Da Islay a Hokkaido Non è solo questione di torba

Il successo dei whisky giapponesi dipende non solo alla capacità di questo popolo di applicarsi nel raggiungimento dei migliori risultati possibili, in qualsiasi campo, ma anche ad alcuni elementi caratteristici della produzione come la purezza delle acque di alta quota e la particolarità dei legni utilizzati

Foto di Cottonbro Studio su Pexels

Meglio la purezza del malto o l’uso maniacale dei legni? Oppure, quanto vale una tradizione lunga secoli di fronte a una storia che proprio quest’anno compie il suo primo secolo di vita? Due domande che conducono inevitabilmente alla terza: Scozia o Giappone? In questo caso ci sono due sole risposte plausibili. La prima è farsi una ricerca, asettica e statistica, su chi ha vinto cosa. La seconda, invece, è trovarne una propria nel bicchiere. Quel che troverete in queste righe invece è l’intenzione di raccontare il perché di quest’ipotetica rivalità.

Il punto di partenza è lapidario. Senza le distillerie scozzesi non esisterebbero quelle giapponesi. Secondo gli almanacchi, infatti, nel 1920 Masataka Taketsuru, rampollo di una famiglia produttrice di sakè, tornò da Glasgow dopo gli studi universitari (in chimica) e dopo aver lavorato in alcune delle più famose distillerie della Scozia. Tre anni dopo, insieme a Shinjiro Torii, farmacista noto per l’importazione di liquori dall’occidente, fondò la distilleria Yamazaki (oggi Suntory). E la storia ebbe inizio, almeno ufficialmente.

Il non certo invece affonda fino al 1870, anche se la prima vera testimonianza arriva nel 1918, quando a Hokadate i soldati dell’American Expeditionary Force Siberia, contingente americano che combatté a Vladivostock la rivoluzione russa, assaggiarono un distillato del tutto simile al whisky scozzese.

Ora, a chi appartenga la primigenia poco importa, piuttosto è fondamentale determinare il grado di parentela, visto che non è solo la ricetta a essere identica, perché nella maggior parte delle bottiglie del Sol Levante c’è malto scozzese. Da qui la quarta domanda: perché scomodarsi con un prodotto di Hokkaido quando c’è Islay? Risposta: per lo stesso motivo che spinge a bere Bolgheri quando c’è Bordeaux, cioè per quell’insieme di meraviglie chiamate dettagli.

Una delle più importanti, per il Giappone, è che la maggior parte delle distillerie si trovano in montagna, con il vantaggio di avere un’acqua purissima che, grazie all’alta quota, ha un punto di ebollizione più basso, il che impedisce la perdita degli aromi più delicati. Non solo, perché anche l’uso dei lieviti, che in Estremo Oriente è influenzato dalla tradizione del sake, gioca un ruolo importante, al pari delle intenzioni.

Sì perché mentre in Scozia il single malt è quasi una religione, in Giappone si guarda con più interesse ai blend. E ancora, mentre nelle Ebridi la torba è elemento dominante, in Estremo Oriente ci si dedica a un palato più delicato. Per farlo l’uso del legno è fondamentale. Rovere europeo e americano sono il punto di partenza comune, ma dalle parti di Tokyo per il fine invecchiamento usano anche il cedro giapponese o la carissima Mizunara, una quercia giapponese che ha bisogno di due secoli prima di essere tagliata. Dettaglio che, discutibilmente, consente ai produttori giapponesi di importare whisky sfuso dagli Stati Uniti e, soprattutto, dalla Scozia.

Scritto ciò, non è qui che si scoprirà quale tra le due scuole sia la migliore, certo è che l’egemonia scozzese è dal 2001 che deve fare i conti con il nuovo arrivato, cioè da quando Whisky Magazine assegnò il premio Best of the Best allo Yoichi 15 years old Sherry Cask. Un trampolino quasi inaspettato per un sistema produttivo che nell’impero di Naruhito conta solo una decina di attori. Motivo per il quale, visto il successo dell’ultimo ventennio, di whisky giapponesi invecchiati non ce ne sono in giro molti.

È per questo che la notizia dell’arrivo di millecinquecento bottiglie di quello che è considerato il più antico single malt nipponico, uno Shirakawa del 1958, ha mosso gli appassionati. Salvo poi scoprire che per ogni bottiglia servono venticinquemila sterline. Ma tant’è, le bottiglie sono poche e la distilleria, che apparteneva alla scozzese Tomatin, che a sua volta appartiene alla giapponese Takara Shuzo, è stata chiusa nel 2003.

Shirakawa 1958

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