La via turcaIl petrolio russo continua ad arrivare in Europa, ha solo cambiato nome

In un anno il Vecchio Continente ha importato circa tre miliardi di euro di greggio dal Cremlino. Perché le sanzioni ci sono, ma è troppo facile aggirarle

AP/LaPresse

L’Unione europea è riuscita a sostituire le proprie dipendenze dalle importazioni di gas naturale russo affidandosi ad altri fornitori, oltre a incrementare l’impiego di altre fonti energetiche. La percentuale di import da Mosca è scesa dal quarantasei per cento nel 2021 al sedici per cento nel 2023, dai trenta miliardi di metri cubi stimati nel 2019 ai 2,3 miliardi dello scorso anno. Ma sul petrolio non è stata altrettanto diligente. L’embargo imposto al greggio e ai prodotti petroliferi raffinati russi sembra fare acqua da tutte le parti. Secondo un recente report del Centre for research on energy and clean air (Crea), la legislazione europea attuale è formulata in modo da lasciare molte scappatoie che facilitano enormemente l’ingresso di proporzioni più o meno consistenti di petrolio russo.

La ricerca condotta dal Crea sostiene che dall’approvazione dell’oil ban, attivo per il petrolio greggio da dicembre 2022 e per i prodotti raffinati da febbraio 2023, l’Europa abbia importato fino a tre miliardi di euro di petrolio russo passati dai porti della Turchia. Ma secondo alcune analisi i margini di legalità in questo caso sarebbero stati rispettati vista l’ammissibilità di fuel blend, cioè composizioni miscelate e trasformate dalla raffinazione in un prodotto nuovo.

Per il report però, oltre all’ammissibilità concessa una volta presa visione del certificato di provenienza del cargo, è molto difficile verificare quale sia stato il tragitto effettivo, e dunque smascherare casi di rebranding.

Secondo Politico le autorità doganali greche non sarebbero riuscite a intercettare questi carichi proprio a causa di una certificazione conforme. Mentre la Turchia, che vale la pena ricordare non ha sottoscritto le sanzioni ai danni della Russia, avrebbe fatto passare quantità non controllate. Il Paese nel 2023 è diventato l’acquirente numero uno al mondo del petrolio russo, raddoppiando le sue importazioni tra il 2023 e il 2024.

È proprio nel terminal turco di Toros Ceyhan che la Russia sembra aver trovato la sua via di fuga. A maggio 2023 arrivano ventisei mila tonnellate di gasolio da Novorossiysk, il principale porto russo sul Mar Nero. E solo una decina di giorni dopo una quantità pressoché simile viene spedita alla raffineria Motor oil hellas di Corinto, in Grecia. Una quantità, secondo il report, semplicemente re-imballata e poi inviata, con un nuovo brand, seppur dotata di corretta certificazione di provenienza.

Altri porti turchi, come Marmara Ereğlisi e Mersin hanno invece raffinerie poco distanti dai terminal, che lavorano fino a un milione di barili di greggio al giorno. Quindi non tutto quello che arriva in Turchia viene poi spedito in Europa, ma una discreta parte viene effettivamente lavorata. Nel complesso però i dati sull’import e l’export del Paese confermano quanto questo sia effettivamente diventato l’hub più strategico per la Russia. Perché, se il consumo domestico di prodotti petroliferi è cresciuto nel 2023 solo dell’otto per cento, le importazioni marittime sono aumentate del cinquantasei percento, una quantità che non lascia dubbi sul ruolo da re-export hub. Sui ventidue milioni di barili ricevuti dal porto di Toros Ceyhan durante l’intero anno, il novanta per cento è stato importato dalla Russia, e nello stesso periodo l’ottantacinque per cento del carburante esportato è stato spedito all’Unione europea.

E se i numeri non mentono rimangono comunque interpretabili, soprattutto se si prende in considerazione alcuni aspetti più tecnici. Secondo Massimo Nicolazzi, esperto nel settore energetico e professore a contratto dell’Università di Torino, la possibilità che l’applicazione di un price cap e dell’oil ban riuscisse nella sua impresa era piuttosto ridotta: «Molto petrolio greggio è continuato a girare in petroliere strane, alcune per metà russe e metà venezuelane, che hanno cercato di mascherare la provenienza dei carichi facendo trasbordi in alto mare. Ma sul greggio l’Unione europea ha la capacità di fare analisi che consentono sempre di arrivare all’origine, perché ogni tipo ha caratteristiche petrofisiche diverse. Lo stesso non si può dire dei prodotti raffinati».

Sarebbe quindi molto complicato analizzare con esattezza l’origine di questo tipo di prodotti, e quindi meno credibile l’ipotesi di un completo rebrand dei carichi russi arrivati in Turchia: «I passaggi sono spesso molto più complicati – prosegue Nicolazzi –. Se i russi vendono a una raffineria indiana e questa produce un diesel che manda in Europa, non c’è alcuna sanzione o embargo che possa impedirne l’ingresso, perché a differenza del greggio i prodotti raffinati hanno caratteristiche omogenee date dalla raffinazione, che in sé è più o meno la stessa per tutti. E nonostante ci siano modi per ottenere la completa tracciabilità del percorso fatto da una nave, sull’effettiva composizione di questi prodotti è pressoché impossibile fare una distinzione che consenta di individuare quello proporzionalmente più russo dell’altro».

Ma se l’Unione europea continua a credere nell’efficacia di questi provvedimenti sanzionatori a carico della Russia, deve poter consentire un controllo più diretto e trasparente su quanto arriva nei porti europei. Che nonostante possa essere un processo articolato rimane l’unico modo per accertare che l’Unione europea non sia complice nel finanziare l’offensiva russa ai danni dell’Ucraina. L’export di petrolio e di prodotti petroliferi raffinati rimane per la Russia un’entrata importante per il bilancio federale. Che con i dati raccolti lo scorso aprile, che danno un aumento di fatturato del doppio rispetto all’anno precedente, non fa sperare subirà alcun flessione su questo fronte.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter