Diables rougesLa Nazionale del Belgio sta unendo un paese segnato dalle divisioni interne

La golden era sembra passata, ma i buoni risultati della squadra allenata prima da Martinez e poi da Tedesco riescono a contrastare la forte frammentazione sociale e lo storico sovranismo regionale di fiamminghi e valloni

AP/Lapresse

C’è stato un momento, intorno al sessantatreesimo minuto di Belgio-Romania, in cui era veramente difficile non provare empatia nei confronti di Romelu Lukaku. L’arbitro polacco Marciniak aveva appena annullato il terzo gol in questo europeo all’attaccante, che senza il Var sarebbe il capocannoniere del torneo. Questa volta oltre la linea dei difensori c’erano la punta del piede destro e parte del ginocchio di Big Rom. Non è una situazione surreale, ma quanto meno sono circostanze molto rare.

L’attaccante belga e in generale tutta la squadra sono sembrati un po’ sottotono (ma anche particolarmente sfortunati) nella prima sfida che ha visto les diables rouges perdere a sorpresa 1-0 contro la Slovacchia. La seconda partita con la Romania è diventata quindi fondamentale per il passaggio del turno. La squadra di Domenico Tedesco ha fatto il suo dovere battendo 2-0 i rumeni con un gol in avvio di Tielemans (su ottima sponda proprio di Lukaku) e il sigillo nel secondo tempo di Kevin De Bruyne, anche in questo europeo la vera stella della squadra. Il girone è quello più equilibrato del torneo e con tutte e quattro le squadre appaiate a tre punti restano aperti tutti gli scenari.

Dopo sei anni e tre manifestazioni sotto la guida di Roberto Martínez (due Mondiali e un Europeo) la squadra è stata affidata a Domenico Tedesco, giovane allenatore di origini italiane alla prima esperienza come CT. È un Belgio diverso rispetto a quello di qualche anno fa e la golden era della nazionale sembra essere arrivata alle battute conclusive. Certo, ci sono ancora Witsel, Carrasco, De Bruyne, Lukaku e Vertonghen ma la sensazione è che il treno giusto per portare a Bruxelles un grande trofeo internazionale sia passato.

Le aspettative non sono altissime, a differenza delle ultime manifestazioni, ma questo potrebbe non essere un male. I diavoli rossi sono arrivati in Germania dopo un percorso netto (la prima sconfitta del nuovo corso belga è arrivata proprio con la Slovacchia a Francoforte) e Tedesco ha fatto vedere un calcio più diretto e verticale rispetto a quello di Martínez. La squadra tiene meno il pallone e si cercano in maniera più diretta la punta o le due ali «dribblomani» Doku e Trossard. Forse c’è meno talento rispetto alle ultime selezioni ma la formazione di Tedesco ha mostrato qualità interessanti giocando un calcio efficace. Le minori pressioni rispetto al passato potrebbero essere l’arma in più per un gruppo che pur conservando alcuni senatori fa debuttare tanti giovani alla prima esperienza in un torneo di questo tipo.

Parlare di aspettative più basse rispetto al recente passato significa però anche rendere merito a un movimento calcistico che negli ultimi dieci anni ha saputo costruire squadre che hanno alzato vertiginosamente l’asticella delle ambizioni. Prima del 2016 la nazionale belga era riuscita a qualificarsi solo a due delle ultime otto edizioni della fase finale di un europeo, uscendo in entrambi i casi al primo turno. Ora invece intorno a questa squadra c’è un hype da nazionale d’élite. A beneficiarne è stato l’intero movimento che è riuscito a dare continuità alla prima generazione di talenti (quella di Hazard, Mertens e Nainggolan) e che da qualche anno esporta regolarmente giocatori nei campionati europei più importanti.

AP/Lapresse

In Belgio il calcio è lo sport più popolare ma rispetto ad altri Paesi la passione per la Nazionale non è mai stata troppo travolgente. Il motivo principale è sicuramente legato agli scarsi risultati ottenuti prima del 2014. C’è però anche un tema socioculturale: il Paese è caratterizzato a tutti i livelli da una netta divisione tra fiamminghi e valloni (partendo dalla lingua) che ha sempre limitato lo sviluppo di una forte identità nazionale.

La barriera linguistica può sembrare banale in un territorio delle dimensioni della Lombardia ma negli anni ha creato più di qualche problema. Un esempio su tutti riguarda le operazioni di polizia che in alcuni casi richiedono ancora la presenza degli interpreti per le comunicazioni. La Nazionale di calcio questo problema lo ha superato. Durante i Mondiali del 2018 un articolo della Bbc si chiedeva quale fosse la lingua parlata in Nazionale, visto che nel Paese tutto seguiva due linee linguistiche ben distinte. E quindi come si parlavano in campo il francofono Hazard e il fiammingo De Bruyne? In inglese, of course.

Con le dovute proporzioni, si può dire che le ultime Nazionali di calcio stiano aiutando pian piano a sviluppare quel senso di appartenenza che in Belgio è sempre mancato. La forte frammentazione che persiste in una parte del Paese sta assumendo contorni più sfumati tra i giovani nati dagli anni Novanta in poi e la Nazionale non è che lo specchio di quelle generazioni cresciute nelle società multiculturali di Bruxelles, Anversa, Gand o Charleroi. Ragazze e ragazzi che si sentono belgi a tutti gli effetti e che con il sovranismo regionale hanno poco a che spartire.

In questo momento però la politica sembra andare in un’altra direzione. Come in quasi tutto il resto d’Europa, anche in Belgio l’estrema destra ha ottenuto un buon risultato alle ultime elezioni europee, tenutesi congiuntamente alle federali e regionali. Il punto è che in Belgio l’estrema destra è spesso legata al tema dell’indipendenza delle Fiandre. I due schieramenti più votati sono stati il partito fiammingo indipendentista Vlaams Belang e il partito di destra di Nieuw-Vlaamse Alliantie guidato da Bart De Wever, leader fiammingo nazionalista che da qualche tempo ha avviato un percorso di «normalizzazione», abbandonando le idee più estremiste.

De Wever ha ricevuto l’incarico dal Re di provare a formare una nuova coalizione di Governo dopo le dimissioni del primo ministro Alex De Croo. Pur avendo un Parlamento nazionale, i candidati in Belgio vengono eletti su base regionale e gli stessi partiti hanno due divisioni regionali autonome che sono indipendenti l’una dall’altra. Questa volta però la situazione è del tutto inusuale visto che De Wever guida un partito fiammingo che non avendo rappresentanti eletti in Vallonia si rivolge a poco più del cinquanta percento della popolazione. Altro che unità nazionale.

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