
L’eredità di Matteotti che, cent’anni dopo il suo assassinio, vive oggi nella Costituzione repubblicana è quella del suo antifascismo legalitario a difesa della democrazia. Sarebbe impossibile pensare la nostra Repubblica senza il giubbotto di salvataggio dell’antifascismo e Matteotti è, forse, il primo a trasformare quel giubbotto in una specie di seconda pelle.
Muovendo dai suoi studi giuridici, matura il convincimento che soltanto nello spazio delle regole liberaldemocratiche sia possibile collocare qualsiasi proposta politica, anche quella socialista. In particolare, studiando diritto penale presso la scuola liberale bolognese, comprende che l’abuso della libertà personale è un limite invalicabile. Così alla dittatura fascista Matteotti nega legittimità democratica proprio perché essa violenta la libertà individuale. E con gli stessi rigore teorico e spirito pratico arriva ad avversare le logiche e gli argomenti dei comunisti leninisti.
L’eredità perduta di Giacomo Matteotti è quella del suo socialismo riformista. Se la sua grande vittoria è l’affermazione dell’antifascismo costituzionale, la sua grande sconfitta è l’annichilimento della sua proposta politica. Dopo la Seconda guerra mondiale, chi volle interpretarne il lascito fu senz’altro il Partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat che, rifiutando la logica del Fronte popolare tra comunisti e socialisti, scelse di presentarsi alle elezioni del ’48 su una linea di continuità con i socialisti unitari di Matteotti.
Come gli unitari, i socialdemocratici rifiutavano ogni dittatura, anche quella sovietica, abbracciavano la democrazia come destino e non come fase temporanea, alla ricerca di un’alleanza tra tutte le forze progressiste. Ma la pigrizia dei socialdemocratici italiani li rese, ben presto, proni alla forza elettorale della Democrazia cristiana e ausiliari alle sue culture politiche di riferimento. Per quanti sforzi di fantasia si possano provare, è difficile vedere la Tempesta matteottiana incarnata dal moderatismo indolente dei socialdemocratici italiani.
Dopo l’evidente errore del Fronte popolare, che consegnò i socialisti alla subalternità coi comunisti, Pietro Nenni riprese un percorso di autonomia per il suo Psi che, meglio del «ministerialismo» di Saragat, sembrò riproporre lo sforzo d’ideazione politica di Matteotti. E portò finalmente i socialisti al governo nel 1963. Uno sforzo che senz’altro tornò vivo, più avanti, nell’autonomismo di Bettino Craxi e nell’elaborazione culturale dei socialisti di fine anni Settanta, sebbene Craxi appaia, per stile, forse il leader più distante da Matteotti; e Matteotti allo stile teneva parecchio.
Nel secondo dopoguerra, a un’interpretazione elitaria del matteottismo si ispirò, in parte, il Partito d’Azione, mandando a memoria il posticcio Matteotti di Piero Gobetti. Tuttavia agli azionisti mancò il senso della politica che, invece, pienamente posse- deva Matteotti: il suo realismo, la ragion pratica, il metodo induttivo, l’interesse per i rapporti di forza economico-sociali.
Eppure proprio in uno dei teorici dell’azionismo, il filosofo Guido Calogero, si trova forse lo sviluppo più persuasivo della convinzione matteottiana che le idee di libertà e di giustizia non fossero gregarie l’una dell’altra, ma dovessero coesistere e inverarsi reciprocamente. «Il socialismo è un’idea che non muore! Come la libertà!» aveva scritto Matteotti a Turati, inviandogli la prefazione delle Direttive del Partito socialista unitario. Precisando, nel testo, che «i socialisti credono invece condizione necessaria per lo sviluppo e l’emancipazione della classe lavoratrice, il metodo democratico e una atmosfera di libertà politica», scegliendo il corsivo per sottolineare l’ultima espressione.
Scriverà vent’anni dopo Calogero, in Difesa del liberalsocialismo, che «il liberale puro è in realtà solo il liberale a metà, come il socialista puro è il socialista insufficiente». L’ipotesi liberalsocialista, all’opposto, riuscirebbe a mettere «in chiaro la sostanziale unità del concetto, cioè dell’ideale di vita, i cui due volti appaiono designati dai nomi della giustizia e della libertà»; e consentirebbe di «vedere, sul piano più specificatamente politico e sociale, come gli istituti e le realizzazioni della libertà democratica e della giustizia economica siano interdipendenti e reciprocamente condizionati, cosicché ogni progresso, o regresso, in un campo favorisce il progresso o il regresso nell’altro».
Non è possibile tuttavia parlare di liberalsocialismo nel caso di Matteotti. Perché se è legittimo supporre, con mille ragioni, che il suo percorso politico avrebbe potuto condurlo sin là, la sua elaborazione politica si ferma un passo prima di quell’approdo. Eppure non c’è frase da lui pronunciata, negli ultimi anni di lotta, che non sembri tendere in quella direzione.
Il pensiero politico di Giacomo Matteotti è andato, invece, perduto e non casualmente. Altre culture politiche a sinistra hanno, nel dopoguerra, occupato la scena: quella comunista, anzitutto, e quella cattolico-democratica; quella socialista è riuscita a competere in fantasia e intelligenza con le due maggiori solo quando ha recuperato il respiro autonomista e l’inquietudine liberale di Turati e Matteotti. Non avere avuto, a sinistra, un Partito socialista dominante, come ovunque in Europa, è stata la grande anomalia della storia d’Italia e il segno di maggiore debolezza culturale della nostra democrazia. Dimenticare il socialismo di Matteotti e preservare la sola spuria memoria del suo antifascismo è stato il compito che in particolare la cultura comunista ha assolto con zelo. In alcune grottesche forme, un compito che prosegue ancora oggi. Che i socialisti lo abbiano permesso, o non siano riusciti a contrastarlo, sono due errori che hanno pesato sulla sopravvivenza in Italia di un’ipotesi socialdemocratica.
Da presidente della Camera dei deputati, Sandro Pertini ebbe il grande merito di pubblicare nel 1970 i discorsi parlamentari di Matteotti (venticinque anni dopo la fine della guerra; la prima biografia matteottiana di Antonio Casanova uscì soltanto nel ’74, ventinove anni dopo la Liberazione; l’avvio della pubblicazione delle opere complete, a cura di Stefano Caretti, partì nel 1983, trentotto anni dopo. Insomma, Matteotti sarà pure un padre della Repubblica, ma in Italia non c’è stata alcuna ansia di raccontare veramente che razza di politico sia stato). Nella prefazione ai discorsi parlamentari, Pertini scrisse: «Giacomo Matteotti è ancora, dunque, in mezzo a noi, con la freschezza attuale dei nostri pensieri». Pertini, purtroppo, si sbagliava. L’esperienza di un leader politico sopravvive all’oblio quando si storicizza e concorre così ad alimentare, con le sue antiche acque, i corsi e ricorsi delle vicende umane. Non è questo il caso di Matteotti. Sebbene alcuni possano richiamarne, per fatto personale, l’ispirazione e l’esempio, restano fatti privati, legati alle sensibilità soggettive. Non hanno nulla a che fare con la politica.
Il fantasma shakespeariano di Matteotti è oggi sempre più sbiadito; si muove inosservato sullo sfondo delle quinte dell’attualità: non impressiona e men che meno spaventa più nessuno. Non è l’unico spettro della nostra coscienza nazionale che rischia di svanire; quello di Filippo Turati, per esempio, si è dissolto da tempo. Della Tempesta che risollevò i braccianti rodigini, sferzò i liberali e sfidò il fascismo, oggi resta una piccola nube che si allontana e rimpicciolisce sempre di più.
Tratto da “Tempesta” (Rizzoli), di Antonio Funiciello, pp. 208, 17,50€
