Cambiare per sopravvivere L’Unione europea deve smettere di competere con sé stessa

Bruxelles è impreparata a rispondere a un mondo in costante mutamento, lo ha sottolineato anche Draghi. Ma in Italia a un mese dalle elezioni nessuno parla di riformare le istituzioni comunitarie: si discute solo di contese interne e personalismi

LaPresse

Il suono acuto di un campanello d’allarme rischia di sovrastare le note dell’Inno alla Gioia con il quale dovremmo celebrare oggi la festa dell’Europa. «L’Europa può morire e ciò può accadere più rapidamente di quanto pensiamo», ha avvertito qualche settimana fa Emmanuel Macron risvegliandoci dal torpore dell’immortalità del progetto europeo nel quale ci siamo cullati negli ultimi decenni. Pur non dovendo sorprendere, è forse la prima volta che un capo di Stato di uno dei Paesi fondatori evoca questo scenario.

Ciò che colpisce del lungo discorso pronunciato alla Sorbona è la messa a nudo della vulnerabilità dell’Unione. Come ricordato efficacemente anche da Mario Draghi qualche settimana prima a La Hulpe, l’Unione europea si scopre oggi impreparata a rispondere a un mondo che pone nuove domande e di cui gli altri principali attori globali stanno, de facto, cambiando le regole. “A forza di guardarsi dentro si diventa ciechi”, diceva il filosofo Paul Watzlawick. E, secondo Draghi, è proprio questo sforzo sbilanciato nell’introspezione ad aver portato l’Ue a occuparsi più di osservare i Paesi europei come tra loro concorrenti, piuttosto che a rafforzarne coraggiosamente la cooperazione per l’autonomia strategica. È il caso degli investimenti in settori strategici come l’energia o la difesa, dove gli interessi europei devono prevalere e dove una cooperazione su larga scala è necessaria perché siano realizzati. È il caso della produzione industriale, largamente esternalizzata in Cina (pensiamo alla filiera delle rinnovabili) o alla componentistica Ict che ci vede subalterni agli Stati Uniti.

Del resto, quanti di noi possono affermare di utilizzare un laptop o uno smartphone concepito e prodotto interamente in Europa? Durante una recente visita a un sito della Commissione Europea dedicato alla ricerca scientifica, la nostra guida ha osservato: «Questo è il laboratorio più grande al mondo, dopo quello degli Stati Uniti e della Cina». Ora: possiamo essere orgogliosi di essere gli “ultimi dei primi”? Può l’Europa rassegnarsi a perdere (definitivamente) la propria leadership nei settori della tecnologia e della scienza?

Se questi sono gli interessi in gioco per l’Europa, i rischi per i singoli Stati membri che volessero agire isolati sono ben peggiori. Gli Stati europei oggi devono decidere se cedere una parte della loro sovranità nazionale per rafforzare quella europea, contribuendo a trasformare l’Ue in una potenza autonoma e competitiva, oppure se aggrapparsi all’illusione di conservare una piena sovranità formale, vedendo aumentare nella sostanza la propria dipendenza dal contesto globale.

Per risvegliare l’Unione europea e accelerarne il cammino verso l’autonomia strategica, è necessario un cambiamento radicale. Le principali proposte introdotte da Mario Draghi nel suo discorso sulla competitività tracciano una rotta per rafforzare la capacità dell’Europa di sostenersi autonomamente, sia in termini produttivi che di difesa, e ridurre la propria dipendenza da potenze esterne per risorse e tecnologie critiche.

Ciò che manca, ed è ciò che dovremmo aspettarci da queste elezioni, è la volontà politica e il necessario pragmatismo per definire un percorso concreto e gli strumenti, istituzionali ed economici, per attuarlo. Ciò che serve è la visione accompagnata dalla capacità di costruire consenso e alleanze trasversali e transnazionali. Come ha ricordato recentemente anche Sergio Fabbrini, un ruolo rilevante nell’influenzare questo quadro potrebbe essere giocato proprio dall’Italia, come potenziale ponte tra l’ambizione francese (interpretata da un leader visionario, ma indebolito dal calo di consenso interno) e la storica prudenza tedesca (acuita dall’affanno industriale nel quale il Paese si trova). Peccato che al momento i temi centrali per il rilancio dell’Ue siano per lo più marginali nel dibattito politico italiano che appare piuttosto concentrato in contese interne e scelte identitarie.

Un mese ci separa dalle elezioni e la maggioranza che ne scaturirà sarà fondamentale. Stando alle più recenti proiezioni di Europelects.eu i primi due gruppi parlamentari saranno, quasi certamente, i Popolari e i Socialdemocratici. La battaglia più delicata, per le sue potenziali implicazioni, è quella per il terzo posto conteso tra i liberaldemocratici di RenewEurope e i conservatori di Ecr (di cui Meloni è presidente). Se in questo quadro il voto italiano potrà essere determinante, appare davvero un azzardo la divisione del polo “Renew Europe” tra la lista Stati Uniti d’Europa e quella di Azione, soprattutto se la frammentazione dovesse portare una delle due a non superare la soglia del quattro per cento, indebolendo Renew.

I prossimi trenta giorni saranno cruciali per portare il futuro dell’Europa al centro del dibattito italiano stimolando proposte, analisi e azioni. Per farlo, è il tempo di passare dalla celebrazione alla costruzione per una nuova sovranità europea e, in essa, un’Italia più forte.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club