Gli anni dei famosiO.J. Simpson e la storia dell’inseguimento che ha catturato l’America

È morto l’ex campione di football che nel 1994 fu inseguito in autostrada dalla polizia, tenendo incollati 95 milioni di americani alla diretta tv. Accusato di aver ucciso la ex moglie e il di lei amante, è stato assolto, ma per tutti è diventato il paradigma dell’impunità

LaPresse

La Vermicino d’America fu il 17 giugno del 1994. Venticinque anni dopo un altro momento in cui gli americani erano stati tutti insieme davanti al televisore, a guardare tutti la stessa cosa (la contemporaneità della visione è una cosa inspiegabile a chi nasce nel secolo dell’on demand).

Nel 1969 era stato l’allunaggio, nel 1994 era il carnefice inseguito dalla polizia. A Vermicino si guardava l’agonia d’una vittima, e quindi metto già in conto che qualcuno si offenda per il parallelismo, qualcuno che non tiene conto del fattore comune: il morto o l’assassino che diventano evento televisivo.

«Evento» nel vero senso del termine, non nel milanese del ventunesimo secolo che chiama «evento» anche l’inaugurazione con apericena della profumeria all’angolo. Evento com’era quando le cose o le vedevi mentre accadevano o non le vedevi più, evento com’è quando una cosa è davvero irripetibile.

La polizia va a prendere O.J. Simpson, campione sportivo, per arrestarlo per la morte della ex moglie e del di lei amante, uccisi cinque giorni prima. Simpson sale in macchina con un amico e fugge sull’autostrada. Le macchine della polizia li inseguono a terra, gli elicotteri delle tv filmano il tutto per aria. La finale del campionato di basket viene sospesa perché il paese vuole vedere la caccia al fuggitivo, mica i canestri.

È il 1994, un anno che alcuni ricordano perché Berlusconi va al governo, altri perché Arafat prende il Nobel per la pace, i più legati alla propria giovinezza per il suicidio di Kurt Cobain, e noialtri osservatori neutrali perché è l’anno in cui novantacinque milioni di spettatori americani guardano un inseguimento in autostrada: fosse esistito lo streaming, l’avremmo guardato in diretta anche noi.

Nel 1994 OJ Simpson, ignoto in Italia dove l’americanizzazione è ancora embrionale e nessuno si atteggia a patito di football, è negli Stati Uniti un ex campione famosissimo per quella combinazione di fattori che fanno di uno sportivo una star: è assai belloccio, ha fatto delle parti al cinema (gli italiani ne indicano le immagini dicendo agli amici: ma è quello di “Una pallottola spuntata”!), le iniziali dei suoi due nomi sono le stesse di quel patrimonio nazionale che è il succo d’arancia.

Ma il 1994 cambia i termini della sua celebrità. Quando nel 2016 va in onda una serie, “The people v. OJ Simpson”, su quello che è stato uno dei più famosi processi di fine secolo, l’autore Ryan Murphy l’ha tratta da un libro il cui titolo era “The run for his life”, fuga per la vita. L’immagine più nota di OJ non è sui campi di football ma in autostrada, il ricordo dell’inseguimento in macchina è il primo di chi allora era nel pubblico che da tutto il mondo seguiva accuse e udienze. L’autostrada, e l’avvocato che dice in rima che se il guanto non calza devono assolverlo: if it doesn’t fit, you must acquit.

Il 1994 è, anche, l’anno in cui si pongono le basi per ufficializzare che delle sentenze dei tribunali non gliene frega niente a nessuno. Quindici mesi dopo, a ottobre del 1995, Orenthal James Simpson è un assassino: viene sì assolto – nella squadra di avvocati, oltre al Johnny Cochran del guanto che non calza, c’è Rob Kardashian, che allora non è ancora soprattutto il padre di Kim – dall’accusa d’aver ucciso Nicole Brown e Ron Goldman, ma a nessuno importa niente.

Non ai parenti delle vittime, che gli fanno una causa civile che vinceranno (trentatré milioni di dollari di risarcimenti per la morte di due persone della morte delle quali il tribunale l’ha assolto); non all’opinione pubblica che, come evidentemente anche il tribunale civile, segue il criterio «non avevano abbastanza prove per condannarti ma lo sappiamo tutti che sei stato te, essù».

Non c’è, nei trent’anni successivi, battuta su crimine impunito che non usi OJ come paradigma dell’impunità. OJ che peraltro nei decenni successivi avrà svariati altri guai giudiziari, e infine verrà condannato nel 2008 (per rapina) e si farà nove anni di carcere. Quando esce, nel 2017, una delle prime cose che fa è aprirsi un account su Twitter. Un po’ come i giornali che stanno sui social solo per farsi dire da gente che non li compra quanto fanno schifo, OJ dà la possibilità a tutti i Brocco81 del mondo di dirgli che è un assassino: l’avranno pure assolto, ma a Brocco non la si fa.

Sul suo Twitter pubblica dei video, e lo scopo è dichiarato fin dalle note biografiche: se non lo vedete qui, non l’ho detto. Nell’epoca del giornalismo a casaccio, è uno dei pochi che abbiano capito a cosa serva stare su un social network se sei un tizio famoso: a dire che quella che sta lì è la tua versione dei fatti, e delle dichiarazioni prese chissà dove e riportate altrove chissà da chi è bene non fidarsi.

In uno degli ultimi video, del 9 febbraio, smentisce alcuni titoli di giornale che lo danno per ricoverato in un hospice (era malato di cancro alla prostata). Dice che sta benissimo, che sta aspettando un sacco di amici che andranno a vedere il Superbowl a casa sua, e che «è come dice il Donald: non ci si può fidare dei media». Chissà se è mai stata scritta una storia degli anni Novanta dal punto di vista dei colossi della celebrità e della loro ossessione per l’inattendibilità dei giornali. La stampa comunista: quasi peggio dei tribunali.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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