Einaudi ve l’aveva dettoLa rovina del Superbonus non è solo economica, ma morale

La legge del governo Conte II si è rivelata uno dei più grandi disastri della storia finanziaria italiana. Ma non per motivi di calcolo: è la rappresentazione della politica del raggiro fin troppo praticata dalle nostre parti

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«Chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada; la quale non può che condurre se non al precipizio. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale». Da quanto scrisse Einaudi nel 1942 chi nei partiti e nelle istituzioni ne ha da pochi giorni festeggiato il centocinquantesimo dalla nascita dovrebbe trarre, più che insegnamento, quotidiana imputazione. Einaudi parla non a loro, ma di loro; parla del Superbonus 110%, su cui tutti i partiti del Governo Conte II e tutte le forze dell’opposizione di destra si sono divisi solo tra chi lo voleva e chi ne voleva di più, contendendosi poi il merito di averlo difeso dalle grinfie di Mario Draghi e di Daniele Franco, che intendevano rottamarlo quando aveva già fatto troppi danni, prima che ne facesse di ulteriori.

Adesso che il Superbonus si materializza per quello che è, uno dei più grandi disastri della storia finanziaria dello Stato e le stime del suo costo aumentano di miliardi e miliardi ogni settimana, il partito trasversale del Superbonus si è diviso in due sotto-partiti: quello dei negazionisti, e quello dei trasformisti, cioè quello di chi dice che sono sbagliati i conti di chi dice che i conti sono sbagliati e quello di chi dice di avere sempre detto che i conti erano sbagliati.

Ma il Superbonus non è stato affatto un errore di calcolo. È stato un vizio di coscienza, il prodotto di una disposizione morale ampiamente condivisa dalla classe politica italiana, e non da oggi: pensare che i problemi di domani non siano un problema di quelli di oggi e che il debito non sia un trasferimento di oneri, ma di responsabilità.

Il Superbonus è l’ultimo frutto dell’albero rigogliosissimo dell’azzardo e dell’impostura che ha determinato tanto il declino economico e civile dell’Italia, quanto lo strepitoso successo di tutti i fenomeni da baraccone, che promettevano di moltiplicare pani e pesci o di far piovere manna da cielo sull’Italia affamata e plaudente, contribuendo così ad affamarla, umiliarla, spingerla all’accattonaggio elettorale e procurarne il pervertimento etico-politico. Non è un giudizio moralistico, è al contrario una fotografia che proprio i numeri della scienza triste rendono impietosa.

Poiché il capitale sociale, cioè l’insieme delle risorse su cui ciascuno può contare nella relazione con gli altri per cercare la propria fortuna, è un’infrastruttura essenzialmente morale – di fiducia, cooperazione e riconoscimento reciproco di diritti e doveri – il rispetto della verità e il coraggio della giustizia costituisce il presupposto di qualunque efficienza e l’abitudine alla menzogna e all’inganno il viatico di qualunque rovina.

Un corrotto può fare fortuna, una società invece è tanto più povera quanto più è corrotta e quindi deprivata di meccanismi spontanei di sanzione sociale alla prevaricazione e al sopruso. Dove la corruzione è più diffusa, la competizione emulativa tra cittadini e gruppi non porta all’innovazione e al progresso, come dovrebbe succedere in un contesto morale non degenerato, ma al degrado e alla razzia.

Dove i voti si vendono, le coscienze si comprano. E poco importa che le transazioni della democrazia di scambio avvengano legalmente o illegalmente, cioè abbiamo come corrispettivo del servizio di voto una dazione privata o da una provvidenza pubblica. Non esiste, né è mai esistita una sola realtà in cui i voti si compravendono che non sia disgraziata e derelitta.

Non è casuale che i principali teorici dello stato e dell’economia liberale, cioè quei filosofi empiristi anglosassoni, che ebbero molto impatto sulla formazione di Einaudi, fossero anche degli acuti studiosi dei sentimenti morali e avessero un’idea della giustizia molto legata agli incentivi e alle retribuzioni del concreto comportamento umano, più che alle lugubri filosofie della storia reazionarie o rivoluzionarie.

Se, tornando ad Einaudi, alla fine tutti i problemi economici vanno ricondotti a problemi morali e spirituali, il Superbonus 110% può considerarsi il sintomo più mostruoso, ma anche più esemplare dell’esito esiziale della politica del raggiro: l’illusione dell’abolizione ope legis del principio di scarsità e della partenogenesi fiscale della ricchezza. Si arriva così dalla depredazione all’auto-depredazione, dall’inganno all’auto-inganno e dunque alla necessità di far pagare a qualcuno il costo del fallimento, che in Italia è in genere chi è costretto a dichiaralo, non chi l’ha determinato.

Chi crede di potere fare tutto, impara a credere che tutto sia possibile, ma così non è e la lezione dei fatti diventa anche una lezione morale.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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