Il prezzo della guerra Senza una strategia degna di questo nome, Israele rischia l’isolamento internazionale

Dopo la legittima reazione alla strage del 7 ottobre, oggi vediamo un governo senza una direzione. La responsabilità è di Netanyahu, il quale non considera alcun progetto per una pace duratura

AP/LaPresse

«Non potevano non reagire»: tutti gli amici israeliani, anche i più decisi oppositori del governo Netanyahu, dopo il pogrom del 7 ottobre hanno ripetuto questa frase. Non c’è dubbio: quale che fosse la situazione precedente, la violenza efferata dell’attacco di Hamas ha reso legittima l’azione destinata a eliminare i responsabili dei crimini commessi. Nonostante questo è giusto interrogarsi sulle modalità della risposta militare delle forze armate israeliane (Idf). Una regola d’oro della strategia – ovvia, ma spesso ignorata – è «non fare mai quello che vuole il tuo nemico».

Purtroppo questa regola è stata violata da Israele, perché è chiaro come tra gli obiettivi di Hamas vi fosse quello di provocare una durissima reazione israeliana. Tre settimane dopo l’attacco, il 28 ottobre, Ismail Haniyeh ha dichiarato di «aver bisogno del sangue di donne, bambini e anziani per risvegliare il nostro spirito rivoluzionario»; sangue che sarebbe servito anche a suscitare lo sdegno del mondo contro Israele, riportando la causa palestinese al centro del dibattito politico internazionale. Israele avrebbe potuto agire diversamente? Avrebbe potuto colpire Hamas senza cacciarsi nel vicolo cieco di un’operazione militare in un’area densamente abitata, con le inevitabili conseguenze? La sola altra opzione realistica sarebbe stata una prolungata offensiva “coperta” affidata a incursioni di forze speciali, da condurre parallelamente a una altrettanto ampia offensiva mediatica per mantenere il “vantaggio morale” creato alla ferocia dell’attacco del 7 ottobre. Un altro governo avrebbe forse adottato una simile linea di azione: non quello guidato da Benjamin Netanyahu, nel quale hanno un ruolo determinante estremisti che vagheggiano la «Grande Israele», come il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle finanze Bezalel Smotrich.

Vittime civili e information warfare
Per un esercito regolare, combattere i guerriglieri in una grande città è una delle sfide più difficili. Le zone urbanizzate sono la giungla del ventunesimo secolo; sono il terreno più favorevole per chi deve colpire e subito disperdersi tra gli abitanti inermi, infliggendo perdite al nemico senza restare esposto alla sua superiore potenza di fuoco. Limitare le vittime civili è sia un dovere morale che una necessità politica: perché nei conflitti asimmetrici della nostra epoca si combatte non solo “tra la popolazione” – come recita il titolo di un famoso saggio sulle guerre del ventunesimo secolo – ma “per la popolazione”, in senso ampio. Ovvero, il destino dei civili coinvolti nel conflitto costituisce di per se stesso un obiettivo fondamentale delle operazioni belliche.

Nel caso della guerra con Hamas è evidente come ogni nuova vittima tra i gazawi – quale che ne sia la causa: anche la distruzione di un obiettivo legittimo – costituisca una sconfitta politica per Israele. Hamas rischia di prevalere grazie all’emozione suscitata dalle perdite civili, sul numero delle quali non serve discutere, benché sia ovviamente controverso: conta soltanto il fatto che il computo fornito dalle autorità di Gaza, e accettato dalle Nazioni Unite, ha un impatto decisivo sull’atteggiamento della comunità internazionale. Lo Stato ebraico si è trasformato in poche settimane da vittima a carnefice, agli occhi di buona parte dell’opinione pubblica mondiale, grazie a una information warfare di grande efficacia, generosamente finanziata da potenze ostili. È un danno politico le cui implicazioni future sono difficili da valutare: ma l’isolamento di Israele può costituire un elemento di ulteriore insicurezza per l’intera regione mediorientale, su cui incombe lo spettro di uno scontro aperto con l’Iran.

Un successo tattico senza una strategia per la vittoria?
Ho sentito ripetere spesso che le operazioni delle forze israeliane nella striscia di Gaza possono essere considerate un netto successo tattico: subendo perdite molto più lievi del previsto, infatti, sono stati eliminati migliaia di miliziani, individuati e distrutti dozzine di depositi di armi e siti di lancio di missili, ostruiti o resi comunque inutilizzabili centinaia di chilometri di tunnel. Tutto vero: ma il prezzo di questo successo è stato alto, come già ricordato, perché ottenuto facendo ampio ricorso all’impiego di una schiacciante potenza di fuoco dal cielo – cacciabombardieri, droni, missili – che provoca sempre un alto numero di vittime civili. Non è in discussione il fatto che gli obiettivi colpiti fossero legittimi, o che utilizzare ospedali, scuole e luoghi di culto per nascondere armi e centri di comando sia un crimine di guerra: quello che conta è l’effetto politico della morte di migliaia di gazawi in conseguenza della loro distruzione. Ancora più preoccupante, tuttavia, è la sensazione che Israele non segua una strategia valida per la conclusione del conflitto, ma soltanto la testarda determinazione di ottenere un completo successo tattico sulle milizie di Hamas. Quello che la storia insegna, purtroppo, è che non esiste vittoria sul campo capace, da sola, di creare le premesse per una pace duratura.

Gastone Breccia è storico militare, docente all’Università di Pavia

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