Modello OrbánL’euro-relativismo che dialoga solo con i fascisti degli altri

Non si capisce perché tanti osservatori francesi e tedeschi insistano nel distinguere l’apprezzabile evoluzione politica di Meloni dal semplice camuffamento tattico di Le Pen, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP/Lapresse

Oggi pomeriggio Viktor Orbán, in qualità di prossimo presidente del Consiglio dell’Unione europea (dal primo luglio comincia il semestre ungherese), salirà a Palazzo Chigi per incontrare Giorgia Meloni, proprio nelle ore in cui Ursula von der Leyen e il Ppe dovrebbero decidere, per dirla con le parole usate ieri dal capogruppo dei Verdi al parlamento di Strasburgo, se ripetere o meno con Meloni l’errore fatto con Orbán. «I Popolari hanno per lungo tempo mantenuto Orbán nel loro gruppo. Mi auguro che non facciano un errore analogo su Fratelli d’Italia», ha detto infatti Bas Eickhout in un’intervista a Domani.

Ma è discutibile che si tratti di un errore, almeno se intendiamo il termine nel senso di un atto dalle conseguenze non calcolate. In ogni caso, a me pare che dietro quella scelta ci sia anzitutto un atteggiamento che potremmo definire relativista, specchio di una mentalità para-coloniale, con cui le grandi democrazie europee guardano a paesi di più recente o incerta democratizzazione: quelli che in fondo sarebbero abituati da sempre a una qualche forma di regime illiberale, e dunque, per rispetto alle loro tradizioni e alla volontà popolare, andrebbero lasciati nelle mani degli autocrati che si sono scelti (sia pure sempre meno liberamente).

Questa è forse la ragione principale per cui Orbán è stato tanto a lungo tollerato all’interno del Ppe, e legittimato come interlocutore da tutte le principali forze politiche europee, nonostante nel frattempo impiantasse in Ungheria un regime sempre più illiberale e sempre meno democratico. E forse è anche il motivo per cui i popolari, ma anche tanti autorevoli giornali internazionali, dalla Zeit all’Economist, incoraggiano von der Leyen sulla strada dell’apertura a Meloni, come occasione per dividere l’estrema destra e fare argine a forze giudicate assai più pericolose come il Rassemblement National di Marine Le Pen in Francia o l’Afd in Germania.

Eppure, a mano a mano che si avvicinava alla concreta possibilità di andare al potere, anche Le Pen ha modificato non poco le proprie posizioni, sia in politica internazionale, in senso meno putiniano, se non proprio atlantista, sia in tema di diritti, avendo votato persino l’inserimento del diritto all’interruzione di gravidanza in costituzione.

Ha fatto cioè esattamente quello che ha fatto a suo tempo Meloni (anzi, perlomeno in tema di diritti, si direbbe che la leader francese si sia spinta parecchio più avanti). Dunque non si capisce perché tanti osservatori francesi e tedeschi (ma anche grandi giornali inglesi e americani) insistano nel distinguere l’apprezzabile evoluzione politica di Meloni dal semplice camuffamento tattico di Le Pen. Come se in fondo, magari inconsciamente, in molti tendessero a considerare accettabile per gli italiani quello che non accetterebbero mai nel loro paese. O peggio, come se pensassero di poter fare con l’Italia, per quanto riguarda le forze illiberali, qualcosa di simile a quello che l’Unione europea fa con la Turchia per i migranti, e cioè una sorta di esternalizzazione delle frontiere politiche: usare il nostro paese come grande campo profughi (o campo hobbit) del nazional-populismo, con l’obiettivo di tenere i suoi ospiti lontani dalle grandi democrazie europee. Se questa è la nuova centralità internazionale di cui parla Meloni, non credo sia qualcosa di cui vantarsi.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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