Forme viventiI monumentali giocattoli di Rodrigo Garagarza

È uno dei più grandi artisti messicani viventi e spazia tra scultura, architettura e geometria. Le sue ultime installazioni non sono pensate per i bambini, in quanto esulano dal concetto di gioco e sfidano le dimensioni che siamo abituati ad associare gli oggetti

by Rodrigo Garagarza

Giocare non è solo un passatempo per bambini: oggi, il concetto di gioco lavora spesso in sinergia con l’arte. Basti pensare a figure come l’italiano Franco Mazzucchelli o il californiano Benjamin Langholz. In occasione della Giornata mondiale del gioco (World play day) del 28 maggio, raccontiamo la storia di Rodrigo Garagarza, uno dei massimi artisti messicani viventi, che abbiamo avuto il piacere di incontrare e intervistare, concentrandoci sulle sue imponenti sculture giocattolo.

L’intervista è stata fatta a distanza mentre l’artista stava ultimando nel suo studio la sua ultima opera Trottola a doppia punta: l’opera è emblematica del mondo di Garagarza, un mix di divertimento, tecnica, monumentalità e studio dello spazio. Nato a Città del Messico nel 1971, Rodrigo ha manifestato fin da giovane un interesse speciale nel trasformare materiali come cartone, legno e altri, in figure, risvegliando così le sue grandi passioni: la scultura, la natura e l’architettura. Il suo processo creativo parte sempre da un’attenta analisi della forma e delle sue potenzialità in varie applicazioni.

Dopo essersi laureato in Architettura presso l’Università Iberoamericana, con una tesi intitolata “Espansione – Allegato al Museo Franz Mayer”, Rodrigo ha iniziato la sua carriera nel campo museografico come capo della museografia presso il Museo San Carlos. Successivamente, Rodrigo ha lavorato nello studio di architettura di famiglia, dedicandosi alla progettazione di sculture, reticoli scultorei e figure integrate nei progetti architettonici. Alcune delle sue proposte hanno persino cercato di coniugare l’architettura con la scultura: è il caso del progetto finalista – ma non vincitore – che l’artista predispose per il Padiglione del Messico all’Expo di Shanghai 2010. Nel 2011, Rodrigo ha così deciso di fondare il suo studio di scultura e da allora ha lavorato costantemente su commissioni per collezioni pubbliche e private.

by Rodrigo Garagarza

Da architetto ad artista: com’è avvenuto questo passaggio?
Mio padre era un architetto, così come mio fratello e io. Andare sulle costruzioni mi metteva in contatto con il legno e tutte le costruzioni temporanee che abitavano i cantieri. Stampi per il cemento, supporti e tutti i tipi di oggetti temporanei erano ciò che più attiravano la mia attenzione. Col tempo, alcune sculture che ho progettato sono state inserite nei progetti di architettura che ho realizzato. La presenza della “scultura” era importante per me. E sognavo sempre più spesso di realizzare architetture scultoree. Dopo quindici anni di lavoro nello studio di architettura di mio padre, ho deciso di fare un importante cambiamento. Avevo trentanove anni ed è stata una scelta radicale, il tuo “vissi d’arte”: per me non è solamente lavoro, è la mia vita. Così oggi vivo in costante contatto con materiali, con le forme e le loro possibilità per me. L’appartamento in cui vivevo è diventato anche il mio studio, e oggi è dove tengo i miei modelli di cartone in scala, i disegni e tutto il necessario per progettare le sculture. Mia madre era restia a farmi smettere di dedicarmi all’architettura, mentre mio padre mi ha sempre sostenuto nel diventare scultore. Era sempre entusiasta di sentire parlare dei progetti di scultura su cui stavo lavorando e spesso era lui il promo a consigliarmi di avere il coraggio di rompere la mia ossessione per la simmetria.

by Rodrigo Garagarza

Il tuo lavoro è influenzato da maestri del passato?
In modo indiretto. Dai miei nonni deriva il mio amore infinito per la scultura e la natura. Da questi due elementi nasce la mia ossessione per il lavoro di Calder e di altri scultori come Mark di Suvero e Brancusi. Fin da giovane, mi piaceva guardare libri d’arte e visitare mostre nei musei. Mi relazionavo con linguaggi visivi. Mi piaceva osservare oggetti di uso quotidiano come mollette per il bucato o giocattoli popolari come le trottola, osservarne il movimento, i colori, gli angoli, la loro geometria di base possibile e passavo ore a pensarci.  Perciò da sempre realizzo modelli di cartone con forme geometriche, che continuo a fare tuttora.

Parti sempre dalla geometria?
Amo la geometria senza saperne molto. Mi piace giocarci. Mi piace avere problemi con essa. Mi sfida costantemente.

Qual è il tuo rapporto con il grande formato, che sembra essere quella in cui ti esprimi al meglio?
Qualsiasi oggetto prodotto su una scala più grande rispetto a quella a cui siamo abituati cambia completamente la nostra percezione di quell’oggetto. Può anche cambiare la sua funzione. Altri oggetti come le mollette per il bucato e le boe mi hanno interessato per installazioni artistiche, prodotte in legno, lamiera d’acciaio o bronzo. Perciò, per me me la dimensione della scultura modifica totalmente la sua espressione.

A volte è necessario un peso visivo, altre volte essere in grado di vedere attraverso la scultura ci consente di integrare l’ambiente circostante nella composizione della scultura. Cosa succede se vediamo una scultura da vicino? Cosa succede se abbiamo bisogno di poterla vedere da lontano? Cosa succede se dobbiamo interagire con essa, o ascoltarla se produce suoni, quindi usiamo altri sensi oltre alla vista? E se la scultura funziona con riflessi luminosi? moltiplicando la sua dimensione e proiettando forme nello spazio intorno ad essa?

MATATENAS QUERETARO, by Rodrigo Garagarza

Quanto contano la progettazione e il disegno nel tuo lavoro?
Amo disegnare piccoli schizzi di possibili sculture. Questo è una parte molto importante del processo perché in questo modo le idee non vengono dimenticate. Gli schizzi sono conservati in una scatola come il mio tesoro personale. Poi arrivano i modelli di cartone in scala. Uso lo stesso materiale e la stessa tecnica che ho usato durante gli studi di architettura. Ora, con il modello in scala, posso vedere la luce che agisce sulla forma. La gravità che agisce sulla forma. Il peso visivo, gli angoli, le superfici di supporto e molte cose importanti appaiono in quel momento.

Le tue opere ricordano tanto i fiori quanto i “giocattoli”, sbaglio?
Questo aspetto è fondamentale nella mia ricerca. Da sempre ho cercato di condividere con chi osserva delle domande che fanno parte della mia opera… che sono in fondo il mio messaggio: perché questa scultura mi porta ai ricordi della mia infanzia? Leggendo la geometria e leggendo le forme dei giocattoli. Perché? Una forma a trottola grande mi parla dello spirito libero dell’infanzia? Del movimento libero? O della gravità e della sua forza che controlla una forma? Solo i bambini giocano con i giocattoli?

Il noto gioco JACK ricorre in oltre venti delle tue sculture: perché?
Nel gioco Jack c’è una forma concentrica a sei bracci: sei forme si ripetono e allo stesso tempo, puoi vedere le sei forme che partono dallo stesso nucleo ma con angoli diversi. Questo gioco insieme alle trottole sono state tra le maggiori fonti di ispirazione per le loro forme, i colori e le possibilità di essere ingrandite.

MATATENAS QUERETARO, by Rodrigo Garagarza

Il tuo lavoro fatto di pieni e di vuoti gioca molto con lo spazio. Si vede il tuo background di architetto, sbaglio?
Una forma che occupa uno spazio particolare richiede cose diverse. Le forme rotonde, che spesso ricorrono nel mio lavoro, giocano con gli spazi quadrati in architettura. Perciò è vero il mio lavoro è gioco nello spazio. Cosa succede con quello spazio intorno a quella forma? Cosa succede con quella forma che abita quello spazio? Percepire una forma strutturale che diventa un fiore mi fa pensare all’astrazione? A strutture di supporto a cui non prestiamo attenzione nel nostro ambiente circostante? A come ci possano essere supporti strutturali in ogni forma naturale? Che tipo di ombra vorremmo che la scultura proiettasse a terra? O su un muro vicino? O su entrambi?

Qual è il tuo rapporto con il concetto di “homo faber” e quali materiali preferisci e perché?
Lo stesso dedicarsi all’arte è opera d’arte. Devo essere onesto e per me l’homo faber ha un’accezione più estesa che va oltre il semplice “saper fare”. Un artista deve gestire il proprio lavoro. Per me è stata ed è sfida cruciale: archiviazione, contabilità, promozione, pubbliche relazioni e rapporti istituzionali richiedono tempo ed energia che mi piacerebbe usare per nuovi lavori, ma senza il lavoro di artista semplicemente non è possibile. Ora ho qualcuno che mi aiuta con il lavoro dello studio, ma per molti anni ho fatto tutto da solo.

by Rodrigo Garagarza

Come definiresti il ruolo dell’artista nella società moderna?
Mi viene in mente parlare della possibilità di essere liberi. Qualcuno che è libero di esprimersi, libero di creare domande e possibili risposte. Persone che riflettono con una lente diversa la nostra vita contemporanea. Che hanno riflesso ogni fase della storia umana. Quali sono state le sfide in ogni lasso di tempo? Come ci siamo sentiti in ogni fase della storia umana? È qualcuno con una voce. Qualcuno che gioca, qualcuno che influenza le menti delle persone. Uno specchio delle nostre menti e dei nostri sentimenti combinati. Il ruolo di un artista oggi può avere un’importante influenza attraverso i social network. Il loro lavoro può essere visto e la loro voce ascoltata in molti paesi contemporaneamente. Qualcosa di incredibile ma anche un po’ spaventoso.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter