Ansia atomica La gestione improvvisata dei russi nella centrale nucleare di Zaporizhzhia

Da quasi due anni gli occupanti hanno preso il pieno controllo dell’impianto, obbligando i pochi lavoratori ucraini rimasti a condizioni di sicurezza precarie. Nonostante i sei reattori siano stati spenti alla fine del 2022 continuano gli attacchi dei droni del Cremlino, lasciando aperta la possibilità di un incidente nucleare

AP/LaPresse

La gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, dai primi di marzo 2022 in mano agli occupanti russi, lascia l’Ucraina in uno stato costante di ansia atomica. Una carta giocata a più riprese dal Cremlino, che sfrutta la pericolosità di un’eventualità impensabile, ma non improbabile, per terrorizzare l’intera regione, chi ancora lavora nell’impianto e la leadership ucraina. Per l’Economist Wendell Steavenson ha raccolto alcune testimonianze di ordinaria amministrazione russa della centrale, raccontando delle violenze, delle pressioni e della professionalità improvvisata dal personale assunto dal colosso nucleare russo Rosatom.

Dopo mesi, e in alcuni casi anni, la gestione fuori controllo della centrale e la pericolosità di vivere in un’area al centro dell’offensiva, hanno spinto i dipendenti a lasciare la regione e a scappare verso Est. Per poi fare ritorno in Ucraina attraverso la tratta baltica. Degli undicimila dipendenti originari più della metà ha lasciato l’oblast’ raggiungendo territori controllati dall’Ucraina, un quarto è rimasto a Enerhodar ma non ha sottoscritto le stipulazioni contrattuali richieste da Rosatom e quindi ha perso l’opportunità di poter continuare a svolgere il proprio lavoro liberamente.

A preoccupare sono soprattutto le condizioni di sicurezza richieste dal colosso russo, che benché rimangano monitorate dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica non lasciano all’autorità libero accesso. Da settembre 2022 l’agenzia di Stato ucraina Energoatom ha perso il controllo operativo della centrale, e a ottobre Vladimir Putin ha emesso un fantomatico decreto col quale ha inserito formalmente la centrale nella lista di asset russi. Da quel momento nonostante i sei reattori della centrale siano stati spenti e non producano energia, persiste il terrore di un possibile incidente nucleare, a causa della continua interruzione di corrente dovuta agli attacchi dei droni, l’ultimo dei quali avvenuto ad aprile sopra a uno degli edifici che ospitano i reattori.  

Dalle testimonianze degli ex dipendenti la centrale sin dal primo giorno è stata gestita in maniera pericolosa e avventata. A dicembre 2022 l’impianto era già fuori controllo, ai lavoratori venne fatto divieto di comunicare con i cellulari con altri dipendenti dell’agenzia ucraina, i russi cercarono sin da subito di bloccare il network informativo consolidato in più di vent’anni di gestione dell’impianto. Prima della fine dell’anno vennero rilevate perdite di acqua e di boro, un componente chimico necessario per il controllo dei reattori nucleari e i dipendenti raccontano che anche nelle aree dell’impianto più pericolose le autorità russe fossero solite fare jogging intorno alle turbine o che più di una volta vennero trovate bottiglie vuote di vodka accanto ai bunker interni allo stabilimento. Un’attenzione pressoché nulla per i protocolli di sicurezza, ma una smania di controllo, prima perseguita con gli interrogatori, le minacce e l’elettro shock ai danni dei dipendenti e poi con l’insistenza nel registrare richiesta di passaporto russo, con la promessa di bonus straordinari.

Ma le condizioni della centrale nucleare più grande d’Europa rimangono pericolosamente incerte. Il combustibile nucleare presente al suo interno è passato ben oltre il termine di scadenza previsto, e la possibilità che i generatori rimangano senza combustibile durante un’interruzione di corrente fa prendere in considerazione la possibilità di un incidente nucleare di grosse dimensioni. Non così lontano vista la gravità dell’operazione militare consumatasi lo scorso aprile.

Al momento però i sei reattori rimangono in modalità “cold shutdown”, offrendo maggiori garanzie e riducendo al minimo le reazioni all’interno del combustibile e mantenendo una temperatura dei reattori ridotta, ben sotto il punto di ebollizione.

La professionalità degli ingegneri, un tempo altissima, non ha più alcun spazio in questa gestione improvvisata. Se molti, per ragioni personali e comprensibili, hanno assecondato gli ordini nel terrore di poter perdere la propria vita oltre al proprio lavoro, altri hanno tentato di resistere il più possibile. Gestendo direttamente l’attività procedurale dell’impianto fino a che i russi glielo hanno lasciato fare, cercando di ostacolare la gestione inconsiderata degli occupanti e inventando scuse burocratiche per impedire l’ingresso di attrezzature esterne.

Per Kyjiv questi anni di controllo russo sulla centrale hanno portato a perdite per oltre 4,6 miliardi di dollari, più di centotrentasette milioni di euro ogni mese dall’inizio dell’occupazione, un danno enorme in termini energetici che continua ad alimentare il ricatto “atomico” che il Cremlino insiste a proporre, senza alcun senso delle implicazioni internazionali che un danno simile potrebbero provocare.

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