Segnali dal mare I salmoni non stanno bene, ed è un problema globale

Una recente moria negli allevamenti norvegesi richiama l’attenzione sullo stato di salute di questi animali, minacciati da malattie e parassiti sia allo stato brado che in cattività

Foto di Brandon su Unsplash

La notizia è recente e inquietante: quasi 63 milioni di salmoni sono morti prematuramente lo scorso anno nei grandi recinti sottomarini dei fiordi della Norvegia, il maggior produttore mondiale di salmone atlantico. Rispetto a una popolazione nelle vasche di circa 390 milioni di esemplari e a una produzione nazionale di 1,5 milioni di tonnellate l’anno, significa, in media, il 16,7 per cento di tutti i salmoni allevati in Norvegia.

È solo l’ultimo di una serie di articoli, report e studi che suscitano allarme attorno all’allevamento intensivo di uno dei pesci più richiesti del mondo. Che, con un consumo in costante e rapida espansione – quattro milioni di tonnellate di salmone in tutto il mondo nel 2023 contro i circa 3,32 milioni di tonnellate del 2018 – occupa una fetta di mercato importante e redditizia. Tanto più che, delle sette varietà principali, quello atlantico è il più popolare e la Norvegia guida la classifica.

Anche il sushi le deve qualcosa. Sebbene sia nato nel Sud-est asiatico, nel quarto secolo d.C., l’idea di inserire nella ricetta di base l’uso del salmone crudo risale agli anni Ottanta con il Project Japan, un’alleanza ideata dagli imprenditori norvegesi per aprire nuovi mercati al prodotto.

Il Norvegian Seafood Council da parte sua da anni certifica il costante miglioramento dei parametri di allevamento secondo criteri di sostenibilità. L’industria dei mangimi per il salmone ha attraversato importanti sviluppi, dicono, «passando da mangimi ricchi di ingredienti marini a mangimi a base vegetale, e negli ultimi anni anche introducendo sempre più ingredienti nuovi da alghe e insetti. Fornire al salmone in crescita una dieta ricca di sostanze nutritive, e allo stesso tempo garantire che le materie prime che entrano nel mangime siano approvvigionate in modo responsabile, è stato un obiettivo crescente per l’industria del salmone norvegese».

Tuttavia, malattie del pancreas, delle branchie o del cuore, lesioni subite durante l’eliminazione dei parassiti come i pidocchi di mare, virus e batteri sono diffusi e minacciano la qualità della produzione, minando la fiducia degli acquirenti. Secondo l’Autorità norvegese per la sicurezza alimentare nel 2023 sono state registrate anomalie nella metà degli allevamenti ittici ispezionati lo scorso anno, e ci sono video girati da associazioni ecologiste che mostrano grandi quantità di pesci morti o moribondi.

Anche il salmone allevato in Scozia, terzo produttore mondiale, con oltre trentotto milioni di pesci ogni anno, è sotto osservazione. La Bbc in un reportage ha recentemente denunciato la cifra record di diciassette milioni di pesci morti prematuramente l’anno scorso solo negli allevamenti del Regno Unito, con un aumento del 193 per cento rispetto al 2020.

Nel 2022, inoltre, il 68 per cento degli allevamenti della Scozia avrebbe violato il Codice di buone pratiche in merito ai livelli consentiti di pidocchi di mare, che rappresentano un pericolo per i pesci e un grave rischio per la biosicurezza.

In Islanda, un altro Paese con estesi allevamenti, ha fatto scalpore un documentario, Laxaþjóð | A Salmon Nation, che mostra come il sistema preveda recinti circolari e sovraffollati, con salmoni innaturalmente più grandi degli esemplari selvatici, perché devono crescere velocemente, mettendo su peso e grasso in tempi brevi e con ferite, lesioni di ogni genere, deformità a causa di epidemie di pidocchi, parassiti e malattie. In alcune aree il tasso di mortalità sarebbe del 25 per cento.

Per gli allevatori il numero eccessivo di decessi, che comunque non comprometterebbe la qualità del salmone, sarebbe da imputare al riscaldamento globale e quindi all’aumento della temperatura del mare,  che causerebbe fioriture abnormi di alghe e micro-meduse e farebbe proliferare i pidocchi di mare, dei crostacei – Lepeophtheirus salmonis – che si nutrono della pelle del salmone, provocando ferite aperte che stressano e indeboliscono il sistema immunitario del pesce e che, in casi estremi, può causare morti di massa.

I movimenti ambientalisti, che in Islanda si sono anche fatti portavoce di una parte dell’opinione pubblica, chiedendo leggi più restrittive, sostengono invece che le cause vanno ricercate nel sovraffollamento delle gabbie, che possono contenere anche duecentomila esemplari di animali nati per avere molto spazio, nell’uso massiccio di antibiotici e sostanze chimiche, e nello stress che gli animali subiscono vivendo in tali condizioni. Inoltre, attirano l’attenzione anche sulle conseguenze per l’ecosistema. I rifiuti organici e chimici degli allevamenti, affermano, stanno uccidendo tutti i fondali, e il rilascio di antibiotici, medicinali e altre sostanze chimiche è notoriamente tossico per pesci e altri organismi marini, compresi uccelli e mammiferi.

C’è poi una ricaduta che danneggia Paesi come l’Alaska, che hanno optato per la pesca dei soli salmoni selvaggi. Secondo uno studio del 2017 dell’Atlantic Salmon Committee, le popolazioni selvatiche di salmone atlantico negli ultimi tre decenni sono crollate a causa degli allevamenti. Il sistema di reti aperte, infatti, lascia libera la circolazione dei parassiti che attaccano gli esemplari quando iniziano la migrazione e sono ancora piccoli e maggiormente vulnerabili.

Infine, il 31 gennaio scorso, l’Ong inglese Feedback ha divulgato un report in cui si evidenzia come i produttori di salmone sottrarrebbero le risorse alimentari ai Paesi dell’Africa Occidentale per produrre mangime per i pesci. Secondo lo studio, nel 2020 quasi due milioni di tonnellate di pesci selvatici edibili sarebbero stati usati per produrre olio di pesce per i mangimi dei salmoni norvegesi e buona parte di questo pesce proveniva dai Paesi dell’Africa Occidentale, un’area a rischio di sicurezza alimentare.

Alla fine, al momento vince l’economia. Siano salmoni, o altri tipi di pesce allevato, o anche bestiame, rinunciare agli allevamenti intensivi, anche solo in favore di allevamenti distensivi, dove i pesci vivono con possibilità di muoversi, consumano mangimi naturali e nell’acqua non si trovano sostanze chimiche, significherebbe un calo della produzione in termini di milioni di esemplari e maggiori spese in un settore che è invece in piena espansione, con la richiesta in continua ascesa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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