Non è più tempo di adattarsiDobbiamo ridisegnare il futuro e la convivenza con l’IA

In questo 2024 si rileveranno i primi veri impatti delle nuove tecnologie sull’occupazione. E non possiamo farci trovare impreparati davanti a una sfida che è anche un’opportunità di risanare la spaccatura tra le persone, l’ambiente e la tecnologia

AP/Lapresse

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L’instabilità geopolitica ha reso lo scenario economico più complesso, specialmente per i Paesi europei, in un contesto in cui città e luoghi di lavoro, dopo l’esperienza del distanziamento della pandemia del 2020-21, erano già stati messi alla prova da fenomeni di disgregazione dei rapporti sociali. L’ansia che questo produce rischia di acuire una prima “rottura” fondamentale, tra la persona e la sua dimensione di socialità, ossia le relazioni tra individui e organizzazioni. Una rottura che si aggiunge a quella del rapporto tra persone e natura già critico per gli effetti del cambiamento climatico e che ora si complica per la fragilità dell’accesso alle risorse energetiche, finora date per scontate, come conseguenza degli scenari geopolitici. Infine, una terza frattura è apparsa nel 2023, quella tra persone e macchine, provocata dalla diffusione dell’Intelligenza Artificiale generativa.

Quest’ultima rottura, forse la più incerta e inquietante, esploderà in questo 2024, il primo anno in cui, secondo le previsioni di EY, ManpowerGroup e Sanoma Italia (contenute nello studio intitolato Il futuro delle competenze nell’era dell’Intelligenza Artificiale), comincerà a essere osservabile in maniera statisticamente significativa l’effetto sul mercato del lavoro dell’integrazione diffusa dell’I.A. nei processi produttivi.

L’I.A. avrà un impatto cruciale sulla domanda di lavoro. In Italia, tale domanda cambierà in modo significativo per circa l’ottanta per cento dei settecentonovantatré profili professionali indagati. Per più del settantacinque per cento delle professioni tecniche si renderanno necessari degli investimenti per anticipare e gestire i cambiamenti attesi. Maggiori opportunità occupazionali si concentreranno nelle professioni con qualifiche tecniche di alto livello, mentre quelle a più bassa qualifica saranno caratterizzate da rischi di potenziale esclusione dal mercato del lavoro.

La crescita di domanda di lavoro riguarderà professioni – legate specialmente ai settori della comunicazione, delle ICT, della sicurezza informatica e dell’analisi dei dati – che occupano attualmente circa il venti-trenta per cento di lavoratori, evidenziando il forte rischio che una parte della domanda rimanga insoddisfatta. Al polo opposto, la domanda si prevede in decrescita per le professioni che impiegano attualmente il sessanta per cento dei lavoratori, con crescenti bisogni di upskilling e reskilling e necessità di ripensamento dei sistemi di welfare. Gli stessi fenomeni impatteranno sull’Europa e sul resto del mondo.

È ancora più rilevante comprendere che l’I.A. generativa è una tecnologia di “ultimo miglio” che rende più fruibili le altre tecnologie legate ai dati. Secondo le stime della Commissione europea, il valore creato dalla data economy passerà dal 3,9 per cento del Pil dell’Ue nel 2022 fino al 6,7 per cento nel 2030. Per l’Italia e per l’Europa sarebbe sbagliato rimanere alla finestra: l’ottantacinque per cento delle compagnie europee ha identificato la scarsa disponibilità di manodopera formata come una causa di impedimento per gli investimenti, specialmente nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi climatici e di sostenibilità, che sono di fondamentale importanza per le aziende e i governi europei.

L’I.A. potrà diventare un forte acceleratore dei nuovi modelli di business basati sulla sostenibilità e potrà spingere gli investimenti privati, a completamento di quanto si sta facendo attraverso programmi come l’Inflation Reduction Act (Ira) negli Stati Uniti e lo European Green Deal, nonché, in Italia, attraverso il Pnrr. È giocoforza ritenere che le istituzioni, le aziende e i governi europei dovranno dedicare molta attenzione nei prossimi mesi al disegno, sperabilmente integrato, di come l’I.A. dovrà accompagnare le trasformazioni in atto dal punto di vista ambientale, economico e sociale per non rimanere fuori dallo scenario competitivo globale.

Ma non è questo il solo cambiamento importante tra quelli che sono all’orizzonte nel 2024. Ci sono buone ragioni per credere che gli squilibri dei rapporti tra persone e natura, persone e macchine e all’interno delle diverse comunità, siano stati generati perché la leadership politica ed economica persiste nell’utilizzare sistemi economici e commerciali obsoleti, a fronte di una crisi irreversibile del modello finora prevalente di crescita sostenibile. Il mismatch più grande non è quindi quello tra domanda e offerta di materie prime, tecnologie e competenze, ma piuttosto quello tra i modelli di leadership di cui disponiamo e quelli di cui abbiamo bisogno.

È lecito aspettarsi che questo 2024 sarà l’anno del ridisegno della società del futuro: dovrà essere condiviso un nuovo paradigma di leadership sostenibile, intesa come capacità di fronteggiare l’incertezza risanando la spaccatura tra le persone, l’ambiente e la tecnologia. Sarà non solo necessario ricalibrare i canoni dell’agire umano per allinearsi con i limiti materiali degli ecosistemi naturali, ma occorrerà una leadership che sappia ridisegnare la dimensione individuale e valoriale della persona e le modalità di sapersi relazionare con gli altri all’interno delle organizzazioni e delle istituzioni.

Sarà decisivo o passare da fenomeni di “sopravvivenza e adattamento” a una dimensione culturale dove siano centrali la collaborazione e l’agire per interessi comuni e per il benessere psicologico e materiale delle persone, incentivando gli individui a investire in questa direzione. La priorità sarà quindi motivare le comunità a investire nelle relazioni tra persone e a spingere le organizzazioni e i governi a ripensare relazioni internazionali che si sono interrotte. La leadership diventerebbe così un esercizio quotidiano di costruzione del futuro capace di mobilitare le generazioni e di fare spazio alla diversità e all’inclusione per ripristinare la fiducia. In un mondo che minaccia di creare nuove barriere, i veri leader cambiano il modo in cui le persone vedono se stesse e il loro posto nel mondo.

L’autore, Donato Ferri, è EY Europe West Consulting Managing Partner

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