Raggiro wannamarchicoIl talento di Rothko per i colori e l’estasi mistica del ceto medio complessato

L’arte contemporanea è buona solo per gli aspiranti intellettuali che prosperano nel secolo in cui i mestieri culturali sono a portata di analfabeta

AP/Lapresse

È quando compare l’italiano col cappellino che mi scatta lo spirito delle scale e capisco cos’avrei dovuto rispondere alla telefonata di V. La quale V. mi aveva chiamata due ore prima dicendo tu non me la conti giusta, cos’è questa storia che vai a vedere Rothko, tu queste cose da ceto medio complessato non le fai.

In effetti nel lungo elenco di cose che mi risparmio – il turismo semicolto, l’opera lirica, i musei, portare adolescenti nei luoghi di cultura – rientra perfettamente un’altra telefonata, di gennaio. Quella di P. che mi dice «Sto tornando da Parigi, sono andato in giornata a vedere Rothko, non sai che potenza».

Come siamo passati dalle cene in cui sbeffeggiavo P. come il più complessato e zelante dei medi riflessivi, a questa mattinata? Come sono arrivata in questa fila fuori dalla Fondazione Vuitton, questa fila immobile e malissimo organizzata (quando Guccini cantava che Bologna era «Parigi in minore» credo intendesse questo: hanno persino meno voglia di lavorare di noi)? Negli ultimi giorni prima che smontino la mostra, oltretutto: come mettersi ad ascoltare Bowie per la prima volta quando muore. Che ci faccio qui, io aspirante Chatwin dei medi riflessivi?

Ma poi compare quello col cappellino. Quaranta euro: lo so perché, mentre danno alle signore con bottiglietta d’acqua una busta in cui sigillarla (penseranno che sia un modo di proteggersi da Ultima Generazione? Se allunghi i tempi dovendo aprire la busta, la vigilanza fa in tempo ad accorgersi del tuo impeto teppista prima che innaffi il quadro?), mentre ci fanno passare da un metal detector che però non credo individui le eventuali buste di minestrone, io intanto vado su Codalunga a cercare il prezzo.

Codalunga è il sito di Nico Vascellari, quello che fa gli anagrammi che non serve appenderseli in casa, ti compri la maglietta, vai in giro col grafico che dimostra che «dream» diventa «merda», e subito sei uno coi consumi culturali giusti. Roba che i neon di Tracy Emin per cui eravamo disposte a svenarci a trent’anni erano Bernini in confronto.

Il cappellino costa 40 euro, e sopra c’è scritto «in dark times we must dream with open eyes». Bisognerà che qualcuno studi il momento in cui il bacioperuginismo dolente è passato da repertorio delle miss in gambissima che smaniano per apparire istruite a patrimonio culturale di quelli che non guarderebbero mai un concorso di bellezza – ma non oggi e non qui.

Il tizio col cappellino avrà settant’anni, è in fila come me e come quelli coi bambini in collo, quelli convinti che se portano in giro i figli fin da piccoli quelli poi da grandi saranno gente di mondo, più Peggy Guggenheim che Daniela Santanchè.

Il tizio è in fila per vedere i quadri di uno i cui quadri sembrano uno studio d’arredo interni per la palette degli scaffali Adelphi, sembrano quei pezzetti di stoffa che ti danno quando vai a comprare una fodera nuova per il divano Cini Boeri, ma il tizio tutto questo non lo sa, sa solo che si sta posizionando.

E ci tiene tantissimo – ci tengono tantissimo, lui e il suo cappellino da quaranta riflessivi euro – a farci sapere che per lui non è un’eccezione, per lui l’arte contemporanea è un brodo di coltura perpetuo. Ho tantissima nostalgia di quando i cappellini con la visiera e le scritte li mettevano i criminali che non volevano farsi beccare a fare le rapine dalle telecamere di sicurezza, o i rapper analfabeti, o chi quel giorno non aveva fatto in tempo a lavarsi i capelli.

L’allestimento della mostra è la solita dimostrazione che questo è il secolo delle opportunità, dove i mestieri culturali sono a portata di analfabeta, e i pannelli che decine (centinaia?) di migliaia di visitatori leggeranno ci spiegano che Rothko veniva esposto in uno spazio la solennità del quale era accresciuta da bla bla bla, e ce lo spiegano scrivendo «in a space *whose* solemnity is enhanced» – ma chissà, magari l’identità di genere dello spazio era umana.

Le frasette rothkiane bacioperuginiste che giganteggiano sulle pareti sono la risposta a tutte noi Anna Longhi che pensiamo che se uno fa delle strisce di colore è perché un disegno non lo sa fare, e la gioia di tutti quelli che pensano che la critica culturale sia ridondante: chi meglio dell’artista per spiegare l’opera?

«Appartengo a una generazione interessata alla figura umana, ma ritrarla non faceva parte dei miei bisogni. Chiunque la usasse la mutilava»; «La mia arte non è astratta: vive e respira»; «In ogni centimetro dei miei quadri è imprigionata la più sconcertante violenza».

Mark: so’ delle strisce di colore, so’ campionari di rivestimento tessile riprodotti con la pittura a olio, essù (questo nella parte anni Quaranta e Cinquanta, che è quella per cui è famoso; da giovane si sforzava di fare dei ghirigori, poi ha capito che chi glielo faceva fare di faticare). Uso del colore perfetto per l’arredo interni, per carità: gli accostamenti che non fanno scaffale Adelphi fanno venire in mente le migliori collezioni di Prada (chissà perché noialtre che sentiamo enunciare sciocchezze quali «il rosso e il rosa insieme no» obiettiamo citando sempre Miuccia e mai Mark). Ma un talento formidabile per l’accostamento dei colori è sufficiente a diventare un totem? A Piccioli non è bastato per tenersi il posto da Valentino, per dire.

Quando un’americana che ha appena finito di fissare il più Prada di tutti, un nero e giallo e verde e borgogna del 1949, si volta e dice a nessuno (o forse allo spazio espositivo, che abbiamo già stabilito essere umano e quindi interlocutore), in tono tra l’estasi mistica e la sindrome di Stendhal, «incredibly beautiful», sono tentata di chiederle se sappia quella storia di Hugh Grant che, ubriaco, va a un’asta di Sotheby’s, dà alla segretaria disposizione di comprargli quella Liz Taylor su sfondo azzurro, la paga due milioni di sterline, e sei anni dopo vende quella tela di Andy Warhol a tredici milioni.

Mi piace pensare che per sei anni neppure si sia incomodato ad appenderla. Chissà a chi l’ha rivenduta, chissà a quale ricco complessato le cui tende s’intonavano con l’azzurro. Chissà a quale aspirante intellettuale meno capace d’un attore d’evitare quel raggiro wannamarchico ma con velleità che è l’arte contemporanea.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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