(Per)forma mentisIl tenace successo lessicale di performance

È una storia lunga e complessa, ma etimologicamente e semanticamente fondata, quella che ha portato nel lessico italiano questo anglismo, con il corredo dei verbi, aggettivi e sostantivi connessi di cui non possiamo fare più a meno

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È sempre tempo di performance. Un anglismo che fa arricciare il naso ai puristi, ma che ci piace così tanto da averlo accolto nel nostro vocabolario. Così performante da aver generato un verbo che quasi ne eguaglia la frequenza dapprima un participio presente aggettivabile, poi anche gli altri modi verbali. Una storia di successo lessicale partita da un prestito non assimilato. Ma sarebbe stato possibile assimilarlo, o renderlo altrimenti nella nostra lingua?

Attestato nell’italiano scritto già alla fine dell’Ottocento (Simona Cresti, in una consulenza per l’Accademia della Crusca, cita la Piccola Enciclopedia Hoepli di Gottardo Garollo, 1892-1895), ovviamente avversato dal regime fascista, al pari degli altri forestierismi, il sostantivo performance ha via via conquistato nuovi spazi, e contemporaneamente ampliato il proprio spettro semantico. Così che oggi abbiamo la performance di un atleta (ma anche quella di chiunque abbia conseguito in qualche campo un risultato ragguardevole), la performance di un macchinario (tipicamente, di un’automobile), la performance di un titolo azionario in Borsa, la performance di un prodotto sul mercato, la performance di un attore o di un cantante o di un musicista, la performance quale espressione peculiare dell’arte contemporanea, come quelle di Marina Abramovich. C’è anche – ma qui ci addentriamo in un campo specialistico – la performance che nella grammatica generativo-trasformazionale di Noam Chomsky si distingue dalla competenza come l’uso concreto di una lingua rispetto alla sua conoscenza astratta.

A parte quest’ultima accezione – per la quale Giovanni Franceschi, traducendo Teoria e metodo nella sintassi del linguista romeno Sorin Stati (il Mulino, 1972), aveva proposto senza incontrare seguito il termine performanza – la parola in questione si potrebbe di volta in volta sostituire con prestazione, prova, rendimento, risultato, improvvisazione, esecuzione, o anche (ricadendo però nell’anglismo) happening. In più, nell’uso di performance si è depositata una tendenziale connotazione positiva, avvertibile soprattutto nel verbo performare, che è stato introdotto verso la fine del XX secolo come retroformazione da performance e che sta per “ottenere buoni risultati” o “un soddisfacente rendimento”, o “assicurare una buona prestazione”. Come si è prodotto questo ventaglio di significati?

Tanto il sostantivo quanto il verbo, nei vocabolari italiani, sono fatti risalire, attraverso la mediazione dell’inglese, al latino tardo performare. Che in sé, tuttavia, non autorizza nessuna delle accezioni correnti. Composto dal verbo formare con il prefisso rafforzativo per- che esprime un’idea di compimento, perfezionamento (come in perficio, per + facio, da cui il participio passato, e aggettivo, “perfetto”), il latino performare significa dare forma, conformare, modellare, costruire in modo compiuto. In questo senso lo usa, al passivo, Tertulliano nell’Apologeticum: «quanti enim ad malum performantur!» (I, 10), che si potrebbe tradurre liberamente «quanti infatti sono tagliati (modellati) per il male!». E così lo usa Cesare Cesariano nel 1521 nella prima traduzione in una lingua moderna del De architectura di Vitruvio «Aciò si sapia […] performare li ingeniosissimi e maximi orologi e tuto lo corpo de la mondiale e sferale machina».

In altri termini, nell’uso latino come in quello dell’italiano antico, performare ha il significato concreto di “dare forma a (costruire, produrre, eseguire)” qualche cosa. Lo stesso valore ha nell’inglese medio, intorno al 1300, il verbo to perform, che arriva dal francese antico parformer (par = per) e ha generato in un secondo tempo, e quindi con uno svolgimento inverso rispetto a quanto accaduto nell’italiano, il sostantivo performance (le prime attestazioni, secondo l’Oxford English Dictionary, intorno al 1487 negli scritti del poeta John Skelton). Fin dalle fasi iniziali, tuttavia, il verbo inglese sviluppa un secondo significato, che sta al primo come la praxis sta alla poiesis: “eseguire (dare forma a)” un’azione; un valore chiaro e consolidato nel sostantivo derivato, costruito con l’aggiunta del suffisso -ance (a sua volta di origine francese) che serve per formare nomi astratti di atto o processo. Da qui, ai primi del Seicento, il senso di “agire (come attore) su un palcoscenico”, “cantare o eseguire con uno strumento musicale”.

A questo valore “attivo” (non “produttivo”), pratico (non poietico), estraneo all’etimologia di performare, si giunge per l’interferenza di un diverso verbo presente nel francese antico, parfornir, dal protogermanico frumjan, avvicinabile per metatesi al latino forma, che rende un’idea di “movimento in avanti, avanzamento” e da cui sono derivati il francese fournir, ma anche l’inglese to furnish e il nostro fornire. A monte del senso corrente di “provvedere, equipaggiare”, questi verbi ne avevano però uno più generico, oggi abbandonato ma in passato assai produttivo; soprattutto in italiano, dai testi fiorentini del Duecento fino a Leopardi: ossia “portare a compimento, mettere in esecuzione (un’iniziativa, un’impresa, un’operazione)” (Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia).

Con una formula abbastanza ridicola, di moda nell’artefatto linguaggio elevato, si potrebbe anche dire “porre in essere”. E quindi (citiamo ancora dal Battaglia, che ne fornisce gli esempi a partire dal volgare per arrivare fino all’Ottocento) “adempire, eseguire un incarico, una mansione un ordine”, “mantenere una promessa, mandare a effetto un proposito”, “prendere una risoluzione, risolvere una questione”, “portare alla massima perfezione” e in senso figurato “sviluppare al massimo grado”: dove è già preannunciata in nuce quella sfumatura positiva, di buona riuscita, che oggi caratterizza l’uso più enfatico di performare e performance, e alla quale del resto già tendevano altre due parole derivate da frumjan, l’antico alto-tedesco fruma (guadagno, utilità) e l’antico inglese fremu (profitto, vantaggio).

È dunque una storia lunga e complessa, ma etimologicamente e semanticamente fondata, quella che ha portato nel lessico italiano la parola performance, con il corredo dei verbi, aggettivi e sostantivi connessi. È sicuramente bene non abusarne, ma bisogna riconoscere che non potremmo più fare a meno. A patto di pronunciarla come si deve, sia pure italianizzata. Non con la pseudo albioneggiante (spesso erronea) ritrazione dell’accento, ma come dicono oltremanica: “perfòrmans”.

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