Dalla spada al vomereGli artisti ucraini che trasformano le scatole vuote di munizioni in icone sacre

Dal 2014 Oleksandr Klymenko e Sofija Atlantova si impegnano per insegnare a tutto il mondo la capacità del loro popolo di resistere all’oppressione russa con i loro dipinti, dimostrando che nel loro Paese tutto può diventare un simbolo di nuova vita e di speranza, persino le armi

Courtesy of Pirogov First Volunteer Mobile Hospital

Due anni dopo l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, la guerra è diventata parte integrante della quotidianità di ogni abitante del Paese. I coprifuoco e i blackout sempre più lunghi, le sirene antiaeree che suonano tutti i giorni, e addirittura le scuole sotterranee progettate per proteggersi dai bombardamenti sono diventati normalità. Neppure l’arte ha potuto ignorare queste trasformazioni, e si è rimodellata per adattarsi alle nuove circostanze portate dalla guerra. Per chi vive (o viveva) nella parte sud-orientale del Paese, occupata dalle truppe russe già nel 2014, queste trasformazioni sono cominciate molto prima. Oleksandr Klymenko, artista originario di Kyjiv, ha deciso di reinventare il suo modo di fare arte dopo aver visitato una base militare proprio nell’autunno di quell’anno.

Klymenko si è reso conto, in quell’occasione, di quanto le scatole in legno di munizioni che tornavano vuote dal fronte somigliassero ai supporti su cui anticamente venivano dipinte le icone religiose cristiane. L’artista racconta a Linkiesta di essere stato colpito a tal punto dalla somiglianza da aver chiesto di poter portare con sé una di queste scatole per sperimentare un’idea nuova di opera d’arte: «Quel legno consumato e annerito sembrava essere vecchio di secoli, e mi aveva appena dato ispirazione per trarne un qualcosa che ne facesse risaltare il suo aspetto antico. Secondo me, un’icona bizantina dipinta era esattamente ciò che faceva al caso mio». Dopo aver dipinto la prima opera, Klymenko insieme alla moglie, Sofija Atlantova, anche lei artista originaria della capitale, hanno deciso di inaugurare un progetto che racconta il conflitto odierno attraverso il linguaggio dell’arte classica, per «ribadire il lungo e complesso rapporto tra umanità e guerra», spiega Klymenko.

Courtesy of Pirogov First Volunteer Mobile Hospital

Dal 2015, quando l’idea è stata lanciata, le loro opere sono state esposte in quasi cento città, ma la declinazione più fruttuosa del progetto si ritrova sicuramente nell’iniziativa “Buy an icon – save a life”, nata dalla collaborazione con un ospedale di civili volontari operativo dal 2014 che offre cure ai soldati feriti in battaglia, il Pirogov First Volunteer Mobile Hospital (Pdmsh). L’ospedale, il cui staff è costituito da medici pro bono (è possibile donare da qui), è riuscito a raccogliere più di trecentomila dollari grazie alla vendita delle icone in tutto il mondo, e i fondi sono stati usati per curare trentacinquemila pazienti negli ultimi due anni, e per costruire un centro di riabilitazione nell’Ucraina centrale, come spiega Gennadiy Druzenko, il capo dell’ospedale, a Linkiesta. Oltre ad aver portato benefici economici al Pdmsh, il progetto è riuscito a portare «un riconoscimento globale del sentimento di tragicità e, contemporaneamente, di speranza che oggi pervade il Paese», prosegue Druzenko.

E poi c’è la dimensione metaforica del progetto, che vede la trasformazione della morte – simboleggiata dalle scatole di munizioni – in vita – rappresentata dalle icone e dalla fede. È un messaggio di ottimismo, necessario per poter superare la distruzione portata dalla guerra, e che trova le sue radici nel concetto biblico di forgiare «vomeri dalle proprie spade». Il carattere religioso del progetto, che non si traduce solo nei soggetti rappresentati sulle scatole, è evidenziato anche da Druzenko, che guarda alle icone dipinte da Klymenko come a «un racconto del mistero della resurrezione, capace di trasformare la morte in vita e in risorse che hanno permesso di sopravvivere a migliaia di persone nel mondo reale».

Il progetto, oltre a salvare letteralmente vite, incorpora l’esperienza della morte e delle armi con il perdurare delle tradizioni e dell’eredità culturale ucraine per rendere più concrete a un pubblico di esterni le conseguenze e le implicazioni del conflitto, e per dimostrare la capacità di resistenza della popolazione in guerra: «A molte persone questa guerra sembra un qualcosa di estremamente lontano, quasi astratto. Per me è stato fondamentale dimostrare che invece è vicina e reale, che la scatola di munizioni su cui dipingo è reale, e che i proiettili che conteneva sono reali, così come sono reali le persone che hanno ucciso», spiega Klymenko.

Courtesy of Pirogov First Volunteer Mobile Hospital

In questo momento, le opere degli artisti sono esposte contemporaneamente all’Università di Heidelberg, al Monastero delle grotte di Kyjiv, e a Kaunas, nel museo del Nono Forte. La mostra lituana, in particolare, si carica di significato metaforico: il Nono Forte, costruito nel 1882 dalle forze imperiali zariste come base militare, nel corso del secolo scorso è diventato uno dei simboli dell’oppressione straniera in Lituania, da parte sia dei sovietici (che utilizzavano la fortezza come campo di lavoro forzato), sia dei nazisti (che giustiziavano ebrei e dissidenti nei cortili del Forte).

Vytautas Petrikėnas, direttore del Dipartimento di storia del museo, racconta a Linkiesta come la decisione di «sacrificare parte dell’esposizione permanente del Forte per ospitare questa mostra» sia stata dettata dalla necessità di «informare la popolazione su quanto sta accadendo in Ucraina, e di diffondere inoltre un messaggio di fiducia e speranza, due concetti che sono alla base di una nazione forte, e che non possono essere distrutti dalla cieca ferocia della guerra». E aggiunge: «L’impero russo sta tentando disperatamente di rinascere, e il nostro museo è forse il luogo più adatto di Kaunas, se non della Lituania intera, per fare luce sul perdurare della violenza imperialistica».

La scelta di usare immagini religiose assume particolare importanza nel contesto di questa guerra, le cui fondamenta ideologiche partono – secondo le narrazioni del Cremlino – dal battesimo della Rus’ di Kyjiv. Concezione sostenuta anche dal Patriarca Kirill, che in una lettera indirizzata al Consiglio ecumenico delle Chiese ha dichiarato che russi e ucraini «sono nati da un’unica fonte battesimale, e condividono per questo lo stesso destino». E poi, la Russia ha più volte scelto di rendere i bersagli dei suoi attacchi i luoghi sacri dell’Ucraina: il Monastero della dormizione di Svjatohirs’k e la Cattedrale della trasfigurazione di Odesa sono solo alcuni dei siti religiosi che l’esercito russo ha colpito nei due anni di guerra, distruggendo così parte del patrimonio culturale ucraino e violando il diritto internazionale, che proibisce di attaccare luoghi religiosi.

Courtesy of Pirogov First Volunteer Mobile Hospital

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