Il grilloide chiamòL’antifascismo fesso contro Calderoli è infantile quasi quanto l’aggressione della destra

Un gesto populista è stato trasformato in una questione di principio, come se imbandierare un ministro fosse un atto dovuto. Certo quegli altri sono picchiatori bifolchi, ma l’elogio del gesto bifolco a cinquestelle anche no

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Se fossimo in un Paese appena decente, il molestatore dei Cinquestelle che ha importunato Roberto Calderoli per imporgli il manto tricolore non avrebbe eccitato la gazzarra dei mazzieri di destra, e va bene, ma neppure le blatetrazioni democratiche di quelli che hanno denunciato l’atto blasfemo del leghista che «rifiuta» la bandiera adibita a guarnacca della Repubblica democratica fondata sull’antifascismo.

Siccome tuttavia ci si è esercitati bensì nella resistenza antifa insorta a contrasto dei manipoli, e va benissimo, ma un pochetto meno per rintuzzare il fronte del pueblo unido en defensa del compañero del vaffanculo, varrà forse la pena di osservare che questi altri si sono esibiti in pretese e rivendicazioni non meno detestabili. Con la differenza che quelli che je volevano menà al grilloide passano per quel che sono, bifolchi, mentre questi altri, gli officianti tricolorati in giostra Bella Ciao, spiegano con perfetta serietà e davanti a giornalisti altrettantissimo seri che un vero antifascista mica può comportarsi così, abbandonandosi a quell’insubordinazione e rifiutando di sottoporsi alla vestizione democratica. Calderoli, spiegano, ha appunto «rifiutato» la bandiera. La bandiera che sta nella Costituzione, cari miei. La Costituzione antifascista, accidenti. E quello che fa, la rifiuta?

Ci fosse uno, in quei ranghi, che abbia avuto anche solo il debole sospetto del tenore da polizia morale di quella reprimenda, uno soltanto che abbia avvertito almeno un poco di fastidio civile davanti all’adunata partigiana che grida allo scandalo perché uno, il citrullo cinque punto zero, non è lasciato libero di somministrare il Tso democratico e perché l’altro, il sovranista, vi oppone renitenza.

Se anziché il baraccone strapaesano che siamo fossimo il Paese decente che non siamo, qualcuno avrebbe osservato che lo spettacolo di dibattito cui abbiamo assistito – minimizzatori dei cazzotti da una parte, prefiche del tricolore vilipeso dall’altra parte – era inscenato da due violenze dirimpettaie, una non meno grave dell’altra solo perché agghindata di sussiego antifascista.

 

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