Super partesDraghi andrebbe proposto per la Commissione a sua insaputa

Giovanni Diamanti, fondatore di Quorum/Youtrend, descrive il voto europeo come delle elezioni di mid-term sul governo, e dice che l’ex presidente della Bce «riuscirebbe a essere una figura di mediazione tra gruppi europei dopo una probabile impasse sui nomi più politici»

AP/Lapresse

Giovanni Diamanti, fondatore di Quorum/Youtrend, la competizione elettorale dell’8-9 giugno è uno degli appuntamenti cardine di questo 2024. In Italia la partita è tutta nazionale, di Europa ce ne è davvero poca nel dibattito. A cosa è dovuta questa tendenza a tuo avviso?
Parliamoci chiaro: le elezioni Europee, per gli elettori, non sono un voto sull’Europa. Non si vota pensando all’Europa ma si vota, in primis, sulle questioni nazionali. È una sorta di voto di mid-term, anche se non è proprio a metà mandato, ma si avvicina maggiormente all’inizio, favorendo così il partito di governo, che spesso non ha ancora terminato la “luna di miele” con gli elettori: nel 2009 il Pdl, nel 2014 il Pd di [Matteo] Renzi, nel 2019 la Lega di [Matteo] Salvini. Oggi, Fratelli d’Italia. Tuttavia, una nicchia di elettori europeisti c’è: per questo, parlare di Europa e di futuro comunque paga.

Alla fine tutti i leader di partito, nonostante le indicazioni dei sondaggi, hanno preferito scendere nell’agone elettorale, persuasi dall’idea del valore aggiunto ipotetico. In termini statistici quanti sposta questa scelta?
Non me la sento di azzardare una cifra, sarebbero numeri in libertà. Ma i leader trainano, certamente, soprattutto alcuni: mobilitano la base, galvanizzano, danno un’ondata di entusiasmo. Sono cose che contano, soprattutto in una elezione come quella delle Europee, in cui l’affluenza, verosimilmente, sarà bassa.

Il futuro della Commissione Europea potrebbe passare per la presidenza di Mario Draghi, che non ha un partito di riferimento a livello europeo. Nel sentiment italiano quando è forte ancora la sua figura?
Mario Draghi è sempre stato stimato dagli italiani, dall’inizio del suo mandato e anche dopo la caduta del suo governo. È una figura per molti “sopra le parti”, autorevole, di prestigio. All’inizio, poteva sembrare una operazione “à la Monti”, anche se ancora più forte, ma a differenza di Mario Monti non ha fatto scelte troppo impopolari e, soprattutto, non ha mai fatto il salto elettorale o, come la chiamava [Silvio] Berlusconi, la “discesa in campo”. Questo gli ha permesso di rimanere puro, immacolato. È a tutti gli effetti una “riserva (di lusso) della Repubblica”, ma lo stesso ruolo, e lo stesso prestigio, lo ha anche negli ambienti dell’Unione europea. Se dovesse toccare a lui, sarà verosimilmente una figura di mediazione tra gruppi europei, emersa dopo una probabile impasse sui nomi più “politici”, come la stessa [Ursula] von der Leyen: per tutelarlo, oggi, penso la cosa migliore sia evitare di bruciarlo e candidarlo a sua insaputa.

Tra slogan e candidature, che campagna elettorale ci apprestiamo a vivere rispetto al passato? Sembra ad esempio che la Presidente del Consiglio voglia sdoppiare la propria identità. Da un lato Giorgia che si candida alle Europee e dall’altra Meloni, leader responsabile.
La campagna di Fratelli d’Italia sarà mirata a far coincidere il partito con la figura della premier. Personalizzare, polarizzare e trasformare il voto in un referendum sul governo: questi gli obiettivi della loro strategia. Il Pd invece penso farà una campagna diversa: con un ruolo importante di Elly Schlein, ma anche valorizzando le liste, che mi sembrano molto forti, partendo da [Stefano] Bonaccini a Nord-Est e passando per i tanti amministratori e parlamentari uscenti candidati. Il traino delle preferenze potrebbe portare al Pd qualche consenso in più rispetto a quello che vediamo nei sondaggi. I Cinquestelle, invece, hanno il rischio inverso. Poi, c’è la candidatura più spiazzante di questa tornata elettorale: quella di Vannacci, che potrebbe fare un risultato personale importante, forte di una visibilità da leader nazionale. Alla Lega porterà qualche consenso, e ne toglierà altrettanti, ma darà anche grande sponda a molti avversari, che cercheranno di utilizzarlo per polarizzare. Forza Italia è un’incognita, ma può veramente superare il Carroccio. L’Alleanza Verdi-Sinistra ha fatto liste ottime: il nome di Ilaria Salis è stato una sorpresa e penso porterà consensi umanitari trasversali, ma anche Ignazio Marino e Mimmo Lucano sono colpi notevoli. La grande incognita sono gli Stati Uniti d’Europa: devono trovare una chiave comunicativa più positiva nell’ultimo mese, devono parlare di Europa, di futuro, ponendosi come il grande riferimento degli ultra-europeisti.

In termini di tendenza quanto un voto positivo per le forze socialiste, liberali e popolari moderati potrà essere di indirizzo per l’altro elettorato, quello statunitense che a novembre sceglierà il futuro inquilino della Casa Bianca?
Penso che i due voti siano completamente slegati. Un cittadino americano che vota alle elezioni presidenziali sceglie tra Joe Biden e Donald Trump. Non c’è spazio per il resto. Soprattutto oggi, in tempi di iper-polarizzazione. Poi, devo anche dire, non sono convinto che popolari e liberali europei siano unanimemente sostenitori di Biden…

Chiudiamo sull’Ucraina e la questioni internazionali. Su queste pagine ci concentriamo spesso su propaganda russa e sostegno delle opinioni pubbliche alla causa ucraina. Quanto pesa in termini elettorali tutto questo?
Pesa molto poco: la maggioranza degli elettori, come dicevo, alle elezioni europee vota pensando all’Italia. Ma ci sono alcuni segmenti di elettorato che si attivano fortemente sul tema: non incidono troppo in numeri assoluti sui consensi globali dei principali partiti, ma possono fare la differenza in termini di preferenze nel sostegno ai candidati.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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