La storia Per caso e per destino

Che sia caso o sia destino, la vita di Roberta Esposito è stata segnata dagli impasti e ora il suo progetto di pizzeria viaggia veloce, da Napoli verso nuovi orizzonti

«Quella del pizzaiolo è una professione ancora molto maschile. È un lavoro molto pesante a livello fisico, ma è difficile anche entrare in un progetto pizza al comando. Lo è stato per me, che ero all’interno del ristorante di famiglia, figuriamoci quanto può esserlo per una ragazza che decide di farlo dal nulla. È un settore ancora maschilista, inutile che racconti una bella storia solo per la voglia di indorare la pillola». Roberta Esposito è così, arriva subito al dunque, senza troppi fronzoli o giri di parole. Un po’ come è arrivata ai premi che contano, alle guide, alle classifiche che l’hanno posizionata tra i migliori al mondo. Eppure lei, quarant’anni, animo a metà strada tra il campano e il toscano, a fare questo lavoro ci è arrivata un po’ per caso e un po’ per destino.

Il destino l’ha segnato la sua famiglia, che più di venticinque anni fa decise per passione di aprire un ristorante ad Aversa. Il caso invece l’ha portata una sera a prendere le redini della pizzeria: «Io mi occupavo della sala e per necessità spesso sostituivo il pizzaiolo in carica, fino a quando poi mi sono trovata un sabato sera con il locale pieno e lui in preda a un attacco di panico: sono entrata in cucina e non ne sono più uscita». Quando si dice che la vita gioca a dadi, forse è questo che significa. In realtà Roberta ha sempre messo le mani in pasta. O meglio, al fuoco. Già a tredici anni dava una mano al locale, imparando per prima cosa a cuocerle le pizze, in un gioco dell’apprendimento al contrario, che poi le ha dato la capacità di addestrare gli impasti a sua immagine e somiglianza. 

Perché le pizze di Roberta Esposito sono così, come lei: riconoscibili. Proprio a partire dall’impasto, realizzato sempre con farine di tipo 1, per cercare di ritrovare croccantezza e corpo. «La tradizione secondo me è una cosa che si deve sempre conservare e curare. Però credo che ogni pizzaiolo poi debba scrivere il suo. Quel che va fatto secondo me è curare la tradizione, usando sempre prodotti di estrema qualità e rivisitando certe strade. Io, per esempio, ho rivisitato la capricciosa, che è una pizza classica napoletana». Ma come si fa a cavalcare nuove vie, mantenendo salde le origini e mettendo la propria faccia in primo piano? Secondo Roberta non ci sono molte soluzioni, se non quella di seguire la propria identità e territorialità: «Mi piace pensare che se un cliente mangia il mio prodotto può dire “è la pizza di Roberta”». Una pizza elegante e raffinata, come solo una donna sa fare quando si mette all’opera con acqua e farina. Una pizza che scavalca anche i confini nazionali.

Roberta Esposito è appena rientrata in Italia, dopo una collaborazione per un evento al resort Patina Maldives insieme al 1930 di Milano, cocktail bar tra i più noti a livello internazionale. «È stata una bella esperienza, che mi ha permesso di riflettere sulle nuove tendenze, soprattutto quelle che guardano all’estero e al futuro». Perché nel futuro di Roberta c’è tanto movimento: un nuovo progetto, insieme al fratello Alessio, chef a La Contrada, dove il vegetale sarà al centro e non sono escluse anche nuove sperimentazioni di impasti. In fondo, è proprio questo a guidare la creatività di questa pizzaiola vulcanica: la curiosità di guardare il mondo con gli occhi di chi ha voglia di imparare cose diverse e nuove, con la fame di chi non vuole fermarsi, ma ha la necessità dentro di correre sempre più forte. 

Questo articolo fa parte di “A Spicchi”, il progetto di Petra e Molino Quaglia. Qui il link per l’iscrizione alla newsletter mensile, da condividere con gli appassionati della pizza.

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