
4:16 e 2:57. Chi ha seguito il match di mercoledì scorso tra Germania e l’Islanda femminili (c’erano sedicimilacinquecento spettatori allo stadio Tivoli di Aquisgrana) avrà probabilmente notato che le giocatrici tedesche sono scese in campo con questi numeri sulla loro maglia da riscaldamento, al posto del tradizionale sponsor Vorwerk.
Questi numeri rappresentano quello che viene chiamato Gender Care Gap, ovvero la differenza tra le ore che in un giornata dedicano ai «lavori assistenziali non retribuiti» (banalmente, la cura dei figli) gli uomini e le donne in Germania.
Il dato parla da sé, ed è tutt’altro che incredibile. Le donne tedesche sono impegnate oltre quattro ore al giorno nell’accudire i figli, mentre gli uomini meno di tre: il divario diventa ancora più evidente se lo si calcola su base settimanale, diventando di trenta ore in media per le donne, contro le ventuno dei maschi.
Negli ultimi anni, il rapporto degli uomini con la paternità, intesa anche come cura dei figli non lasciata unicamente alla madre, sta diventando sempre più discusso, e nelle ultime settimane anche il calcio europeo ha iniziato a occuparsene.
E dire che, in sé, il tema non sarebbe nuovissimo. La Svezia ha introdotto il congedo parentale per i papà già nel 1974, e rapidamente altri Paesi scandinavi hanno seguito il suo esempio.
I numeri portati all’attenzione dalle calciatrici tedesche nei giorni scorsi, però, rendono ben evidente come, in ormai cinquanta anni, questa cultura abbia faticato ad affermarsi anche solo poco più a sud della Scandinavia.
«Per le nostre giocatrici è importante attirare l’attenzione su questioni socialmente rilevanti e dare un esempio positivo», ha commentato Sabine Mammitzsch, vicepresidente della Federcalcio tedesca (Dfb).
In Germania esiste un congedo parentale che somma fino a 1.095 giorni per entrambi i genitori, ma evidentemente questo non è bastato a ridurre il Gender Care Gap nel Paese. Anche perché la cura dei figli non riguarda solo i primi mesi di vita, anche se legislativamente è su questo periodo che ci si concentra maggiormente.
In Italia, dati su questo divario nemmeno si trovano, ma il fatto che il diciotto per cento delle lavoratrici del nostro Paese debba lasciare il lavoro quando diventa madre dice già molto sulla situazione.
Qui il congedo di paternità esiste solo dal 2012, e inizialmente riguardava un solo giorno obbligatorio più due facoltativi, mentre oggi è salito a dieci obbligatori più uno facoltativo.
Nonostante questo, nel novembre 2022 un operaio di Perugia era stato licenziato dalla sua azienda per aver usufruito di tre giorni di congedo per stare con la figlia e permettere alla moglie di tornare a lavorare dopo la maternità. Il caso si è fortunatamente risolto lo scorso febbraio con il reintegro dell’uomo ordinato dal tribunale.
Quello del pallone, però, anche in questo caso sembra un mondo a parte. Nel Regno Unito, per esempio, il congedo di paternità obbligatorio è di dieci giorni, tuttavia non è semplice convincere il proprio club a lasciarti a casa per oltre una settimana, in cui in media potresti dover giocare tre o quattro partite.
È quello che ha raccontato a El Mundo lo spagnolo del Wolverhampton Pablo Sarabia a fine marzo: «I miei gemelli sono nati di martedì, io avevo il mercoledì libero e sabato ero già in campo».
La vita di un calciatore professionista nei primi mesi di vita dei figli non è semplice: Sarabia ha spiegato di aver dovuto dormire separato dalla moglie e dai bambini, per non compromettere i suoi ritmi di sonno, ma questa situazione ha anche reso più complicato seguire la dieta di un atleta, soprattutto in merito agli orari dei pasti.
Per contro, per le calciatrici, anche in Europa fino a non molti anni fa restare incinte significava rischiare di essere licenziate dal proprio club: è ciò che ha denunciato, nel 2022, Alice Pignaroli della Lucchese.
La Fifa e il sindacato internazionale FifPro sono riusciti a trovare un accordo sul congedo di maternità nel contratto collettivo delle professioniste solo nel 2021: quattordici settimane obbligatorie, di cui almeno otto dopo il parto, ma retribuite solo per i due terzi.
Ancora non si parla di introdurre qualcosa di omologo nei diritti contrattuali dei colleghi maschi: molti giocatori hanno figli fin da giovani, e spesso ne hanno più di uno nel corso della loro carriera, il che significa che un congedo parentale porrebbe quasi certamente un serio ostacolo economico per le già traballanti casse dei club.
Nonostante i recenti progressi fatti dalla Fifa, tra le donne avere un figlio nel corso della carriera è ancora largamente considerato un tabù.
La gravidanza costringe a non giocare per diversi mesi, e per un certo periodo anche a interrompere gli allenamenti, per poi dover impiegare del tempo per recuperare la forma fisica: in termini sportivi, avere un figlio equivale a subire un infortunio di seria entità.
Non stupisce, allora, che la maggior parte delle calciatrici europee non sia ancora diventata madre (le cose sono un po’ diverse negli Stati Uniti, come dimostra il celebre caso di Alex Morgan): tra le Azzurre, solo per fare un esempio, nessuna ha figli. Parlare dunque di congedo parentale per i calciatori non può che essere ancora più complicato.