savoy di Londra, dal quale nel 1930 compilò uno dei libri che ancora oggi non possono mancare sugli scaffali di chiunque voglia essere oste. Eddie Woelke arrivò a Cuba, una delle mete preferite dagli americani che potevano permettersi crociere nei Caraibi con il solo scopo di bere per giorni (le cosiddette booze cruises): il limite oltre il quale gli alcolici tornavano a essere legali era di dodici miglia dalla costa statunitense (nei primi anni era di sole tre miglia). Henry Charles Ramos, creatore del Ramos Gin Fizz a New Orleans, chiuse bottega. Tutto questo permise quindi alle tecniche di miscelazione, alle ricette e alle abitudini americane di solcare gli oceani, e contaminare la cultura del bere (l’american bar) ovunque nel mondo.

La parabola del Proibizionismo si concluse il 5 dicembre del 1933, con il Blaine Act, conosciuto ovunque come Repeal, l’abrogazione. Fu una delle armi principali nella campagna politica del nuovo presidente Franklin D. Roosevelt, e paradossalmente vide tra i principali sostenitori le stesse donne che avevano perseguito il Volstead Act in primis. Venne infatti costituito il Wonpr, Women Organization for National Prohibition Reform, capeggiata da una delle più ruvide propagandiste della sobrietà quindici anni prima: Pauline Morton Sabin, che con enorme onestà intellettuale, nel corso della sua forse più celebre orazione in pubblicò, dichiarò: «Non vogliamo che i nostri ragazzi crescano nell’atmosfera degli speakeasy. Prima del proibizionismo i miei figli non avevano accesso all’alcol, ora lo trovano ovunque».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club