Quesiti linguisticiPerché «andiamo in tilt»? Risponde l’Accademia della Crusca

È entrato nell’italiano quando, negli anni Cinquanta, si è diffuso il flipper anche nel nostro Paese. In caso di comportamenti scorretti del giocatore, come inclinare o scuotere violentemente la macchina, il circuito elettrico si arresta e il gioco si blocca automaticamente emettendo un suono e un segnale luminoso

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

La locuzione andare/essere in tilt (meno comunemente fare tilt) è registrata da tutti i dizionari (tra quelli consultati: Devoto-Oli online, Zingarelli 2024, Vocabolario Treccani online, Sabatini-Coletti 2022, GRADIT, GDLI e i dizionari dei modi di dire pubblicati da Hoepli e Zanichelli). Si tratta di un modo di dire abbastanza recente e piuttosto comune che, riferito a sistemi e circuiti elettrici o elettronici, significa propriamente ‘cessare di funzionare, subire un guasto’ (cfr. Vocabolario Treccani online, s.v. tilt) e dunque andare o essere “in blocco, fuori uso: i semafori sono andati in tilt dopo il temporale” (GRADIT). In senso figurato e riferito specialmente a persone, andare in tilt significa trovarsi ‘in uno stato di confusione mentale spec. per stanchezza o emozione’ (cfr. GRADIT) e dunque essere in tilt vuol dire “perdere il controllo, la lucidità, bloccarsi, esaurire le proprie energie: il cervello gli è andato in t.; durante l’esame all’improvviso ha fatto t. e non ha aperto più bocca; è inutile far continuare la gara, ormai il concorrente è in tilt” (Vocabolario Treccani online). Non solamente circuiti e persone vanno in tilt: ad esempio, un’espressione molto comune, frequente specialmente nei media, è traffico in tilt (su Google sono 543.000 risultati in italiano al 24/10/2023), ma non di rado possono essere in tilt ospedali, aeroporti, mercati azionari ecc. Il GDLI (s.v. tilt) riporta un esempio letterario del 1992:

La tecnologia è tendenzialmente democratica perché promette a tutti le stesse prestazioni, ma funziona solo se la usano solo i ricchi. Quando la usano anche i poveri, va in tilt. (Umberto Eco, Secondo diario minimo, Milano, Bompiani, 1992, p. 126)

Per ricostruire l’origine del modo di dire, su cui tutti i dizionari sono concordi, occorre partire dal sostantivo inglese tilt, attestato in italiano dal 1959 (cfr. GRADIT, Zingarelli, Devoto-Oli), proprio all’interno della nostra locuzione (D’Achille 2012, p. 89). In inglese tilt significa propriamente ‘colpo, inclinazione’, ed è entrato nel nostro lessico quando, negli anni Cinquanta, si è diffuso anche in Italia il gioco del flipper − il cui nome originario, dagli Stati Uniti, è pinball (flipper sarebbe invece il nome della piccola leva, o “aletta”, che spinge la pallina) – una specie di biliardino elettrico in cui l’obiettivo è ritardare il più possibile che le palline d’acciaio (in tutto cinque) vadano a finire in buca (e siano dunque perse), spingendole con le alette contro il maggior numero possibile di sensori per accumulare punti (e avere quindi diritto a usufruire di altre palline). In caso di comportamenti scorretti del giocatore, come inclinare o scuotere violentemente il flipper così da fermare la biglia sopra un sensore e guadagnare più punti, il circuito elettrico si arresta e il gioco si blocca automaticamente emettendo un suono e un segnale luminoso: il giocatore perde la partita e tutti i punti guadagnati fino a quel momento. Questo è infatti il significato in italiano di tilt, registrato dai dizionari: “segnale del flipper che indica l’interruzione della partita in seguito a un colpo troppo forte dato al flipper; estens., interruzione improvvisa di un circuito elettrico con conseguente blocco del meccanismo a esso connesso” (GRADIT). Dal significato estensivo si è arrivati al modo di dire andare in tilt. Come fa notare anche Licia Corbolante nel blog “Terminologia etc.”, si assiste a uno slittamento di significato dall’inglese all’italiano: se nella lingua d’origine tilt indica la causa, lo scuotere o l’inclinare il flipper, nell’uso italiano il riferimento è all’effetto che provoca, cioè l’arresto improvviso, il blocco del sistema, e così andare/essere in tilt vale ‘andare fuori uso, in arresto, bloccarsi’.

Concludiamo segnalando la presenza nel lessico italiano di tiltare ‘andare in tilt’, verbo gergale di recente diffusione, derivato da tilt con l’aggiunta del suffisso -are della prima coniugazione, e nato all’interno del gergo del poker. Si rintraccia nella stampa una prima attestazione risalente al 2010, in un virgolettato attribuito al giocatore di poker professionista Dario Minieri:

“Il cash – spiega – è un ramo del poker che richiede al giocatore la capacità di stare sempre sereno e non ‘tiltare’”. (Claudio Zecchin, Cash game, ok dalla Ue. Un mercato da 3,5 miliardi, “la Repubblica”, sez. Sport, 11/10/2010)

In realtà, una precedente comparsa in italiano del verbo tiltare è registrata dal repertorio Neologismi quotidiani: un dizionario a cavallo del millennio 1998-2003. Qui il verbo ha tuttavia un diverso significato rispetto a quello derivato dal poker, e cioè ‘piegare, inclinare, facendo oscillare e scuotendo lievemente’; la diffusione di tale accezione si deve, come suggeriscono gli autori del volume, alla Banca centrale europea, che, in occasione dell’entrata in vigore dell’euro, ha lanciato lo slogan “Touch, look and tilt” per invitare a verificare l’autenticità delle banconote; l’esempio d’uso riportato nel volume ci racconta qualcosa in più:

Il comunicato stampa in italiano della Bce suggerisce di «muovere» la banconota per ottenere il prodigioso effetto. Era meglio che lasciasse «tiltare», sarebbe stato più chiaro. «Tilt» non vuol dire «muovere», bensì tutta una serie di cose fra le quali la migliore è «piegare» […]; anche «oscillare» fa onore all’idea. […] In Italia, alcuni hanno scelto inclinare, che è giusto ma non basta. Altri hanno cercato con scuotere e sventolare, anche «farla sussultare». […] In generale per nessuno, tranne che gli inglesi, la traduzione è stata facile. (Stampa, 7 settembre 2001, p. 28, Società e Cultura)

L’assenza di occorrenze recenti di tiltare nell’accezione appena vista suggerisce che si tratti di un occasionalismo legato ai fatti avvenuti nei primi anni Duemila e descritti nell’esempio d’uso.

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