
La Russia fornirà all’Iran i Sukhoi Su-35, caccia da combattimento di quarta generazione a lungo desiderati dal regime iraniano e finora mai concessi dal Cremlino, che fino all’invasione dell’Ucraina è stato sempre molto attento a coltivare i suoi legami con Teheran senza intaccare la relazione speciale con Israele. A dare la notizia è il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth citando media iraniani e arabi, mentre i governi di entrambe le parti non confermano né smentiscono. L’Iran ha un temibile arsenale missilistico ma una pessima forza aerea, la fornitura di caccia russi rappresenterebbe un significativo passo avanti nell’hard power del regime, e probabilmente sarà seguita dal trasferimento dei sistemi di difesa antiaereo S-400 (attualmente l’Iran possiede i meno efficaci S-300) per proteggere le basi che ospiteranno i nuovi caccia.
Le conseguenze della guerra in Ucraina hanno spinto Mosca a intensificare le relazioni con Teheran, che a differenza del passato adesso si basano su un rapporto di forza molto più equilibrato, quasi alla pari nonostante la sproporzione di status tra una potenza nucleare continentale con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e una potenza regionale iper-sanzionata da decenni. La Russia adesso ha bisogno del know-how iraniano nella produzione di armamenti a basso costo e alto impatto come i droni Shaded-136 usati contro l’Ucraina, e nella costruzione di schemi finanziari e logistici per aggirare le sanzioni occidentali.
La dinamica che ha spinto la Russia verso l’Iran è la stessa che ha portato Vladimir Putin ad accogliere con tutti gli onori il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, che in cambio delle forniture di mezzi blindati e munizioni sta ricevendo dai russi forniture di grano e petrolio, ma soprattutto accesso ai componenti e alle competenze del settore aerospaziale russo. Come scritto nero su bianco in un documento interno del governo russo di cui il Washington Post ha rivelato il contenuto il 17 aprile, oggi è in corso un’offensiva comune contro l’Occidente da parte di Russia, Iran e Corea del Nord, con il sostegno della Cina, la grande potenza globale senza la quale nessuno di questi regimi riuscirebbe a resistere alla pressione sanzionatoria.
Il partner di gran lunga più significativo in questa convergenza infatti è Pechino, che ha fornito a Mosca un’ancora di salvezza che va oltre le normali attività commerciali, permettendo al settore militare-industriale russo di accedere alle esportazioni di tecnologia necessarie a produrre missili, carri armati e aerei con cui portare avanti la guerra d’aggressione contro l’Ucraina.
Pechino è fondamentale anche per Teheran, che ha come principale fonte di entrate l’esportazione di petrolio, il 90 per cento del quale viene acquistato dalle raffinerie private cinesi raggruppate nella provincia di Shandong, le cosiddette “teiere”. Queste raffinerie negli anni hanno sviluppato metodi per eludere le sanzioni occidentali al greggio iraniano attraverso transazioni esclusivamente in yuan, un sistema cinese di compensazione e regolamento (noto come CIPS), e l’utilizzo di istituzioni finanziarie locali isolate dai grandi operatori del commercio internazionale come la Banca di Kunlun.
Grazie alle teiere le esportazioni petrolifere dell’Iran sono ai massimi dal 2018 (cerano crollate durante il periodo della strategia della massima pressione su Teheran adottata da Donald Trump), una fonte di entrate che ha alimentato l’aggressività del regime degli ayatollah. Il ministro del Petrolio Javad Owji ha detto che l’anno scorso le esportazioni di greggio hanno generato più di 35 miliardi di dollari, sottolineando che «nonostante la volontà dei nostri nemici oggi possiamo esportare barili ovunque».
A unire Russia, Iran, Corea del Nord e Cina non è l’ideologia, e nemmeno le convergenze di lungo periodo. La volontà di indebolire l’occidente e i suoi alleati regionali è più che sufficiente ad alimentare il coordinamento di quello che molti analisti e politici hanno definito come il nuovo “asse del male”, rievocando la sfortunata definizione usata dal presidente George W. Bush all’inizio della lunga stagione della guerra al terrorismo dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Tuttavia, è errato considerare questo gruppo semplicemente come un asse del male 2.0. La definizione dell’epoca comprendeva Iraq, Iran e Corea del Nord, tre regimi molto diversi. I primi due si erano fatti la guerra, il terzo era dall’altra parte del mondo, le relazioni tra loro erano minime. I rapporti tra Russia, Iran, Corea del Nord e Cina invece sono molto più intensi e strutturati, sul piano economico, politico e militare.
In un articolo su Foreign Affairs il politologo statunitense Hal Brands sostiene che è improbabile che Russia, Iran, Corea del Nord e Cina sigillino la loro alleanza con un trattato paragonabile a quello degli Stati Uniti con i suoi alleati. Secondo Brands le autocrazie non hanno bisogno di vincolarsi a un sistema di alleanze come quello delle democrazie governate dallo stato di diritto, la loro struttura verticistica non richiede patti così strutturati. I regimi preferiscono limitarsi ad accordi meno vincolanti e soluzioni pratiche che gli consentono di restare nell’ambiguità. Non per questo però la minaccia posta dall’alleanza delle autocrazie è meno pericolosa.