La sceneggiata pugliese L’avvocato e il magistrato del populismo (e il gran problema del Pd)

Il leader grillino ha tolto l’appoggio alla giunta della Regione Puglia, ma senza rompere politicamente col governatore Michele Emiliano. Il solito gioco di prestigio per creare divisioni all’interno del Partito democratico, che come al solito subisce

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Ma che cosa significa uscire dalla giunta Emiliano proponendosi di scrivere con Emiliano un patto per la moralità? È la rappresentazione più clamorosa dell’ambiguità di Giuseppe Conte che, sull’onda emotiva del susseguirsi di inchieste che massacrano il Partito democratico pugliese, ha scelto di uscire dalla giunta Emiliano ma senza rompere politicamente con lui: perché questo non può farlo, essendo della stessa pasta, condividendo con il governatore della Puglia la medesima pratica paternalista e tendente all’opacità. Michele e Giuseppe non sono due facce della stessa medaglia, sono la stessa faccia, l’incarnazione di un certo trasformismo che da secoli alligna in alcune, o parecchie, zone del Sud e di un populismo in maniche di camicia o con la pochette, un po’ descamisado un po’ azzimato.

Con la mossa di sganciarsi dalla giunta regionale della Puglia, l’avvocato del populismo punta a rifarsi una verginità ergendosi a cantore della questione morale resuscitando l’«onestà-onestà» della fase eroica del grillismo che sempre è rimasta nel cuore dei Cinque Stelle, essendo palese l’operazione di discredito di un Pd alle corde sul ring allestito dalla magistratura. Ma nessuno può essere sicuro, anzi, che con questa sua tattica ambigua Conte possa strappare voti al Pd, un partito che in teoria dovrebbe essere offesissimo degli attacchi dell’ex «punto di riferimento fortissimo dei progressisti» e perciò, se avesse un minimo di senso politico, dovrebbe reagire e anche con durezza. 

Però è possibile che il capo del Movimento 5 stelle stia mandando un segnale obliquo, e orrendo, all’elettorato della sua Puglia: guardate che i dem non sono affidabili né per il governo, né per l’opposizione né per garantire favori o posti, qui ci siamo io ed Emiliano. 

Elly Schlein avrebbe voglia di recidere le presunte malepiante prendendo senza battere ciglio le carte delle procure come Vangelo e promettendo espulsioni su espulsioni ma politicamente non sa come reagire all’offensiva politico-mediatica di Conte. «Sulla sua caparbia volontà di rimettere sé stesso a Palazzo Chigi ci sono in giro pochi dubbi – ha osservato Paolo Pombeni – e Conte ha ben presente questa debolezza: se Schlein non uscirà molto bene dalla prova elettorale di giugno si potrà aprire nel suo partito una faida interna che comunque vada a finire lo lascerà privo di una guida autorevole. E a questo punto “l’uomo di governo” a disposizione tornerebbe a essere solo Conte». 

La sceneggiata pugliese si inserisce dunque nella più generale operazione di conquista della leadership di un centrosinistra che con l’avvocato sarebbe lontano parente della Sinistra storica di Agostino Depretis, il trasformista di Stradella, ma mille volte più ambiguo, con un Pd del tutto afono mentre lui, il trasformista di Volturara Appula, ne combina di tutti i colori predicando moralità. Ecco perché, come si dice al Nazareno, questo per il Pd «è il momento più complicato». Mentre l’avvocato infierisce.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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