Estetica del fanciullinoUn patrimonio di forme magiche, sogni (e incubi) per celebrare il “drago” del design

Disegni, miniature ma anche opere giganti e colori vivaci: ecco che cosa c’è in mostra a “Io sono un drago: La vera storia di Alessandro Mendini”. L’esposizione sul maestro del design è alla Triennale di Milano fino al 13 ottobre

Foto: Delfino Sisto Legnani – DSL Studio - © Triennale Milano

«L’oggetto che mi rappresenterà, nel bene o nel male, è la poltrona di Proust», diceva Alessandro Mendini nei dialoghi di Volevo essere Walt Disney. Ed è proprio quella poltrona dalle dimensioni giganti che accoglie i visitatori all’ingresso dell’esposizione in Triennale, a Milano. Simbolo del puntinismo, quest’opera è un pulviscolo di pixel colorati che trasformano una seduta banale e kitsch in una visione miracolosa. Non solo, il suo nome è un chiaro riferimento allo scrittore francese che ha influenzato il pensiero di Mendini.

Altrettanto monumentali sono le dimensioni dell’opera Petite Cathédrale, una vera e propria cattedrale in miniatura, ricoperta all’interno da un mosaico d’oro; a questa si aggiunge l’imponente scultura Tête geante, totem umanoide, visibile anche nelle varie riproduzioni in scala.

Foto: Delfino Sisto Legnani – DSL Studio – © Triennale Milano

Il percorso della mostra continua con i disegni e gli autoritratti degli esordi, dinnanzi ai quali è evidente il tratto camaleontico e curioso dell’artista, che, con occhi di un fanciullo, approccia e interpreta la vita. Dai disegni vediamo prima un arlecchino, poi un lampadario, un robot sentimentale, un personaggio letterario e tra i tanti bozzetti, un drago. Questo bozzetto, che ispira il titolo della mostra, è un esempio di come Mendini, con sottile e puntuale ironia, tenta di spiegare la sua complessa figura da artista. Quindi vediamo: la testa da designer con un corpo da architetto, le mani da artigiano, la pancia da prete, i piedi da artista, il petto da manager, le gambe da grafico e la coda fantasiosa da poeta. 

Courtesy of Archivio Alessandro Mendini

E poi c’è La Giostra, opera mobile che, con un meccanismo simile a quello del carousel, omaggia l’azienda di elettrodomestici Alessi esponendo ben 35 miniature dei suoi bestseller di design. Tra gli altri, il cavatappi Anna G e lo spremifrutta Juicy Salif di Philippe Starck. Mendini ha visto nella giostra un’immagine adatta al mondo dei sogni che l’azienda italiana Alessi voleva evocare e in cui design e arte si uniscono.

Prima di addentrarsi nelle stanze delle meraviglie, si viene invece accolti dalla citazione mendiniana a caratteri cubitali: «Sarà un pensiero di autosuggestione, ma ho il ricordo e la sensazione di essere nato in una Wunderkammer… Fu in quello spazio magico che vidi le prime cose». Le camere fantasiose, ossia le Wunderkammer  sono un’interpretazione colorata e suggestiva del designer italiano che ne ha riprodotto gli odori, le forme, i colori, le penombre e i piccoli suoni. Un tripudio di oggetti d’arredo che sono un’installazione più che un esempio di interior design.

Courtesy of Emilio Tremolada

I colori tenui e felici, le forme armoniose e gioiose deviano con l’esposizione di una serie di opere disturbanti. Come l’edit macabro della foto Autoritratto con prigioniero a Mauthausen, in cui Mendini affianca una sua foto a quella di un detenuto del campo, o l’oggetto Valigia per ultimo viaggio: un macabro invito. O, ancora, il rogo della sedia Lassù che rappresenta la purificazione con la morte e la distruzione dell’oggetto d’arte; sedie oblique su cui sedersi è impossibile, sedie a forma di croce o piene di terra. Infine una bara di vetro in cui è imprigionato il corpo di una donna. Una serie di creazioni ispirate da temi contemporanei all’artista e che lo stesso cerca di interpretare. 

Courtesy of Archivio Alessandro Mendini

Il percorso termina con le copertine dei magazine curate dal designer italiano. La sua predisposizione verso questo settore, infatti, si è rivelata dopo ruoli diversi, come quello di direttore di riviste, giornalista di architettura e critico d’arte. Una delle prime riviste che ha guidato è stata Casabella. Sotto la sua direzione la testata diventa manifesto del Radical Design le cui copertine dichiarano guerra all’ipocrisia culturale dell’epoca.  Colori sgargianti, illustrazioni inusuali e design atipico incorniciano invece le illustrazioni delle archistar nelle copertine di Domus, rivista fondata dall’altro grande maestro Gio Ponti e dal padre Giovanni Semeria nel 1928. Mendini l’ha diretta all’inizio degli anni Ottanta. Tornerà al timone di Domus nel 2010 rivoluzionando nuovamente il concept della copertina affidandosi all’illustratore italiano Lorenzo Mattotti; l’elemento innovativo sono le  cornici ovali su sfondo bianco, che introducono le grandi firme del settore.

Chi è stato, dunque, Alessandro Mendini? Uno degli artisti più eclettici e anticonformisti del secolo scorso, questo è certo. Ma anche di più, un uomo con occhi curiosi e pieni di meraviglia. Un bambino affascinato dal mondo che ha messo in ogni sua creazione grandi dosi visive di armonia, colore, follia e ironia.

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