Ora et (non semper) laboraAnche i monaci medievali si distraevano, ma consapevolmente

Come spiega Jamie Kreiner in “La mente vagabonda” (Il Saggiatore), lasciare libere le nostre idee è meno dannoso di quanto pensiamo, a patto di riuscire a distinguere le disattenzioni positive da quelle negative

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Quando i monaci andavano ancora più a fondo nei loro pensieri, incontravano la caratteristica più strana della mente: la sua capacità di analizzare le informazioni mentre osserva la propria attività. E anche se oggi potremmo pensare a questa riflessività come a un’interferenza ronzante, i monaci la consideravano un dono. Per le loro menti, pensare al pensare non era affatto una distrazione. Era il modo definitivo di stabilizzare il sé. Quindi escogitavano tutti i generi di stratagemmi per entrare nelle proprie teste.

Le strategie monastiche che abbiamo già visto, le pratiche che i monaci escogitavano per muoversi all’interno del mondo e delle loro comunità, di corpi, libri e ricordi, era come una serie di cerchi concentrici fissati sull’obiettivo della mente. Ma persino quando la condizionavano rimanevano suscettibili alla distrazione. Peggio: per un monaco ben addestrato, le distrazioni diventavano sempre più difficili da distinguere in quanto tali! Quando una mente altamente operativa avvertiva un’interruzione, la possibilità che fosse un lampo di percezione era pari a quella che si trattasse di una direzione sbagliata.

Gregorio Magno e Isacco di Ninive (attivi rispettivamente alla fine del VI secolo e alla fine del VII) osservarono entrambi che distrazione e rivelazione potevano essere straordinariamente simili. Sia l’una sia l’altra si presentavano come una perdita di controllo. Entrambe davano una sensazione di ubriachezza. E per distinguere tra una «caduta» cognitiva (come disse Gregorio) o una «balbuzie» (come disse Isacco) da una parte, e un repentino incontro speciale con qualcosa di concettualmente travolgente dall’altra, la mente doveva esaminarsi.

Perciò la metacognizione era una pratica monastica fondamentale per donne e uomini nella tarda antichità e nell’alto Medioevo. Le tecniche andavano da elementare ad avanzata, perché la «persona nascosta» di un monaco, come disse Abramo di Nathpar intorno al 600, «comincia come un neonato». La mente doveva far diventare la lallazione infantile un dialogo interiore capace di sorvegliare adeguatamente i propri movimenti e di immobilizzare le distrazioni. Questo significava imparare, per mezzo di esercizi sempre più difficili, a osservare i propri pensieri, valutarli, animarli, dilatarli e per finire, in sostanza, immobilizzarli.

La prima cosa e la più fondamentale per i monaci era acquisire l’abitudine di osservare i propri pensieri quando si presentavano. Basilio di Cesarea riteneva che gli adulti preposti a sovrintendere ai giovani monaci dovessero chiedere loro a che cosa stavano pensando, e che lo facessero spesso. Con il tempo, i giovani avrebbero imparato a conoscere la differenza tra pensieri buoni e cattivi, a cercare di concentrarsi su quelli buoni e a cominciare a osservare automaticamente i propri.

Oltre cinquecento anni dopo, nel IX e nel X secolo, in Inghilterra gli educatori di monaci insegnavano ancora questi obiettivi, ma i loro metodi erano cambiati: incoraggiavano i novizi a partecipare a svariati esercizi teatrali, come eseguire dialoghi tra insegnanti e studenti distratti, per esempio, che li aiutavano a praticare l’autosorveglianza.

Alcuni prendevano questa abitudine cognitiva più seriamente di altri. Alcuni monaci intorno al Mar Rosso e al Golfo Persico amavano raccontare un aneddoto riguardo a un padre del deserto che tutti i giorni usava due cesti per tenere traccia dei propri pensieri. Ogni volta che aveva un pensiero buono metteva una pietra nel cesto alla sua destra, e ogni volta che aveva un pensiero cattivo ne metteva una nel cesto alla sua sinistra. Se all’ora di cena la sua raccolta di sassi dei cattivi pensieri era più numerosa di quella dei buoni, si puniva restando senza mangiare.

Tale comportamento era avvincente per la sua bizzarra diligenza. I monaci, anche da adulti, nella maggioranza dei casi non erano tanto organizzati. Si doveva ancora ricordare loro di sorvegliare i propri pensieri e spiegare perché fosse importante. Scenute, per indurre i suoi monaci a mettere ordine nella propria mente in attesa delle visite divine, aveva fatto notare loro che Dio «cammina ogni giorno [e] spesso, [ma] sempre in segreto, in tutto il mondo disabitato». Dopo la morte di Scenute, avvenuta nel 465, alcuni suoi confratelli nelle loro agiografie ipotizzarono che fosse capace di leggere i pensieri altrui: il ricordo fresco del formidabile abate doveva essere un ulteriore incentivo per praticare l’autosorveglianza.

Altri mentori dei monasteri preferivano che fossero i monaci a prendere l’iniziativa, e studiavano tecniche per aiutarli a tenere traccia delle proprie distrazioni. Nel VI secolo Doroteo di Gaza raccomandava ai suoi monaci di ripassare una lista di controllo mentale da soli ogni giorno, come una specie di esercizio di revisione quotidiana: sono stato attento alla salmodia? Sono stato prigioniero di pensieri turbolenti (logsimon empathon)? Ho ascoltato le letture divine? Ho smesso di salmodiare o sono uscito prima dalla chiesa?

Verso la fine del VII secolo, Simone di Taibuteh scelse un altro approccio. Suggerì di lasciar vagare i pensieri di proposito, di lasciarli andare come se fossero bestiame al pascolo in un campo: «Poi d’un tratto buttati loro addosso con forza e di sorpresa, e ascolta, esamina e analizza con discernimento che cosa stanno pensando e meditando». Se questa imboscata rivelava che in realtà la mente stava pensando agli affari, o a un viaggio o ad altre persone, bisognava sapere che era necessario incrementare l’allenamento, accrescere le possibilità della mente di scegliere pensieri migliori quando di nuovo fosse stata lasciata libera.

La parola operativa qui era «discernimento», non solo per Simone ma per molti monaci, dall’Iran all’Irlanda. Osservare i propri pensieri era solo l’inizio della metacognizione monastica. Un monaco doveva anche indagare sui pensieri che lo distraevano e individuare le loro origini: «discernimento» (diakrisis, discretio, purshana) era il termine tecnico per questa attività di indagine. Impregnava la psicologia di Evagrio Pontico, che nel IV secolo aveva diffuso la teoria secondo cui i pensieri entravano nella mente da diversi posti. Alcuni pensieri avevano origine nel sé, ma anche Dio mandava pensieri nella mente di un monaco; e potevano farlo anche i demoni. Questo significava che pensieri in apparenza casuali non erano tutti problematici allo stesso livello: alcuni erano buoni e alcuni erano cattivi. Trovare la differenza era compito del monaco.

Evagrio aveva scritto il suo manuale di confutazioni, l’Antirrhetikos, per respingere i pensieri individuati dai monaci come demoniaci. E nei monasteri si raccontavano storie di eroici padri del deserto che avevano combattuto con i loro cattivi pensieri alzando la voce, al punto da essere uditi dai passanti. Battaglie di questo genere potevano cominciare soltanto se un monaco aveva compreso che un pensiero era ostile. E questo processo di monitoraggio preventivo era il discernimento.

Kevin Roose, giornalista nel settore della tecnologia del New York Times ha affermato che la «vigilanza dell’attenzione» e il «discernimento digitale», consistenti nell’imparare a valutare le informazioni di cui siamo bombardati sui nostri schermi, rappresentano tattiche fondamentali di cui gli esseri umani avranno bisogno per prosperare nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dell’automazione. Ma la vigilanza dell’attenzione e il discernimento sono stati individuati come competenze per sopravvivere oltre millecinquecento anni fa, prima che qualcuno si preoccupasse per il fascino esercitato da algoritmi e robot sull’umanità.

Tratto da “La mente vagabonda: Cosa ci insegnano i monaci medievali sulla distrazione” (ilSaggiatore), di Jamie Kreiner, pp.384, 26€

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