Lontano dagli occhi (di Washington) L’ambigua influenza della Cina sull’energia latinoamericana

Pechino domina il mercato sudamericano di pannelli solari, veicoli elettrici e batterie: in due anni le esportazioni cinesi sono quasi raddoppiate di valore. Un fenomeno che Joe Biden, dalla Casa Bianca, sta osservando con grande inquietudine

Un impianto industriale che produce carbonato di litio per la fabbricazione di batterie, in Bolivia (AP Photo/LaPresse, ph. Juan Karita)

Qualche settimana fa Reuters ha raccontato come l’amministrazione di Joe Biden abbia pressato il governo messicano affinché non offrisse agevolazioni alle case automobilistiche cinesi interessate ad aprire degli stabilimenti nel Paese. La notizia non stava tanto nel successo di quelle sollecitazioni – del resto il Messico è economicamente dipendente dagli Stati Uniti –, quanto nelle paure che avevano portato Washington a intervenire negli affari del vicino: la Casa Bianca, cioè, temeva che la Cina si mettesse ad assemblare in Messico veicoli elettrici da esportare in territorio statunitense, approfittando del libero scambio. Uno scenario del genere avrebbe rappresentato un rischio politico per Biden, che ha dedicato la sua presidenza alla reindustrializzazione green degli Stati Uniti proprio per contrastare la concorrenza cinese, disincentivandola e tenendola lontana.

Se gli occhi e le parole degli Stati Uniti sono forti in Messico, Paese nordamericano ma anche punto d’inizio dell’America Latina, nel resto del continente lo sguardo e la voce della Casa Bianca fanno più fatica ad arrivare. E dato che la competizione con la Cina riguarda anche le tecnologie pulite, tra i politici e gli analisti a Washington si guarda con una certa preoccupazione alla presenza fortissima di Pechino nei mercati sudamericani delle clean tech e dell’energia a emissioni zero. Dal 2021 al 2023 le esportazioni cinesi di pannelli solari, batterie al litio e veicoli elettrici in America Latina sono quasi raddoppiate di valore, superando i nove miliardi di dollari. L’inquietudine statunitense è amplificata dal fatto che la Cina investe parecchio sia nel settore delle materie prime (i maggiori depositi al mondo di litio si trovano tra Cile, Argentina e Bolivia), sia in quello della trasmissione di elettricità.

Il think tank Atlantic Council ha scritto che «l’influenza cinese sull’energia latinoamericana è grande, impattante, ambigua e potenzialmente rischiosa in determinati contesti». Ma qual è, esattamente, il rischio di utilizzare un pannello fotovoltaico o un’auto elettrica cinesi? Gli Stati Uniti pensano che queste automobili potrebbero raccogliere dati sensibili sugli spostamenti delle persone o sulle strutture militari; mentre gli inverter dei pannelli solari (dispositivi che convertono la corrente prima dell’immissione in rete) potrebbero contenere delle backdoor per l’accesso e la disattivazione da remoto. È difficile valutare quanto siano fondati questi timori, ai quali comunque si aggiunge – secondo Washington – un rischio di natura politica: la Cina potrebbe sfruttare la sua dominanza economica per ottenere concessioni di varia natura dai governi sudamericani, dalle condizioni commerciali favorevoli al sostegno nelle sedi internazionali sulle dispute territoriali.

L’Economist ha riassunto bene la situazione. Nel 2023 il novantanove per cento dei pannelli solari e il settanta per cento dei veicoli elettrici importati dai Paesi latinoamericani erano stati prodotti in Cina. Oltre il novanta per cento delle batterie introdotte sul mercato sudamericano era cinese. Ci sono più autobus cinesi a Santiago, in Cile, che in qualsiasi altra città al di fuori della Cina. È un bene o un male? Da un lato, infatti, i dispositivi cinesi sono economici e possono ridurre i costi della decarbonizzazione, permettendo al Sudamerica di sfruttare il suo potenziale rinnovabile e ridurre gli acquisti di combustibili fossili dall’estero. Dall’altro lato, l’affidamento eccessivo alle importazioni dalla Cina, oltre ai rischi già visti, potrebbe impedire alla regione di ritagliarsi degli spazi nella filiera delle clean tech.

Ma in alcuni settori, come quello dell’assemblaggio di automobili e dell’estrazione di minerali critici, le società cinesi stanno investendo direttamente. BYD Auto, per esempio, sta costruendo uno stabilimento in Brasile che sarà il più grande al di fuori dell’Asia – con una capacità iniziale di centocinquantamila veicoli l’anno –, scommettendo sull’elettrificazione della mobilità in un mercato vasto ma ancora poco sviluppato. Attraverso MMG Limited, la Cina controlla la miniera di Las Bambas in Perù, che vale da sola il due per cento dell’offerta globale di rame. Tianqi e Ganfeng operano in Cile e in Argentina, rispettivamente al secondo e al quarto posto nella classifica dei Paesi produttori di litio. Il colosso CATL spenderà 1,4 miliardi di dollari nell’estrazione del litio in Bolivia.

Nella supply chain delle batterie, però, il vero valore aggiunto non si trova nella fase di prelievo delle materie grezze ma in quella di lavorazione: per questo è stata notevole – e infatti la annunciò il presidente Gabriel Boric in persona – la decisione di Tsingshan di investire duecentotrentatré milioni nella produzione di composti per le batterie al litio-ferro-fosfato in Cile. In Argentina, Zijin ha in programma un impianto di carbonato di litio dal valore di trecentottanta milioni.

Oltre alle miniere, che le permettono di proiettare influenza sui mercati globali delle commodities, la Cina in Sudamerica è parecchio inserita in un altro settore sensibile: quello della trasmissione dell’energia elettrica. Ad esempio, il gruppo statale State Grid ha acquisito due dei principali distributori di elettricità in Cile e adesso controlla la metà del mercato nel paese; in Perù, similmente, dopo una serie di acquisizioni di aziende locali, le società statali cinesi dominano nella distribuzione di elettricità a Lima. Il rischio sistemico in questo caso è molto alto perché si tratta di infrastrutture critiche che consegnano a Pechino il potere di sospendere il flusso degli elettroni; rischio che cresce ulteriormente se le compagnie cinesi hanno il controllo anche sugli impianti di generazione. 

La presenza della Cina nel settore eolico sudamericano è invece significativa ma non assoluta come nel caso del fotovoltaico. Pechino potrebbe anche inserirsi nel comparto della produzione e del trasporto marittimo di idrogeno verde – magari in forma di ammoniaca, come si sta pensando di fare a Punta Arenas, all’estremità meridionale del Cile –, ma si tratta di una filiera ancora tutta da sviluppare.

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