
Nella giornata di ieri, 25 aprile 2024, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha pronunciato la seguente dichiarazione, in occasione della festa della Liberazione, cui ha dedicato in tutto una ventina di minuti, presenziando insieme al capo dello stato alla tradizionale cerimonia all’altare della Patria: «Nel giorno in cui l’Italia celebra la Liberazione, che con la fine del fascismo pose le basi per il ritorno della democrazia, ribadiamo la nostra avversione a tutti i regimi totalitari e autoritari.
Quelli di ieri, che hanno oppresso i popoli in Europa e nel mondo, e quelli di oggi, che siamo determinati a contrastare con impegno e coraggio. Continueremo a lavorare per difendere la democrazia e per un’Italia finalmente capace di unirsi sul valore della libertà. Viva la libertà!».
Nonostante tutte le polemiche sollevate dal caso Scurati, che nel suo ormai famoso monologo l’accusava proprio di non voler pronunciare la parola «antifascismo» nemmeno in occasione del 25 aprile, Meloni come si vede ricorre ancora una volta a fior di perifrasi e circonlocuzioni per aggirare la parola, per lei evidentemente impronunciabile. Dieci righe con cui produce una sorta di par condicio dei totalitarismi, in cui però è chiarissimo dove batta il suo cuore, semmai non bastasse a chiarirlo la prima pagina di Libero, giornale diretto dal suo ex portavoce, Mario Sechi, appena uscito da Palazzo Chigi. Titolo: «25 aprile, il giorno dell’odio». Viene quasi da pensare che Aldo Cazzullo sia persino troppo generoso, nella sua critica al governo sul Corriere della sera di oggi, quando scrive che «il 25 aprile 2024 sarà ricordato come il giorno in cui la destra italiana perse un’occasione storica».
Il contrasto tra le ambigue reticenze di Meloni e il fortissimo discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non potrebbe essere più netto, come ha notato persino la stampa internazionale, compreso il conservatore Figaro, definendolo «une belle réponse à l’appel de Scurati». Oggi, infatti, non solo su Repubblica, ma anche sul quotidiano francese e su diversi altri importanti giornali europei, viene pubblicata un’ampia intervista allo scrittore, che torna sul caso che lo ha visto involontario protagonista (di cui si occupa peraltro anche il nuovo numero dell’Economist), per lanciare l’allarme: «Il rischio per le democrazie liberali è qui e ora».
So bene che adesso molti storceranno il naso, specialmente tra i politici e gli intellettuali liberali dal palato più fine, magari per un anacronistico riflesso condizionato legato ai tempi di Silvio Berlusconi e dei girotondi, magari per semplice snobismo e spirito di contraddizione. Lo so, i bersagli del potere, a differenza degli eroi delle canzoni, non sono mai abbastanza giovani e belli. Provate tuttavia – mi rivolgo soprattutto ai super riformisti sempre ansiosi di condividere riforme istituzionali ultra-maggioritarie e para-presidenzialiste con chiunque capiti a tiro – a fare questo piccolo esperimento mentale: chiudete gli occhi per un momento e sforzatevi di immaginare come sarebbe stata la giornata di ieri, se la riforma del premierato fosse stata già in vigore, con Meloni premier eletta direttamente dal popolo e Mattarella ridotto al ruolo di passacarte. E buon 26 aprile.