SalvateliLe celebrità engagé e i giovani che non distinguono tra imperativo morale e posizionamento sociale

L’appello di cantanti, attrici e icone gay a Jill Biden sulla Palestina ricorda, ventidue anni dopo, uno storico Jovanotti contro la guerra. Ma lo fanno solo per fotogenia, come le giovani scrittrici pro Pal al Salone di Torino

Alberto Gandolfo / LaPresse

Era ventidue anni fa, che per certe cose son ventidue secoli e per altre son ventidue minuti. Non c’erano i social, per dire. Io scrivevo per il femminile del Corriere, che vendeva vagonate di copie (a raccontarlo oggi, non sembra neanche vero).

Siccome le pagine chiudevano in tipografia dieci giorni prima dell’uscita, se volevi coprire l’attualità dovevi farti venire un’idea. Farsi venire un’idea era esercizio che davamo tutti per scontato di dover fare: è la grande differenza tra i giornali di allora e i giornali di oggi, le canzoni di allora e le canzoni di oggi, i programmi di allora e i programmi di oggi.

L’idea di Lorenzo Jovanotti era stata quella di lanciare il suo nuovo disco con una canzone contro la guerra, “Salvami”, che avrebbe cantato in qualunque programma televisivo fosse stato disposto a ospitarlo. La mia idea era stata: lo seguo e racconto una settimana di studi televisivi in cui portare una canzone che parla del G8 e della Fallaci.

Avevo 29 anni, Lorenzo ne aveva 35: eravamo due bambini, in quella pericolosissima fase in cui i bambini si percepiscono adulti. Questo non perché servano giustificazioni per allora, ma per dare una linea-guida a chi parla dei trentenni di oggi come fossero, appunto, adulti.

Il testo di “Salvami” era il testo d’una canzone: le canzoni vivono in un loro universo d’incantesimi in cui la semplificazione è un diritto e un dovere, e infatti la più famosa delle canzoni pacifiste è “Imagine”, il cui testo ha la complessità psicologica del compito in classe d’una terza elementare.

«Le otto principesse e i settecento nani, le armi, gli scudi, i diritti umani. I corvi che gracchiano “Rivoluzione!”, però non c’è pietà e non c’è compassione: il sangue si coagula sul pavimento, s’inceppa l’articolazione del movimento, la voce che balbetta, la speranza che inciampa, la capra che crepa, la capra che campa».

Anni dopo avrei chiesto a Lorenzo di fare un paragone tra “Salvami” e la «grande chiesa» di “Penso positivo”, e lui mi avrebbe detto che quella di “Penso positivo” era una frase più precisa; ma aveva torto (gli autori non capiscono mica mai niente delle loro opere). “Salvami” era precisissima; se all’autore l’avevano tirata in faccia come una canzone inaccettabile, mentre “Penso positivo” era diventata un classico, era per quell’incognita che regola gli esiti delle cose umane: la capra che crepa, la capra che campa.

Comunque. A un certo punto, in una settimana di esibizioni in tutta la tv possibile, da Guardì in su e in giù, “Salvami” arriva da Bruno Vespa, che era Bruno Vespa ventidue anni fa e lo sarà tra ventidue anni.

Una redattrice di Vespa alla quale sono gratissima mi portò via d’imperio da dove stavo di solito a seguire queste registrazioni – con Lorenzo e il suo staff – e mi disse che il mio posto era in sala stampa, cioè dove stavano i giornalisti politici che seguivano le registrazioni di Vespa. Senza quella redattrice non avrei mai visto il dettaglio importante.

Il dettaglio importante non era Vespa che metteva a sedere Lorenzo e gli diceva ma dicci, caro, cosa pensi tu della guerra, e lui che rispondeva (vado a memoria) che la guerra è male e la pace è bene, il che allora lo faceva sembrare uno che non sa distinguere tra la realtà e le canzoni, e oggi lo renderebbe indistinguibile da un qualunque militante ventenne o trentennne intervistato e preso sul serio mentre dice banalità a una telecamera.

Il dettaglio importante era che, prima ancora che quello cantasse, in sala stampa speravano che Vespa facesse «una domanda a Jovanotti sull’ipotesi Fini agli esteri». Avevo ventinove anni e non sapevo trovarmi il culo con le mani, ma se mi è rimasto così impresso significa che persino allora mi colpì; significa che persino io ero meno ubriaca d’una classe giornalistica adulta che riteneva rilevante il commento d’un cantante su un incarico governativo.

All’epoca l’equivoco – forse il parere delle persone famose sulle buone cause conta qualcosa, influenza qualcuno, ha senso venga espresso pubblicamente – era più giustificabile: eravamo quasi vergini. Il discorso esasperato di Nanni Moretti a piazza Navona sarà un mese dopo Lorenzo da Vespa, i girotondi devono ancora arrivare, Michael Moore deve ancora vincere l’Oscar. La stagione delle celebrità engagé è solo all’inizio.

E poi venivamo dai gloriosi anni Ottanta in cui i cantanti s’erano incaricati di risolvere la fame nel mondo (senza riuscirci, ma fornendoci preziosi ritornelli). Certo, c’è il dettaglio che la fame nel mondo non era una causa controversa, non c’era il solito dualismo, stai con Togliatti o con Vittorini, con Coppi o con Bartali, con la Callas o con la Tebaldi, coi bambini con la pancia gonfia o con chi li affama.

Per le guerre è sempre un po’ più complicato, lo era persino quando il mondo non era un gigantesco palcoscenico e di secondo mestiere non facevamo tutti gli opinionisti. Per Lorenzo da Vespa s’irritarono gli opinionisti di destra (che facevano obiezioni che oggi sarebbero di sinistra: quel verso sulla Fallaci è maschilistaaaaa) e il Codacons, ma non s’indignò Vongola75. Chissà che delirio decuplicato sarebbe stato, a social aperti.

«Siamo madri e figlie e nonne e sorelle e sostenitrici della giustizia e semplici esseri umani, e se ci rivolgiamo a lei è perché sappiamo che anche lei è tutte queste cose». L’altro giorno su Instagram è comparso un video in cui signore famose di mezza età, cantanti, attrici, icone gay, Christine Baranski e Annie Lennox, Cynthia Nixon e Marcia Cross, chiedono a Jill Biden di attuare (in qualità di moglie?) un cessate il fuoco permanente.

È un video in cui si dicono cose ovvie e di buonsenso, come in generale sono sempre questi appelli che sembrano scritti dal Max Catalano di “Quelli della notte”: bisogna smettere di ammazzare la gente, non bisogna bombardare i civili, bisogna liberare gli ostaggi, non bisogna ammazzare i bambini palestinesi. Però queste cose ovvie e di buonsenso le dicono tizie famose in un settore professionale fatto di lustrini, e io resto basita che, dopo vent’anni di insuccessi nel perorare cause politiche, attori e cantanti ancora non abbiano capito che la loro adesione alle buone cause non solo non le risolve, ma ne peggiora la popolarità.

«Sappiamo che le immagini dei bambini affamati la staranno devastando», dice a un certo punto Cynthia Nixon, ed è un dettaglio interessante e secondo me indispensabile per capire chi in queste settimane ritiene di dover dire la sua: dobbiamo fare qualcosa per proprio questa tragedia qui perché proprio di questa tragedia qui ci arrivano le immagini sul telefono e ciò ci mette di malumore.

È un video lunare in ogni sua scelta. Quella di parlare da donna a donna, come fossero gli anni Cinquanta e certe cose si risolvessero tra mogli: sì, lo sappiamo che formalmente comanda tuo marito, però.

Ma soprattutto quella di pensare che Jill Biden possa non sapere cosa sta succedendo, possa aver bisogno che glielo dicano le attrici e le cantanti. Sarebbe una gran commedia: la moglie del presidente degli Stati Uniti che va in tv e dice «ma io non sapevo niente, se non me lo diceva Annie Lennox, canticchiavo sempre “Sweet Dreams” e quindi quando m’hanno detto che aveva una buona causa alla quale sensibilizzarmi ho prestato attenzione, fino ad allora m’era proprio sfuggita».

Certo, vale in generale per tutti, non solo per la gente famosa. Le giovani scrittrici che al Salone di Torino scandiscono slogan sulla Palestina libera mica saranno così sceme da pensare che i loro cinque minuti di fotogenia servano a liberare la Palestina. Servono al massimo a posizionarle tra i buoni. Some of them want to use you, some of them want to get used by you.

«La cultura che ignora la Palestina è solo posizionamento sociale», c’era scritto su un cartello torinese, e io cerco di non usare mai la categoria della malafede perché non mi sembra utile, ma l’alternativa all’intenzione manipolatoria è che chi l’ha scritto non si renda conto che non c’è più immediato posizionamento sociale, in questi mesi, che parlare di Palestina e Israele, un trending topic a lunga conservazione.

L’alternativa è che non capiate il mondo. D’altra parte siete – voi di Torino: Annie Lennox non ha neanche quella scusa lì – giovani: perché mai dovreste rendervi conto che quello che vi sembra imperativo morale è solo posizionamento sociale? Virtue signalings are made of this: who am I to disagree?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club