La lunga guerraL’attacco a Israele potrebbe innescare l’implosione del regime iraniano

Gerusalemme risponderà duramente a Teheran, attaccando con la sua aviazione obiettivi militari sul suolo iraniano. Sarà l’inizio di una escalation dagli esiti difficilmente prevedibili

LaPresse

I Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, si sono imposti sulla vecchia guardia iraniana e hanno deciso di scatenare la guerra contro Israele. Due erano le ipotesi militari per rispondere al grave colpo subito dal regime di Teheran con il bombardamento israeliano dell’ambasciata iraniana di Damasco e l’uccisione del generale dei Pasdaran Reza Zahedi. La prima, sostenuta dalla cosiddetta «prima generazione», più prudente, più politica, prevedeva una risposta militare puramente dimostrativa, di scena, limitata al solo lancio di centinaia di droni dall’Iran coordinato con quello di razzi e missili da Libano Siria e Yemen. I droni sono lenti, impiegano sei-nove ore per coprire i più di mille chilometri tra Iran e Israele e i razzi e i missili lanciati dai proxy sono facilmente intercettabili. Dunque, nessun pericolo per Israele e una pura azione di facciata, di teatro.

Ma questa ipotesi, politica e di basso impatto aggressivo, è stata scartata a favore di una vera dichiarazione di guerra contro la «diabolica Entità sionista da spazzare dalla faccia della terra» col lancio di centottantacinque droni, centodieci missili suolo-suolo e trentasei missili da crociera. Una potenza di fuoco in grado, se avesse raggiunto gli obiettivi di fare danni enormi a Israele.

La volontà dei Pasdaran, comandati dal guerrafondaio e oltranzista generale Hussein Salami di scatenare una guerra e di non limitarsi a una azione dimostrativa è infatti resa evidente dall’ampiezza e dalla pericolosità dei vettori lanciati, e da due elementi: i missili sono stati indirizzati anche sulla Knesset, centro di comando politico di Israele e su Gerusalemme, capitale dello Stato ebraico, nonostante il suo simbolico status di Città Santa e inoltre i Pasdaran hanno minacciato duramente i paesi arabi, soprattutto Giordania e Arabia Saudita, che li considerano cobelligeranti col nemico se collaboreranno con Israele.

La ragione di questa minaccia è evidente. Israele non ha intenzione di subire senza rispondere questa dichiarazione unilaterale di guerra e soprattutto di esporsi, porgendo l’altra guancia, a nuovi attacchi iraniani, magari con missili intercontinentali. Le Forze Armate israeliane non dispongono, se non parzialmente, di un forte apparato missilistico offensivo, ma possono invece mettere in campo per bombardare obiettivi militari iraniani una modernissima ed efficace aviazione. Dunque, con molta probabilità, lanceranno nelle prossime ore o giorni dei raid aerei con caccia bombardieri contro obiettivi militari iraniani, incluse le centrali atomiche e le raffinerie e infrastrutture delle comunicazioni.

Peraltro, la situazione dell’Iran è speculare: dispone di un forte e moderno arsenale missilistico, ma di una aviazione d’attacco e di difesa estremamente debole, basata su vecchi Tomcat americani dei tempi dello Scià, in qualche modo rimodernati e su un parco inadeguato di Sukhoi russi.

Di fatto, questo è il nodo geopolitico centrale, è la ragione delle minacce iraniane ai paesi arabi ed è la dinamica che può trasformare gli avvenimenti in guerra regionale, l’aviazione israeliana per colpire l’Iran ha una rotta preferenziale che sorvola la Giordania e soprattutto l’Arabia Saudita, da qui le minacce preventive iraniane contro di loro. Se questi due paesi negano il passaggio sul proprio spazio aereo, la forza d’attacco israeliana deve percorrere centinaia di chilometri in più, passando sul Mar Rosso, oppure deve violare, cosa non difficile, ma politicamente scabrosa, lo spazio aereo della Siria e dell’Iraq.

Anni fa, l’Arabia Saudita aveva concordato sottobanco con Israele l’autorizzazione a utilizzare il proprio spazio aereo per colpire le centrali in cui si prepara la bomba atomica iraniana, che ora pare sia quasi operativa. Non è detto però che questo permesso venga ora reiterato da Mohammed bin Salman che, se si leggono le sue ultime strategie e la ripresa da lui voluta dei rapporti diplomatici con Teheran, punta probabilmente a un ruolo di mediazione tra Iran e Israele.

Quel che è più che probabile, dunque, è che Israele non accetterà le fortissime pressioni di Joe Biden a non rispondere all’attacco missilistico iraniano e che, come è confermato dalle voci ufficiose che trapelano dal Gabinetto di Guerra di Gerusalemme, darà una risposta dura attaccando con la sua aviazione obiettivi militari sul suolo iraniano.

Sarà probabilmente così l’inizio di una escalation dagli esiti difficilmente prevedibili e con un forte impatto sulla situazione interna iraniana. Il paese, infatti, dal punto di vista politico, non è in grado di reggere uno sforzo bellico impegnativo. L’economia iraniana è in crisi, le enormi spese militari hanno avuto un impatto disastroso sulla vita dei cittadini e dopo il movimento “Donna, vita, libertà” di due anni fa il consenso nei confronti del regime è ai minimi storici. Non a caso, l’opposizione diffusa iraniana, da sempre filoisraeliana, che è sempre forte nonostante la repressione feroce del regime, vede di buon occhio l’escalation militare in atto. È certa, infatti, che innescherà l’implosione del regime degli ayatollah e dei Pasdaran.

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