Renew da reinventare Per i liberali europei forse c’è una speranza (ed è a Est)

In Slovacchia e Repubblica Ceca le opposizioni hanno avuto la meglio sui Governi conservatori di Robert Fico e Petr Fiala, puntando su campagne elettorali europeiste. Ma il riformismo varia da Paese a Paese e il peso dell’influenza russa continua a tenere banco

AP/LaPresse

Dopo i risultati delle elezioni Europee a Bruxelles un piccolo movimento dell’asse politico c’è stato. I Liberali dell’eurogruppo di Renew, tra i più ammaccati dal risultato elettorale, partecipano alle trattative con un peso specifico ben diverso, che soffre soprattutto del tracollo di Emmanuel Macron in Francia. Ma se in Europa occidentale europeisti e liberali sono stati superati dall’estrema destra in più di un caso, o come in quello italiano completamente ignorati dall’elettorato, a Est la Slovacchia, la Repubblica Ceca e la Polonia sono andate nella direzione opposta.

Coalizione civica di Donald Tusk con più del trentasette per cento dei voti è stata la forza politica più votata in Polonia, e sull’ondata dei risultati delle legislative dello scorso ottobre è riuscita a diventare il primo partito del Paese, chiudendo definitivamente la stagione di vittorie di Diritto e giustizia (PiS) di Jarosław Kaczyński, che si è fermato al 36,2 per cento. Le promesse europeiste del primo ministro polacco fatte durante la campagna elettorale per il Sejm sono state confermate in questi primi mesi di governo, avvicinando Varsavia alle istituzioni europee con immediati interventi sulla magistratura polacca, gravemente ferita dalle riforme del governo di Mateusz Morawiecki. A cui si è aggiunta la piena collaborazione di Tusk al sostegno dell’Ucraina, che ha rafforzato a Est il fronte europeo nonostante i ripetuti attacchi e le posizioni filorusse di Viktor Orbán.

Una certa retorica putiniana è anche stata il motore della vittoria del primo ministro slovacco Robert Fico alle legislative del 2023. Ma a questo giro di elezioni europee il populismo e l’antieuropeismo non hanno convinto gli elettori, il partito di maggioranza Smer si è fermato al 24,8 per cento con soli cinque seggi. Un risultato piuttosto inaspettato soprattutto dopo l’attentato sventato da Fico a metà maggio, che ci si sarebbe aspettati avrebbe contribuito a mobilitare il suo elettorato, soprattutto in vista delle accuse mosse nei confronti dell’opposizione da Fico stesso.

Ad avere la meglio è stato invece il partito europeista Progresívne slovensko (Ps) guidato da Michal Šimečka, che con il 27,8 per cento si è aggiudicato sei seggi nella famiglia europea di Renew. Šimečka, già membro del Parlamento europeo nella scorsa legislatura, negli ultimi mesi ha portato avanti una campagna elettorale fortemente pro Europa, costruita su una prospettiva filo-occidentale, l’unica capace di evitare l’isolamento del Paese a causa delle relazioni strette e della pericolosa retorica filorussa del premier slovacco. E che ha tentato di superare la narrazione “Bratislava contro il resto del Paese” spingendo sul rafforzamento delle regioni, e sull’idea di una Slovacchia moderata e diversa da quella raccontata al mondo dal premier Robert Fico. Lo spiega a Linkiesta Michal Vašečka, professore e sociologo della Bratislava international school of liberal arts: «Se negli anni scorsi il Ps poteva definirsi come un partito progressista tradizionale, simile ai Verdi in Europa, ora sta cercando di spostarsi più al centro mantenendo un chiaro approccio europeista. Non dimentichiamoci che la Slovacchia è il Paese più filorusso in Europa, con più del venticinque per cento della popolazione ancora molto positivo nei confronti del Cremlino». E continua: «La strategia di Michal Šimečka è quella di spostarsi al centro per poter raggiungere anche i più liberali e moderati, quelli che in passato avrebbero votato per partiti conservatori come l’Unione democratica e cristiana slovacca (Sdku). Per molti il Ps rimane l’unica garanzia per una Slovacchia dentro ai confini dell’Unione europea».  

L’obiettivo dei liberali in Slovacchia è fare fronte unito contro la disinformazione del governo, e l’unico modo sembra essere quello di costruire un “catch-all party” che possa tenere dentro tutti, spiega Vašečka: «Liberali, Progressisti, Verdi, moderati ma anche cristiani, che in Slovacchia non hanno più un’alternativa e che se ben corteggiati potrebbero dare il proprio appoggio a un progetto come questo».

Ma l’ondata liberale a Est ha preso pieghe anche diverse. In Repubblica Ceca il partito più votato è stato Ano 2011 del miliardario ed ex primo ministro Andrej Babiš, che ha raccolto più del ventisei per cento dei consensi. Una forza di opposizione con un orientamento liberal-conservatore fortemente populista, che negli ultimi anni si è espressa in maniera critica nei confronti del Green new deal e dell’obiettivo di ridurre le emissioni del cinquantacinque per cento entro il 2030, rimanendo una spina nel fianco per Renew. Un partito in mano a un oligarca dalle posizioni ambigue, che lo scorso gennaio ha definito i Verdi della maggioranza austriaca «green lunatics», oltre ad aver espresso contrarietà al patto sull’immigrazione e l’asilo approvato lo scorso maggio dal Consiglio europeo. «Babiš ha cercato di costruire a suo modo un “catch-all party” riunendo tutte le frustrazioni e le paure degli elettori di destra e di sinistra – spiega il professor Vašečka –. La sua non è stata una campagna elettorale dichiaratamente anti europeista, ma ha sollevato alcuni dubbi sulla politica estera europea lasciando agli elettori il compito di dare una risposta. Non dimentichiamo che Babiš è un miliardario e che molte delle decisioni prese dalla Commissione europea hanno coinvolto direttamente anche i suoi rapporti finanziari, così come quelli di molti altri oligarchi dell’Europa centrale».

Babiš rimane un liberale non liberale, che cerca di avvicinarsi ai Progressisti e allo stesso tempo rafforza i rapporti diplomatici con Viktor Orbán, rimanendo ben saldo ai sette seggi dell’Europarlamento conquistati con queste elezioni. Un modo per riunire la frustrazione e raccogliere il bacino di consensi più ampio, rimanendo, percentuali alla mano, uno dei pochi leader populisti ancora capaci a farlo nel panorama europeo.

Quello che manca però all’oligarca è un progetto politico nazionale. Nei mesi di campagna elettorale non ha scelto la strada dell’estremismo, né ha proposto riforme illiberali com’è successo in Slovacchia. Non ha proposto alla Repubblica Ceca alcuna visione per il Paese che potesse far immaginare qualcosa di radicalmente diverso dall’attuale, ma non ha nemmeno offerto soluzioni radicalmente insostenibili o stravolgenti per le istituzioni statali: «Nei fatti quando non proponi riforme impopolari o politicamente indirizzate non puoi che incontrare il sostegno degli elettori. Non c’è niente che piaccia di meno ai cittadini che sentir parlare di riforme, quando non lo fai può solo che andarti bene», conclude Vašečka.

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