Pre mixologyCome e quando nascono i primi cocktail?

Dall’avvento del punch alla rivoluzione del freddo fino alla prima definizione del termine, proviamo a ripercorre un po’ di storia e qualche aneddoto

Il consumo di bevande alcoliche risale agli albori della civiltà. Le tracce riscoperte in tempi moderni fanno risalire birra e vino a più di cinquemila anni fa, ed è piuttosto noto come le culture già progredite per usi e costumi (Egizi, Greci, Romani) fossero già in grado di realizzarne più di una varietà. Oggi tuttavia quello che attira maggiormente la nostra attenzione è l’incredibile boom legato alla miscelazione, quindi alla combinazione di una serie differente di ingredienti alcolici (distillati, liquori, vini fortificati, amari, acquaviti) e analcolici (succhi di frutta fresca, cordiali, sciroppi, estratti, infusioni, tè, sodati) in ricette estremamente diverse per tecnica, colore, realizzazione, servizio. Quando nascono i primi cocktail e come venivano serviti? Questa è una storia decisamente più recente. L’antenato dei cocktail per eccellenza si ritiene essere il punch, termine che consolidate leggende associano alla traduzione di una parola hindu che significherebbe cinque. Tanti sono infatti gli ingredienti di cui un punch era composto: alcool, agrume, dolcificante, spezie e acqua o tè.

Il primo riferimento al punch appare in una corrispondenza tra due mercanti della East India Company, risalente al 1632 e rispolverata grazie all’incommensurabile lavoro di David Wondrich, nel suo “Punch: the Delight and Dangers of the Flowing Bowl”. A sei anni dopo risale invece la prima definizione (piuttosto rudimentale) di cosa fosse un punch: si ritrova nel diario di un avventuriero tedesco non esattamente nemico dell’alcool, John Albert de Mandelslo, che racconta di nativi che bevevano una mistura di «acquavite, acqua di rose, succo di cedro e zucchero». Strutturalmente, si tratta della base della miscelazione moderna.

Grazie alla Marina Imperiale Britannica, che per un buon paio di secoli letteralmente domina i mercati globali, il punch si diffonde nel mondo, battendo la concorrenza piuttosto agguerrita di vino e birra per un motivo quanto mai semplice: questi ultimi, nel corso dei lunghi viaggi in nave, andavano a male. Ai marinai veniva inoltre somministrato un punch rudimentale per combattere lo scorbuto grazie alla presenza di succo d’agrume: fu con propositi medicinali, d’altronde, che nacquero successivamente cocktail immortali come Gimlet e Gin&Tonic.

Il punch divenne anche un simbolo di potere non indifferente, perché realizzato con ingredienti provenienti da Paesi conquistati dall’Impero britannico, che non vedeva l’ora di mostrare le proprie razzie anche nel bicchiere.

La particolarità quasi identitaria del punch risiedeva nella sua modalità di servizio: gli ingredienti venivano uniti in grande quantità all’interno della celebre bowl, un grosso recipiente concavo, e ciascun consumatore poteva servirsi da sé tramite l’utilizzo di un apposito mestolo. Il Settecento, tempo di saloon, vide poi la prima, vera svolta nella storia del bar. Tra il 1731 e il 1776, in una locanda londinese chiamata London Coffee-House and Punch-House, l’oste James Ashley (il primo bartender star della storia, di fatto) cominciò a servire il punch singolarmente, permettendo agli ospiti di scegliere il proprio prodotto alcolico preferito. Il prototipo del servizio di oggi, con una differenza massiccia e a tratti incredibile: il punch era servito a temperatura ambiente.

La rivoluzione gelida
Sebbene oggi sia praticamente impossibile trovare un bar che non abbia una macchina del ghiaccio (e addirittura siano sempre più comuni cubetti e cubi di qualità eccellente), bere un cocktail freddo è infatti una goduria relativamente recente, se vista nell’ottica della storia contemporanea. Frederic Tudor è l’uomo che ha determinato un prima e un dopo: durante un pic-nic in famiglia, suo fratello William (peraltro illuminato uomo di lettere) gli fece balenare in testa l’idea di portare blocchi di ghiaccio in giro per ogni parte del mondo, prelevandoli dai laghi del natio Massachussets e trasportandoli via mare.

Era la metà dell’Ottocento, e per la verità le cose andarono tutt’altro che bene, all’inizio: la Tudor Ice Company si indebitò fino al limite per costituire una flotta di corvette che solcassero le onde fino all’India, ai Caraibi, addirittura Hong Kong. Ma durante i primi viaggi, il ghiaccio custodito nelle stive finiva per sciogliersi, e quello sopravvissuto faticava a essere venduto, perché mancava la domanda.

Il buon Frederic arrivò a farsi più di un giro nelle patrie galere per onorare i propri debiti, prima di affinare finalmente le tecniche e di conseguenza gli affari. Utilizzò riso e fieno per stoccare il ghiaccio ed evitarne lo scioglimento a bordo, ed esplose definitivamente quando un conterraneo di Boston, Nathaniel Jarvis Wyeth, nel 1825 inventò una sega a traino che permise a Tudor di tagliare e produrre in massa i blocchi. Nel 1845 Hong Kong fu raggiunta dalla gelida e brillante idea di Turdor, il resto è storia. E anche i cocktail ne giovarono.

L’arrivo della miscelazione contemporanea
Nella prima metà dell’Ottocento, qualcosa comincia a muoversi. Nel 1806, in un trafiletto del Balance and Columbian Repository, giornalino federatista di Hudson, nello stato di New York, si legge del cocktail come di una «una bevanda rinvigorente composta di qualsiasi distillato, zucchero, acqua e bitter». È la prima descrizione ufficiale del termine cocktail (non la prima apparizione, datata 1798, sulle pagine del Morning Post and Gazeteer di Londra). Il consumo di bevande miscelate, coadiuvato dal ghiaccio, è ormai in rampa di lancio, e la seconda metà del secolo vede la vera e propria evoluzione della miscelazione per come la intendiamo oggi.

I prodotti di qualità fanno sempre meno fatica a essere spediti e reperiti, la professionalità dei bartender aumenta in rispetto e considerazione, trainata da figure di spicco come Orasmus Willard, William Schimdt e soprattutto Jerry Thomas: a quest’ultimo, il Professore, si deve la pubblicazione del primo, vero manuale professionale per bartender, “How to Mix Drinks” del 1862. Ci si creda o meno, è un volume tutt’oggi ritenuto base fondante del lavoro di un bartender. Thomas arrivò a «guadagnare più del vicepresidente degli Stati Uniti», e le figure di osti talentuosi, al tempo stesso miscelatori e showmen, cominciarono a risalire la scala sociale.

Con l’avvento del Novecento, miscele e tecniche arrivarono a perfezionarsi, preparando il terreno per il periodo più duro, e paradossalmente più fruttuoso, per i bartender statunitensi, che all’epoca erano da considerarsi il top. Il Proibizionismo era infatti dietro l’angolo.

Immagine in evidenza di TheFewCocktails, le altre immagini sono estratte da “Manuale del vero Gaudente” di Jerry Thomas

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