Tartan loversLa nuova immagine del whisky

Nonostante il suo carattere complesso, il consumo e la ricettazione di questo distillato sono sempre più sdoganati

Foto di Max Hermansson su Unsplash

Da sempre considerato uno status symbol del raffinato gentleman moderno (probabilmente più dello Champagne), oggi il whisky scozzese sta andando incontro a un sostanziale ripensamento. Un anno fa i dati della Scotch Whisky Association (SWA) hanno rivelato che, per la prima volta nel 2022, le esportazioni globali di whisky scozzese hanno superato i sei miliardi di sterline (+ 37% rispetto alle entrate dell’anno precedente), grazie a una richiesta e a un consumo sempre più globale che vede protagonisti, accanto a Scozia, Irlanda, Stati Uniti e Francia, anche mercati emergenti come il Giappone, Taiwan e l’India (tanto che l’Asia-Pacifico ha superato l’Unione europea in qualità di più grande mercato regionale per il whisky). Dunque, seppur non manchino edizioni limitate e numerate (da 5000 a sole 62 bottiglie), per le quali esistono specifici vincoli di commercializzazione (per esempio in alcuni casi non è concessa la vendita di più di un esemplare per singolo acquirente), il whisky non è un piacere riservato a pochi benestanti, ma rappresenta ancora un bene accessibile per tutti gli appassionati.

Ne è un esempio il giovane sommelier Alessandro Scarsi, di Trattoria Contemporanea a Lomazzo, che interpreta il prezioso distillato all’interno di una serie di cocktail pensati come rivisitazione di alcuni classici vintage, da abbinare ai piatti di Davide Marzullo. Il risultato è un percorso che, tra cervello fritto e Whisky Sour o spiedino di cuore di vitello alla brace e Manhattan Concept, avvicina anche il pubblico giovane (e sempre più competente) al mondo dei distillati, coinvolgendolo nella storia fatta di materie prime, legno e tempo che ogni bottiglia racconta.

Irlanda e Scozia (dove l’orzo è stato per secoli il cereale più coltivato) si contendono da secoli la paternità di questo distillato, il cui nome in gaelico significa “acqua di vita”. Le prime pratiche della sua produzione si fanno tradizionalmente risalire a San Patrizio (protettore dell’Irlanda ma nato in Scozia) e la prima testimonianza scritta che fa riferimento al distillato risale al 1494. Si tratta di un documento del Registro dei Conti Scozzese con cui Re Giacomo IV affida al frate benedettino John Cor la prima commessa produttiva di aqua vitae da orzo.

Dunque dalla fusione tra l’antica pratica di distillazione e le pratiche agricole scozzesi sarebbe nato l’antenato del moderno whisky. Nel 1608 in Irlanda del Nord viene concessa la prima licenza per la produzione di Whiskey a una distilleria, la Bushmills Distillery, ma bisognerà attendere la fine del 1700 per ritrovare, in Scozia e in Irlanda, il whisky nella versione moderna, che ebbe una rapida diffusione grazie alle condizioni territoriali e ambientali ottimali per la sua produzione. Nel corso della storia successiva molti eventi (dalle guerre mondiali, al proibizionismo americano, fino alla guerra di indipendenza irlandese) hanno concorso a indirizzare in maniera altalenante le sorti di questo distillato.


In Scozia, in particolare, sono quattro le principali regioni in cui si elabora il whisky: le Highlands e le Isole, le Lowlands e lo Speyside. Ogni zona dà al suo whisky proprietà peculiari che lo differenziano da quello delle altre. Il whisky delle Highlands e delle Isole si distingue per il gusto affumicato che si ottiene affumicando il cereale prima di macinarlo. Quello delle Lowlands, invece, ha un gusto più secco e morbido, mentre quello di Speyside si distingue dagli altri due perché è più leggero e dolce.

La produzione del whisky inizia con la fermentazione dei cereali (o del malto d’orzo) e l’ottenimento di un liquido alcolico, che viene poi distillato. Ogni disciplinare ha i propri parametri di produzione perché il whisky venga considerato tale. Tra i requisiti del regolamento europeo ad esempio, si stabilisce che il whisky debba presentare una gradazione alcolica di almeno il 40% del volume totale è che il distillato esca dall’alambicco a una gradazione non superiore ai 94,8% vol. Per il Single Malt Scotch Whisky il disciplinare definisce anche la tipologia di alambicco, che deve essere pot still discontinuo. L’invecchiamento deve avvenire per almeno 3 anni in botti di legno di capacità pari o inferiore a 700 litri.

The Glenrothes, fondata a Rothes nel 1878, da più di 140 anni crea alcuni dei più noti blended Scotch Whisky (come Cutty Sark e The Famous Grouse) e alcuni Single Malt invecchiati, frutto di un’ossessione per la qualità e la raffinatezza, nonché del desiderio di mantenere la propria produzione esclusiva. Si tratta infatti di una delle poche distillerie al mondo che da sempre utilizza esclusivamente l’acqua proveniente da una fonte privata (che filtra attraverso strati di roccia vulcanica di milioni di anni e quindi risulta naturalmente morbida e priva di impurità).

Glenrothes invecchia per lo più in botti di rovere spagnolo o di quercia americana (provenienti da bodegas accuratamente selezionate) che hanno contenuto Sherry o Bourbon. L’interazione tra legno e distillato conferisce a quest’ultimo un colore naturalmente caldo e dorato e sentori di frutta matura, liquirizia, vaniglia e caramello, tabacco e cuoio.

Un prodotto complesso, con un grande storytelling dietro a ogni bottiglia e sul quale ancora c’è molto da raccontare, svelare, approfondire.

Courtesy immagine Daniel Vogel

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