La VelataLa realtà balza via come acqua reflua in un canale di scarico

L’ultima puntata del romanzo in corso di Pasquale Panella, opera di cui non sa nulla, neanche il titolo:«Quello che hai scritto è quello che hai commesso»

Voglio farla breve: credo di essere inadatto alla pubblicazione, anzi lo penso (e forse non lo credo; devo anche dire che mi fido poco del pensiero), basta un niente e da quel niente ricavo conferma e convinzione che il mondo non mi avrà, non mi avrà a stampa, e me ne faccio subito un vanto. La pubblicazione la vedo, la sento, come un intoppo allo scorrere liscio delle parole. Vorrei essere letto senza essere letto. Non è astruso come sembra. Durante i convegni amorosi accade sempre.

Torniamo a farla breve: sto scrivendo di fatti passati (sono diventato romanzo storico). Siamo a maggio, accadde in aprile. Nella seconda metà di aprile avvenne che la puntata venticinque, inviata il nove (fare i numeri è segno di follia più di quanto lo sia il darli), tardò a apparire. Passa un giorno, passa l’altro e l’altro ancora, e ogni giorno che passa mi avvicina all’incontro con la Velata, la figura in attesa dietro il fluttuante tulle dell’essere-non essere letto. L’erotismo che l’inedito emana è misterioso.

Dopo una quindicina di giorni direi che manca poco a poter dichiarare ufficialmente inedito il testo non pubblicato. Smanio, quelle pagine stanno per tornare mie e solo mie (mi offrirei alla pubblicazione solo per questo: per essere rifiutato; è anche evidente che tutto quello che pubblico non è mai pubblicato del tutto). Non mi risparmio nemmeno l’atto dovuto, convoco il testo per dargli una letta. Non so perché se non vagamente. Non visto da chi non mi può leggere (è davvero eccitante), vado a leggere la puntata venticinque. Comprendo tutto, è tutto chiaro, tutto scritto.

Divento terza persona: costui che scrive è pazzo. Cioè, dà proprio i numeri (oltre, qui, a farli). Vaneggia di bellezza, ha visto certamente un viso assai bello, non discuto (è infatti indiscutibile la bellezza). Quel viso lo ha sconvolto (la bellezza, al di là delle stucchevoli affettazioni, anche salvifiche, è sconvolgente, anche con esiti impressionanti; vogliamo dirlo ogni tanto o continuiamo a dedicarci a ornamenti e addobbi?).

Il giornale, non pubblicandomi, mi sta proteggendo. Me ne rendo conto, scrivo un messaggio di ringraziamento, il mio silenzio sarà il mio silenzio assenso (l’assenso al silenzio), anche tombale con pietra sopra. Ora, chi dovesse leggere queste righe potrebbe credere che il mio sia un espediente retorico per fare civetteria letteraria, ma nemmeno per sogno. L’ho fatto davvero, ho scritto il messaggio, mi sono messo in posa di chi tace per sempre. Sto parlando (o scrivendo, adesso non so) sul serio (per quanto è possibile essere seri a parole). Andate a rileggervi la puntata venticinque: colui che scrive sta delirando a stampa. A meno che (ma è ancora presto per a meno che).

È fatta, ne prendo atto. Il romanzo in corso trova pace e fine con la mancata pubblicazione del vaneggiamento: lo scrivo come chiusa e chiudo il libro, pongo il sigillo, cera lacca e tutto. Che succede a questo punto? Succede che il giornale pubblica la puntata venticinque (continuo con questi numeri ossessivi) nel momento in cui davo per certo che non sarebbe stata pubblicata, giustamente, mai più. E su quel mai più avevo ormai concluso il libro intitolato Romanzo in corso – un prologo. E ora? Che fare? (Queste domande cruciali).

Qui egli sentì che realtà e scrittura si separavano in due corsi diversi e lui scivolava nel corso della scrittura, perdendo di vista la realtà, che balzando come acqua reflua in un canale di scarico, se ne andò, saltellando e spruzzando, a disperdersi lontano da lui. La scrittura scorreva più calma, come acqua dell’orto nel piccolo scavo tra due filari di piante di pomodori, poi, prima tremula ma anche tentata dalla sregolatezza, travalicava spianando il piccolo bordo di terra, poi creava con dita di rivoli il suo letto sull’erba, facendo più avanti mulinelli perplessi che formavano anse, giri disinvolti per guardarsi intorno, poi riprendeva a spargersi, nuova a questa esperienza di dover scorrere tutta da sola, però già spigliata. Non proprio da sola, con me. Anch’io sentendomi sempre più sciolto. (L’acqua che scorre sull’erba, la mia fonte culturale, le mie barchette di pagine scritte, lette dall’acqua e portate lontano).

Le leggermente diverse versioni dello stesso brano (una su questo giornale, l’altra nel libro ormai chiuso e compiuto) segnano, con le tacche delle parole, proprio quel momento: una versione è scritta nella realtà, l’altra è scritta in realtà ossia nella scrittura. Quello che hai scritto è quello che hai commesso, guardati, hai le mani sporche di inchiostro (se oggi non è più quel tempo delle mani sporche, oggi non è più tempo di scrivere).

Del romanzo in corso non sapevo nulla (cos’è? Siamo già all’interrogatorio?). Sapeva e sa tutto lui, il romanzo, perché è lui il protagonista, il boss è lui. Ma basta con lo scrivere di questo (che mi suona come: basta con lo scrivere). Non sono un delatore. Adesso però so: sono diventato finalmente idiota, sono diventato personaggio a un passo dal romanzo. Il prologo mi ha portato fino a qui e ha portato il romanzo fino a me (ecco perché l’indagine sulle mie tracce, ecco perché lei si è rivolta a Marlowe; si è rivolta a Marlowe?), ecco che mi è chiara la sua bellezza abbacinante, la luce dei suoi occhi nei miei occhi: sono inquisito sotto la lampada accesa dalla sua bellezza. Attirato da quella bellezza, il bello arriva adesso: sono io messo in luce. Inizia il romanzo, del quale, lo scrissi all’inizio, nella prima puntata, conosco il titolo (riuscirò a tacerlo?). Forse confesserò tutto, ossia continuerò a permettermi il lusso di parlare di me e solo di me fino alla mia evanescenza. Ci siamo.

Sono quel filo di fumo che sale da quel fuoco di paglia che è l’esistere. Cretino come il fumo insensato salgo su da quel fuoco di paglia che è lo scrivere. Scrivere non ha senso: è questo che lascio scritto fingendo di parlare di me. Le parole non chiedono altro (e lo chiedono a me) che di evadere in massa, fluire nel corso della scrittura. Lasciamo perdere quello che si legge (che non fa testo). Quel che veramente è scritto (un vero libro si scrive da solo) mi pare che se ne voglia fuggire dall’umano (ecco perché le parole si radunano e si riuniscono in quell’arca che è il libro).

Insomma, per concludere (questi infiniti finali melodrammatici), per riassumere (sapendo benissimo che riassumere è impossibile, riassumere è un espediente per continuare a scrivere, e lo stesso scrivere è una scappatoia), per farla finita (il vero fine di ogni romanzo: la parola fine), ecco: Romanzo in corso – un prologo è chiuso, finito, non ha un seguito e continuerà a non averlo (davvero vengono i brividi, è una scena madre, come un addio patetico: l’umanità affida allo scrivere, ma soprattutto ai romanzi, la continuità che non può permettersi nella realtà, anche il seguito di quel che non segue, anche la continuità di quel che non continua, e che continua a non continuare, anche la fine infinita della fine).

È così che dal vivere sono scivolato nello scrivere, avete assistito all’evento. Qui, su queste ultime pagine in pendenza, lo scorrere di queste righe devia dallo scorrere della realtà. L’ho sempre saputo: la realtà è quel che fai accadere in quel che scrivi, non è quel che credi che stia accadendo (la realtà è una questione di credulità) in quel che credi di vivere. Mi è successo di aver deviato il corso del vivere nel corso dello scrivere (sono due fiumiciattoli, in fondo, no?). Il corso, ecco perché Romanzo in corso, ho la pelle d’oca (anche perché la pagina è una superficie gelida, aspetta di scaldarsi per attrito delle parole sulla pelle, volevo dire: sulla pagina). Una confessione: la pagina, come il vento che la volta, non sa leggere (perché questa frase mi commuove?).
Ma che scemenza, la letteratura.

— Se scrivo in prima persona crederanno che sto parlando di me.
— E tu lasciaglielo credere, cosa te ne importa. Tu non stai scrivendo. Domani scriverai.

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