Tutela comuneI contorni dell’ecocidio e i “nuovi” reati ambientali dell’Unione europea

Dopo l’assist di Bruxelles, la palla passa ora agli Stati membri, che devono fornire un perimetro preciso a questo reato così scivoloso e difficile da definire (e far rispettare). Ne abbiamo parlato con Paola Ficco, giurista ambientale

AP Photo/LaPresse

Per ecocidio, in linea teorica, si intende qualsiasi opera di consapevole distruzione dell’ambiente naturale, ma le definizioni sono tante e oggetto di discussione. Nella legislazione italiana si parla di «atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti». La definizione legale di ecocidio è piuttosto recente, proposta nel 2021 da un gruppo di esperti incaricati da Stop Ecocide Foundation, l’Ong ambientalista fondata nel 2019 che lavora attivamente da anni per rendere l’ecocidio un crimine internazionale.

Ma facciamo un passo avanti. Il 27 febbraio 2024 il Parlamento europeo ha approvato una direttiva, precedentemente concordata con il Consiglio, in cui, oltre alla definizione dei reati ambientali, viene utilizzato per la prima volta il termine ecocidio. Sul documento in questione, però, non compare una definizione legislativa dello stesso. Il Consiglio ha approvato il 26 marzo un’altra direttiva che aumenta il numero di reati previsti da nove a venti, tra cui il commercio illegale di legname, l’esaurimento delle risorse idriche e le gravi violazioni della legislazione in materia di sostanze chimiche, oltre a introdurre la clausola relativa ai «reati qualificati», che portano «alla distruzione di un ecosistema e sono quindi paragonabili all’ecocidio (ad esempio gli incendi boschivi su vasta scala o l’inquinamento diffuso di aria, acqua e suolo). Per i reati qualificati è previsto un massimo di otto anni di reclusione, per quelli che causano la morte di una persona dieci anni e per tutti gli altri cinque anni.

Anche prima che venisse introdotto il concetto di ecocidio, il danneggiamento dell’ambiente costituiva reato già in molti Paesi. A tal proposito, la giurista ambientale Paola Ficco ha spiegato a Linkiesta che «anche questi nuovi reati sono a tutti gli effetti reati ambientali, poi li ascriviamo sotto il nome di ecocidio». Tuttavia, continua l’esperta, «nella direttiva europea questo termine è usato una volta sola all’interno del preambolo». 

La sua effettiva definizione a livello normativo si rimanda al futuro, poiché, come precisa l’esperta, «moltissimo è rimesso agli Stati membri, che dovranno dare contorni molto precisi alle varie ipotesi di reati che andranno a delineare». La giurista ha sottolineato anche che «in materia di sanzioni penali vige il principio di tassatività, che impone al legislatore penale l’obbligo di uniformarsi a una tecnica di formulazione della norma che consenta di assicurare una precisa individuazione della fattispecie legale con cui ci si confronta». 

Tutto questo è finalizzato alla massima comprensione da parte del cittadino di ciò che è lecito e ciò che non lo è. «È ovviamente un corollario del principio di legalità, il famoso nullum crimen sine lege, che sappiamo bene essere un palladio delle libertà politiche degli ordinamenti democratici». In altre parole, più precise saranno le norme e più sarà facile individuare i casi illegali specifici.

Secondo quanto reso noto lo scorso mese da Bruxelles, chi commetterà queste e altre tipologie di reati ambientali sarà punibile con la reclusione, a seconda della durata, della gravità e della reversibilità del danno. Dal momento della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire le norme nel diritto nazionale. Per quanto riguarda l’Italia, dice Ficco, «i nostri giudici hanno uno strumento potente, che è l’articolo 133 del codice penale, il quale indica i confini dell’azione e dispone quando nell’esercizio del potere discrezionale il giudice deve tenere conto della gravità del reato e del danno, desumendola da parametri oggettivi e che sono indicati dal codice». 

Il termine ecocidio è comparso per la prima volta negli anni Settanta in riferimento allo spargimento di diserbanti da parte degli Stati Uniti in Vietnam, causando gravi danni a milioni di persone e migliaia di chilometri quadrati di foreste e coltivazioni. Il Vietnam è stato infatti, nel 1990, il primo Paese al mondo a introdurre il reato di ecocidio, definito dal codice penale nazionale un crimine contro l’umanità sia in tempo di pace, sia di guerra. Una precisazione importante dal momento che spesso il reato di ecocidio è stato associato ai reati di guerra, forse proprio a causa della sua origine. Il testo approvato dall’Unione europea però non reca alcun riferimento a conflitti armati o a guerre. Secondo Paola Ficco, «questo aspetto di natura bellica è solo una fonte ispiratrice ma non costituisce alcun limite sull’individuazione di questa tipologia di reati. Più verosimilmente si connette alle attività di carattere economico». 

Oltre a dare una definizione del reato, il gruppo Stop Ecocide International ha anche chiesto che l’ecocidio venisse aggiunto ai crimini giudicati dalla Corte penale internazionale dell’Aja, insieme ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità e ai genocidi. Secondo Paola Ficco, significherebbe «avere una maggiore sensibilità rispetto al tema. Sicuramente l’inserimento presso la giurisdizione della suprema corte fa sì che si guardi a questa tipologia di condotte con una attenzione particolare e assai più sensibilizzata anche a livello Nazionale e anche laddove non fosse previsto con il nome specifico di ecocidio». 

Nel documento si parla anche dell’introduzione del reato di immissione sul mercato di un prodotto il cui impiego su vasta scala comporti lo scarico, l’emissione o l’introduzione di un quantitativo di materiali, sostanze, energia o radiazioni ionizzanti nell’aria, nel suolo o nelle acque (e possa provocare danni all’ambiente o alla salute umana). Si accenna, inoltre, alla gestione illecita dei rifiuti pericolosi e dei materiali radioattivi e al commercio illegale di specie selvatiche – anche se questo riguarda prevalentemente i Paesi asiatici – e la contaminazione delle acque. 

Alcuni casi potrebbero ipoteticamente riguardare l’Italia, se si pensa ad esempio alla gestione dei liquami negli allevamenti intensivi. Potrebbero diventare perseguibili penalmente per il crimine di ecocidio anche coloro che danneggiano i fondali oceanici tramite pesca industriale a strascico, fuoriuscite di petrolio, estrazione mineraria in alto mare, inquinamento da plastica, deforestazione. Un caso specifico potrebbe riguardare l’abbattimento dei larici per la costruzione della pista da bob in vista delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Perché questi casi siano puniti, però, «occorrerà che la nostra legge individui in modo esatto e preciso se anche il taglio degli alberi per far spazio a impianti sportivi sarà ascrivibile a deforestazione selvaggia oppure no».  

Da un punto di vista economico, «l’Italia è chiamata a una grandissima sfida, perché dovrà fondamentalmente porre in essere l’eco-bilanciamento degli interessi contrapposti». Ora più che mai, prosegue la giurista ambientale, «occorre considerare il modo di produrre e commercializzare, che va accompagnato dall’osservanza delle regole sul DNSH europeo, quindi non produrre danni significativi all’ambiente». 

«La situazione è giunta al capolinea», sostiene Paola Ficco. «Da tempo si parla di conflitto ambientale e sistemi produttivi. Finalmente siamo arrivati a un punto in cui le due situazioni non devono essere più in conflitto, ma devono accompagnarsi in un sistema di eco-temperamento con interessi che non devono essere opposti ma finalizzati allo stesso fine, quello della tutela comune», aggiunge.

«Penso che sarà fondamentale assumere definizioni che siano esatte, non dobbiamo ripetere la “difficile” esperienza del reato di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, previsto ora nel codice penale, dove la fattispecie è delineata in termini così astratti che non è pensabile che su reati così importanti il potere di definire questa fattispecie venga nuovamente rimesso alla giurisprudenza», conclude. 

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