Dati alla manoIl divieto di fumo all’aperto è una misura con concreti benefici ambientali

Milano e Torino, così come altre città in Europa e nel mondo, hanno agito sulla base di numeri concreti. Al di là delle questioni culturali e sanitarie, lo stop riduce i livelli PM10 e PM 2,5, contribuendo al tempo stesso a mitigare il problema dei rifiuti dispersi nell’ecosistema

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Come già accaduto a Milano nel 2021, a metà aprile 2024 anche Torino ha introdotto il divieto di fumare all’aperto. Già previsto in ogni caso in presenza di bambini e donne in gravidanza, il divieto è stato ulteriormente esteso dal consiglio comunale torinese: è proibito fumare in qualunque luogo all’aperto a una distanza inferiore di cinque metri da altre persone, a meno di non avere il loro esplicito consenso. «Può essere considerata una misura sanitaria, ma è soprattutto una questione culturale di rispetto dei non fumatori e di buona educazione», ha dichiarato il consigliere Silvio Viale dei Radicali che ha proposto l’introduzione del divieto valido per sigaretta, sigaro, pipa, tabacco riscaldato e sigaretta elettronica.

Sull’aspetto sanitario non ci sono dubbi, come tentano di ricordare anche le fotografie e i claim stampati sui pacchetti di sigarette. Sono almeno ventisette le malattie notoriamente correlate al fumo: si va dalle patologie cardiorespiratorie a vari tipi di tumore, che solo in Italia ogni anno causano oltre quarantatremila decessi. I rischi per la salute riguardano anche i non fumatori involontariamente esposti al fumo passivo, classificato come cancerogeno già dal 2004: secondo l’Oms è causa ogni anno di 1,2 milioni di morti premature al mondo, di cui sessantacinquemila sono bambini.

La differenza tra outdoor e indoor non è poi così rilevante. Come ricorda l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti, quando si fuma all’aperto tendenzialmente nell’aria c’è una concentrazione di sostanze nocive inferiore rispetto a quando si fuma al chiuso, ma non per questo l’esposizione a quel fumo passivo può essere considerata sicura: gli effetti nocivi ci sono comunque. È allora davvero una questione culturale e di rispetto altrui eliminare il fattore di rischio del fumo non solo nei luoghi chiusi, cosa che in Italia accade già dal 2005 grazie alla legge Sirchia, ma anche all’aperto. 

Smettere di fumare all’aperto riduce l’inquinamento?
Accanto al tema sanitario e culturale, però, il divieto di fumare all’aperto chiama in causa anche il tema ambientale. Anticipando il provvedimento che da lì a poco sarebbe entrato in vigore in alcune aree del territorio comunale, nel 2020 il sindaco di Milano Beppe Sala aveva indicato il fumo come una delle cause dell’inquinamento cittadino. In effetti ci sono diversi studi a supporto di questa tesi. 

La combustione di una sigaretta produce e rilascia nell’aria varie sostanze, tra cui particolato fine (il cosiddetto PM10) e ultrafine (PM2,5): le famigerate polveri sottili che ciclicamente rendono l’aria delle città irrespirabile, insomma, e che in più sono causa di morti premature, malattie cardiorespiratorie e allergie. Secondo uno studio presentato nel 2016 e condotto dalla Tobacco Control Unit insieme al dottor Roberto Boffi, pneumologo dell’Istituto Nazionale dei Tumori, la quantità di PM10 prodotta da una locomotiva a gasolio è pari a quella rilasciata da cinque sigarette.

Risale allo stesso anno un altro interessante studio, pubblicato sullo European Respiratory Journal, che mette a confronto l’inquinamento causato dal fumo di sigaretta con quello causato dalle auto. La premessa è che il fumo passivo diventa particolarmente problematico nelle vie strette e circondate da edifici abbastanza alti, che limitano la circolazione dell’aria. Per il test è stata dunque scelta una zona con queste caratteristiche a Milano, nel quartiere Brera: via Fiori Chiari e via Pontaccio. Distanti una sessantina di metri una dall’altra, le due strade corrono parallelamente e hanno una simile conformazione “a canyon”: la prima è però una via pedonale, la seconda una strada trafficata in cui (all’epoca dello studio) passavano settecento-mille automobili l’ora.

In seguito alle rilevazioni dei livelli di particolato e nicotina, è emerso che nelle ore serali, cioè dalle 18 alle 24, la qualità dell’aria era peggiore nella zona pedonale che in quella trafficata a causa del maggiore numero di sigarette fumate all’aperto. Dopo la mezzanotte – con la chiusura di bar, dehor e ristoranti e con la diminuzione dei passanti – la qualità dell’aria nella zona pedonale migliorava gradualmente e la zona trafficata tornava a essere quella con i più alti livelli di particolato. L’Istituto dei Tumori di Milano in precedenza aveva svolto una simile indagine durante una partita a San Siro, registrando all’interno dello stadio livelli di PM2,5 e di nicotina rispettivamente 2,1 e 26 volte maggiori rispetto all’esterno. 

L’impatto dei mozziconi sull’ambiente
«Non gettare niente: il mare comincia qui», si legge su una targa fissata a un tombino in un’immagine recentemente condivisa dall’associazione no profit Plastic Free. È una fotografia che permette subito di immaginare il secondo possibile beneficio ambientale legato alla riduzione del consumo di sigarette all’aperto. Gettati distrattamente a terra, i mozziconi non spariscono nel nulla (come forse piace pensare quando li si vede sprofondare nel buio di un tombino, appunto) ma diventano un rifiuto problematico che impiega più di dieci anni per decomporsi. E, mentre lo fa, rilascia nell’ambiente microplastiche, nicotina, sostanze chimiche e metalli pesanti.

I filtri di sigaretta sono tra i rifiuti di plastica monouso più diffusi sulle spiagge, anche italiane, con effetti negativi per l’ecosistema e per la fauna marina. La direttiva Ue sulla plastica monouso, che interessa anche le sigarette con filtri di plastica, ha cercato di mettere un freno al problema; che però non smetterà davvero di esistere finché si continueranno a disperdere mozziconi (e non solo) nell’ambiente. Secondo la campagna Marevivo, in Italia circa il sessantaquattro per cento delle sigarette fumate nei luoghi pubblici all’aperto finisce per terra. Come suggeriscono alcune ricerche, imporre il divieto di fumare in strade, parchi, campus e altre aree all’aperto potrebbe contribuire a limitare il numero di mozziconi gettati a terra e il conseguente impatto ambientale.

Non solo Torino e Milano
Torino è la seconda grande città italiana a introdurre il divieto di fumare all’aperto dopo Milano, dove già dal 2021 è proibito accendere sigarette & co. nei parchi (a meno di essere ad almeno dieci metri di distanza da altre persone), alle fermate di taxi e mezzi pubblici, nei cimiteri e nelle aree gioco, ricreative e sportive. Dal 2025 il divieto di fumare all’aperto verrà esteso ovunque, a meno di non trovarsi ad almeno dieci metri di distanza da altre persone. Anche altri più piccoli comuni italiani hanno intrapreso la stessa strada. Bibione, frazione di San Michele al Tagliamento in Veneto, ha imposto per prima in Italia il divieto di fumo in spiaggia nel 2019 ed è stata seguita da svariati lidi in Sardegna, Emilia-Romagna, Lazio e Puglia.

Il divieto di fumare all’aperto è da tempo in vigore anche in altre parti del mondo: in alcune aree pubbliche outdoor nello stato di New York, ad esempio, ma anche nelle spiagge della California, in spiagge e parchi giochi in Spagna, nei parchi di Parigi, in alcune zone di Cape Town e in varie aree urbane statunitensi e giapponesi, Tokyo inclusa. Mecca e Medina, in Arabia Saudita, hanno annunciato che sarebbero diventate città smoke free nel 2001, mentre Melbourne, in Australia, lo è dal 2016. La Svezia, le cui politiche antifumo l’hanno già resa il Paese europeo con il più basso tasso di fumatori, punta a diventare completamente smoke-free

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