Terreni infertili È emergenza acqua

L’Italia sembra essersi divisa in due e due sembrano gli scenari agricoli che si prospettano. Da una parte i raccolti rovinati, dall'altra quelli mai nati. La causa è sempre la stessa: una troppa o nulla mancanza di pioggia

Se il nord conta ancora i danni da maltempo delle ultime settimane, con ricadute che sull’agricoltura che andranno valutate attentamente nei prossimi giorni, al sud la situazione è diametralmente opposta. I raccolti in alcuni casi non sono neppure riusciti a partire: non si tratta di perdite, ma di qualcosa che non è mai nato. I cambiamenti climatici costringono a una riflessione seria e puntuale, che non può aspettare: non parliamo più di un’emergenza, di qualcosa che non si poteva prevedere. Ora la situazione è quella di una normalità che va affrontata senza se e senza ma. 

L’Italia è come divisa in due, con due inverni diversi, con due habitat diversi. Andando a guardare la mappa creata dall’Osservatorio Pioggia e siccità de Il Sole 24 Ore si avverte una sensazione ben distinta con metà del paese sotto la pioggia e l’altra metà che invoca la caduta anche solo di due gocce d’acqua. 

Di emergenza normalizzata si parla, ad esempio, nel settore dell’apicoltura siciliana, tra le regioni più a rischio siccità: «Noi apicoltori già da un decennio gridiamo al vento che i cambiamenti climatici stanno rendendo impossibile l’apicoltura da reddito. Stiamo assistendo all’emergere di una nuova categoria socio ambientale climatica: la calamità naturale permanente» – ha denunciato qualche giorno fa Antonino Coco, presidente dell’Associazione Regionale Apicoltori Siciliani. E proprio per la Sicilia, qualche settimana fa il Consiglio dei ministri ha deliberato lo stato di emergenza nazionale per una durata di dodici mesi, stanziando anche 20 milioni per i primi interventi già in corso. Una situazione, quella siciliana, che ha sicuramente anche altre problematiche interne dovute storicamente alla malavita organizzata, ma che in questa situazione climatica trova ancora più spazio e voce. 

La situazione non è diversa neppure nell’altra isola maggiore: la Sardegna sembrava si fosse salvata dal problema siccità, quando a marzo i bacini hanno cominciato a riempirsi grazie alle piogge. Oggi il dramma è alle porte con allevatori e agricoltori che invocano l’aiuto da più parti. «La situazione idrica è arrivata oltre il limite. Già da tempo e in questi giorni lo abbiamo rilanciato a vari livelli alla politica, abbiamo denunciato questa situazione sempre più insostenibile per il mondo delle campagne che ha bisogno di interventi strutturali importanti che garantiscano a tutte le aree agricole il giusto approvvigionamento di acqua, soprattutto in fasi climatiche come quella attuale stiamo continuando a condividere questi problemi e le nostre richieste in maniera approfondita sensibilizzando la politica e ci attendiamo da subito risposte concrete» – ha commentato qualche giorno fa Antonello Fois, presidente Coldiretti Nord Sardegna durante un incontro con i sindaci  proprio per mettere nero su bianco le esigenze di un’isola che non ci sta ad assistere inerme alla distruzione della sua principale fonte economica. 

Il problema si pone un po’ dappertutto, anche nel Nord Sardegna, diviso tra un crescente ricorso alle irrigazioni, acquisto di risorse idriche e di foraggi per il bestiame. «La situazione in Gallura è a dir poco disperata» denuncia Michele Filigheddu, allevatore di bovini. «Tutto l’inverno le calde temperature e i venti alternati freddi e caldi hanno bloccato completamente lo sviluppo delle piante e molti erbai, in particolare di avena che oggi dovrebbero essere alti almeno un metro e mezzo, sono solo di pochi centimetri. Una siccità che però non è finita qui: le sorgenti sono quasi a secco e gli approvvigionamenti di acqua sono bloccati. Molte aziende stanno ricorrendo all’utilizzo di autobotti per dar da bere agli animali ma non basta: le istituzioni devono richiedere lo stato di calamità naturale, perché non saremo in grado di affrontare i costi onerosi per poter acquistare i foraggi». In alcuni comuni c’è proprio il divieto di irrigare i terreni, ma c’è chi denuncia una disparità di favori, in contrasto con le normative di emergenza: laddove c’è il turismo e il lusso dei hotel, l’acqua si può usare e il verde è rimasto. Una sorta di coperta che vuole ammantare una parte dell’economia, quella più “povera” in qualche modo, dei campi e degli animali, a favore dei flussi turistici e di un’immagine della Sardegna che ha il compito di rimanere quel paradiso terrestre, che tutti sognano. 

A essere sotto il mirino della calamità un po’ tutti i micro settori dell’agricoltura. Quest’anno, ad esempio, si avrà un’inflessione ancora più forte per quanto riguarda il grano. E anche il mondo del vino, uno dei trainanti negli ultimi anni, che ora si interroga su quale sarà il futuro irrimediabilmente in mano ai mutamenti del clima. Da qualsiasi angolo lo si guardi, il problema della siccità miete vittime: «Dichiarare lo stato di calamità è un passo fondamentale per sbloccare le risorse necessarie e sostenere le nostre comunità rurali con le loro attività produttive, fortemente colpite da una crisi che sembra non dare tregua i nostri agricoltori e allevatori, pilastri fondamentali delle comunità locali, si trovano ormai allo stremo, con conseguenti problemi economici attuali e futuri» ha sottolineato anche Giorgio Demurtas, presidente di Coldiretti Cagliari. Segno che ogni angolo dell’isola è infestato da una siccità che non solo provocherà ingenti danni economici, ma che potrebbe portare, come spesso capita, anche a tragedie già scritte, come le alluvioni che trovano materia fertile in terreni aridi e privi di vita. 

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