Sogno nipponicoLe stampe giapponesi e le loro tecniche di lavorazione arrivano in Italia

L’archivio di Mantero, azienda tessile comasca, vanta oltre oltre diecimila capi. Oggi sono tutti esposti e descritti nei metodi innovativi utilizzati per realizzarli. E fino al 30 giugno, a Sansepolcro (provincia di Arezzo), sarà anche visitabile “The heart we share”, una mostra che approfondisce l’arte dello shodō

Courtesy @CasermArcheologica - Fluida Comunicazione

“Il ragazzo e l’airone” è stato il film più visto nei cinema italiani nella prima settimana del 2024. Con oltre tre milioni di incassi e un totale di cinquecentoventiseimila spettatori e spettatrici, il successo firmato da Hayao Miyazaki si inserisce nella corrente del giapponismo, una fascinazione occidentale per la cultura nipponica che fin dall’Ottocento ha influenzato diversi movimenti artistici europei. Il termine venne usato per la prima volta tra il 1872 e il 1873 dal critico francese Philippe Burty e si riferisce a un fenomeno ancora attuale: il Giappone continua a influenzare la produzione occidentale da diversi punti di vista: quello artistico, con la diffusione massiccia di anime e fumetti; quello culturale, con lo spopolare delle subculture kawaii, cosplay e Lolita; ma anche estetico, con le forti influenze nel mondo della moda.

Ne è un esempio Mantero, azienda tessile comasca che nel corso della sua storia ha sempre riservato grande cura nella costruzione di un archivio, in quanto catalizzatore per il futuro e fonte di ispirazione per la nuova creatività. L’archivio Mantero è ad oggi considerato uno dei più ricchi al mondo, vantando la presenza di oltre diecimila volumi, sessantamila foulard di maison storiche e migliaia di disegni. Di recente l’azienda si è rivolta verso est, acquisendo la collezione di Kimono giapponesi della docente americana di textile design Nancy Martin Stetson, che in oltre quarant’anni di ricerca appassionata e competente ha collezionato settecentosessantatré kimono, sotto-kimono, giacche e settanta Obi che abbracciano i periodi Meiji, Taisho e Showa (1878-1945).

Collezione Kimono. Courtesy @Mantero

I capi e i tessuti ad oggi hanno trovato collocazione in uno spazio allestito all’interno dell’azienda Mantero. «Abbiamo esposto i capi in modo quasi museale perché è importante valorizzare la cultura, fare in modo che chi viene a selezionare un tessuto o un disegno non cerchi solo un’idea veloce, ma possa toccare con mano i capi e comprendere il valore della loro struttura e delle tecniche con cui sono stati realizzati ha raccontato a Linkiesta Etc Franco Mantero, presidente dell’azienda. La cultura tessile nipponica è piena di significati e siamo convinti che questo bagaglio culturale aiuti a lavorare meglio, ad arricchire la ricerca e ad essere più informati riguardo a quello che si sta facendo: conoscere la simbologia della cultura giapponese permette di usarla in modo consapevole».

L’attenzione e la cura per i dettagli è fondamentale per la collezione, che negli anni Stetson ha scrupolosamente raccolto, fotografato e documentato attraverso schede informative scritte a mano che riportano le tecniche con cui sono stati costruiti i Kimono, i disegni realizzati sui capi e il loro significato. L’archivio contiene una vasta selezione di capi, molto eterogenei dal punto di vista dei tessuti, ma anche delle tecniche utilizzate per realizzarli: pezzi in seta, storicamente appartenenti alle classi più ricche, e in cotone, per le persone più povere, ma anche abiti realizzati con metodi innovativi. Tra questi c’è lo Shibori un’antica tecnica di tintura giapponese simile al tie-dye, metodo indiano realizzato in modo più grossolano.

Courtesy @CasermArcheologica – Fluida Comunicazione

Con lo Shibori, piccoli lembi di tessuto venivano minuziosamente annodati e poi immersi nella tintura; una volta estratti tutti i punti di annodatura non tinti componevano disegni e fantasie. Un’altra tecnica di stampa è quella del Katagami, nata nella città di Suzuka, a sud di Tokio: consiste in delle carte realizzate con la polpa di gelso, che dopo essere fatte seccare vengono incise e appoggiate sul tessuto su cui poi viene applicata una pasta di amido di riso, che repelle il colore. Sulla superficie si applica poi la tintura, ottenendo un’immagine. «Queste tecniche oggi non si usano più, ma è importante che quando le riprendiamo e le riproponiamo in stampa digitale siamo consapevoli della tradizione da cui si attinge, da quali tecniche deriva tutto ciò che oggi è stato automatizzato – commenta Mantero. Ogni volta che si tocca un capo bisognerebbe studiare per capire che cosa si ha di fronte. Nonostante si sia agitati dai frenetici tempi della moda è importante conoscere la storia dei prodotti: è nostra responsabilità mantenere il know-how ed evitare di banalizzare il discorso».

L’interesse per il Giappone e la sua cultura, che un tempo interessava solo una nicchia di persone, oggi si è diffusa e ha raggiunto la curiosità di molti e molte. Fino al 30 giugno presso lo spazio culturale della CasermArcheologica a Sansepolcro (AR) sarà visitabile The heart we share, la mostra contenente le opere di Satsuki Hatsushima e Monica Dengo, due maestre della calligrafia che approfondiranno l’arte dello shodō attraverso le loro opere e workshop sulla pratica della scrittura.

Courtesy @CasermArcheologica – Fluida Comunicazione

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