
Cresce di ora in ora la tensione in Israele, dopo gli alert lanciati dall’Intelligence sul rischio sempre più concreto di un attacco iraniano come ritorsione per Gaza. La diplomazia non ha perso tempo nel cercare in tutti i modi di sostenere gli Stati Uniti nell’opera di dissuasione dell’Iran. Le ultime sono state ore di consultazioni e dichiarazioni concertate tra Washington e Tel Aviv.
L’obiettivo è rassicurare Israele sugli scenari peggiori che possono minare la sicurezza dello stato ebraico ma anche prevenire l’allargamento di una diffusa guerra regionale. I funzionari statunitensi credono che nei prossimi giorni sia possibile un attacco diretto con missili o droni come rappresaglia per il bombardamento israeliano della sede consolare iraniana a Damasco, che ha ucciso un alto generale delle Guardie rivoluzionarie islamiche e altri sei importanti ufficiali. .
Per Israele è essenziale poter fare affidamento sulle armi fornite dagli Stati Uniti, e Benjamin Netanyahu lo ha detto ieri senza mezzi termini alla stampa, durante la visita nella base aerea di Tel Nof, davanti ai caccia F-15. Definitiva anche la chiosa del suo intervento: «Faremo male a chi ci fa del male, e siamo pronti ad affrontare attacchi allo Stato di Israele a scopo difensivo, ma anche reattivo se necessario».
Tuttavia oggi è parso ancora più chiaro agli osservatori che la solidarietà e il sostegno espresso a Israele da parte di Joe Biden e del segretario di Stato, Antony Blinken, potrebbero non essere abbastanza come deterrente per Teheran. Però è altrettanto chiaro che un attacco segnerebbe l’escalation di un conflitto finora combattuto per procura, con attacchi in paesi terzi, come il Libano e la Siria.
Ore al telefono per Blinken, che ha consultato cinesi, turchi, sauditi ed europei. Secondo il portavoce americano Matthew Miller, il Segretario ha insistito molto nel ribadire «che un’escalation non è interesse di nessuno e che quindi i leader dell’area dovrebbero sfruttare la loro influenza per calmare l’Iran».
Il clima di fuoco non impedisce però ai diplomatici di formulare scenari diversi da quelli più estremi. Se l’Iran colpirà direttamente Israele, è probabile che gli Stati Uniti spingano per una risposta cauta di Tel Aviv. Ma molto dipenderà dalla portata e dalle conseguenze dell’attacco. Se lo scudo delle forze israeliane intercetterà missili o droni iraniani, o se questi cadranno ma senza fare troppi danni, l’amministrazione Biden farà appello al governo di Netanyahu affinché non sia avventato. Se invece ci saranno perdite israeliane sul suolo israeliano o in qualsiasi istituzione israeliana all’estero, Israele opterà per una risposta forte.
In vista di queste ipotesi il capo del Comando centrale degli Stati Uniti, il generale Michael E. Kurilla, è appena volato in Israele per coordinare la risposta strategica migliore all’azione iraniana. Per Biden, l’innalzarsi della tensione con l’Iran e i suoi satelliti armati ai confini, significa anche resistere alle pressioni di molti membri del suo partito che vorrebero convincerlo a limitare le forniture di armi a Israele per il comportamento a Gaza.
E il cessate il fuoco? Altro scenario che sarà influenzato da un eventuale attacco iraniano, con gli ostaggi ancora più in pericolo. Perché, si chiedono i diplomatici americani, Hamas dovrebbe accettare un compromesso quando c’è una potenza militare che si sta attivando per sostenere la causa?.
Finora l’unica notizia vagamente rassicurante è arrivata dal ministro iraniano Amir-Abdollahian che ha fatto sapere a Washington tramite l’agenzia Reuters che il suo paese non agirà frettolosamente, ma risponderà a Israele in modo da evitare l’escalation. A parole tutti stanno invitando alla moderazione, perfino Putin. A parole, però.