Nominati e candidatiL’ambiguità comunicativa dietro il sistema degli Spitzenkandidaten

Ursula von der Leyen ha annunciato la sua «seconda candidatura» a guida della Commissione europea. La prassi dell’indicazione di figure che guidino i partiti a seguito di una loro eventuale vittoria, nata per avvicinare gli elettori alle politiche di Bruxelles, è diventata un’arma a doppio taglio

AP/LaPresse

C’è una grande ambiguità, per non dire un’aperta incorrettezza, nel modo in cui i candidati alla presidenza della Commissione europea e diversi media raccontano la modalità con cui avverrà la loro (eventuale) elezione. Se è vero, infatti, che ogni gruppo politico europeo seleziona una figura da proporre per la nomina, è ancor più vero che queste indicazioni non sono vincolanti, e possono essere disattese durante le negoziazioni post-elettorali.

Il sistema degli Spitzenkandidaten, nato nel 2014, mirava infatti a riproporre a livello europeo dinamiche nazionali, con i partiti che indicano dei candidati alla guida del governo all’elettorato. Nel contesto europeo del tempo, e nelle intenzioni di Martin Schulz, socialista presidente del Parlamento Europeo dal 2014 al 2017 che di questo meccanismo è stato l’ideatore, il sistema doveva rendere più immediatamente riconoscibile agli elettori l’influenza del loro voto sulla Commissione e sulle politiche europee, e accompagnarsi a un sistema di liste elettorali transnazionali, superando i collegi nazionali.

Si trattava, insomma, di un lodevole e coraggioso tentativo di creare un sistema elettorale davvero europeo, inaugurando una prassi che, col tempo, avrebbe dovuto essere recepita anche nelle normative che regolano le elezioni. A oggi, la tradizione degli Spitzenkandidaten è rimasta, ma il progetto delle liste transnazionali ha subito un arresto, e non è detto che nella prossima legislatura le forze politiche favorevoli saranno la maggioranza.

In questa situazione, la scelta di chi presiede la Commissione europea somiglia moltissimo alla scelta della Presidenza del Consiglio che avviene in Italia: così come da noi le forze politiche propongono dei nomi alla guida del governo, a Bruxelles i gruppi politici europei scelgono dei candidati; così come da noi, però, è il Parlamento a eleggere il governo e non il corpo elettorale, anche a Bruxelles è il Parlamento Europeo a eleggere la Commissione; in entrambi i casi, ciò avviene sulla base dell’accordo trovato tra le forze politiche in grado di costituire una maggioranza.

I nomi proposti prima delle elezioni, dunque, non solo sono indicativi, ma addirittura possono divenire d’intralcio nella fase negoziale dopo le votazioni, quando ogni forza politica mira a convergere su un nome il più possibile condiviso, un profilo che non sempre si adatta a chi è visto come così di punta da essere nominato Spitzenkandidat.

È quello che è successo, del resto, nel 2019, quando il candidato dei popolari del Ppe, usciti prima forza politica in Parlamento, era Manfred Weber. La maggioranza formatasi ha poi trovato un accordo sul nome di Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione e oggi Spitzenkandidat del Ppe.

Per questo, quando ella annuncia la sua candidatura per un secondo mandato, ricordando per giunta «la prima volta che mi sono candidata nel 2019», non si può non sorridere notando come in realtà non si sia mai candidata, e anzi nel 2019 fosse una ministra tedesca di secondo piano, molto criticata in patria e quasi sconosciuta a livello europeo. Se la quadra si è trovata proprio su di lei è stato anche perché le altre forze politiche hanno visto come una chiara sconfitta, per il Ppe, la rinuncia a Weber in funzione di una persona con molta meno presa nel partito (al di là della crescita di von der Leyen negli anni seguenti).

Nonostante l’esperienza del 2019, tuttavia, il meccanismo degli Spitzenkandidaten non può definirsi (ancora) fallito: nel 2014, Jean-Claude Juncker fu eletto alla Commissione proprio da candidato del Ppe, e von der Leyen stessa potrebbe riuscire a riottenere la nomina. Inoltre, una forza politica che riuscisse a ottenere la maggioranza in Parlamento non dovrebbe trattare la nomina con nessuno: uno scenario improbabile in un sistema elettorale proporzionale come quello europeo, ma possibile.

Recentemente, Martin Schulz ha commentato la scelta del 2019 come «un errore», dato che la pratica degli Spitzenkandidaten era nata per «rafforzare la percezione che l’Europa è un sistema democratico» e niente viene deciso «dietro le quinte». In effetti, la scelta di proporre un nome e poi votarne un altro può però disaffezionare gli elettori al piano europeo, per quanto giustificata dalla contingenza post-elettorale e dalla necessità di arrivare a un accordo.

Ancora, le analogie con l’Italia sono evidenti: nonostante il capo del governo sia eletto dal Parlamento, l’abitudine di proporre dei candidati già prima delle elezioni ha generato in alcune parti dell’elettorato la sensazione di non essere ascoltati quando, poi, questi candidati vengono esclusi.

La responsabilità politica dietro la scelta di proporre uno Spitzenkandidat, quindi, è molto più pesante di quanto potrebbe sembrare; così come quella, eventuale, di abbandonare il nome scelto per giungere a un accordo. In ultima istanza, se l’obiettivo della nascita del sistema era creare un collegamento diretto tra elettorato e Commissione europea, il rischio adesso è di ottenere l’effetto opposto.

In questo, anche i media hanno una parte di responsabilità: se non si raccontano adeguatamente il meccanismo elettorale e le prassi negoziali europee, è facile alimentare poi la retorica che vede il voto per il Parlamento europeo come slegato dagli equilibri di potere della Commissione, e quindi dalle politiche che vengono varate.

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