Intifad3 studentesc3L’occupazione dei i proPal a Palazzo Nuovo sarà ricordata solo per gli orrori grammaticali

Dopo trentanove giorni, gli studenti hanno abbandonato la sede dell’Università di Torino. Le bandiere bruciate, le aule occupate e gli striscioni sgrammaticati sono il miglior spot per una destra che vuole rimanere al governo

E alla fine Palazzo Nuovo è nuovamente libero. Dopo trentanove giorni di occupazione totale, ventiquattro ore su ventiquattro, l’Intifada studentesca se n’è andata spontaneamente, l’altra notte, sfilando per le vie di Torino tra fuochi d’artificio e inni alla vittoria (e l’aulica via Po, soltanto due giorni prima ripulita da commercianti e residenti, ancora una volta orrendamente sfregiata).

Tutto bene, dunque? Insomma… Intanto – in analogia con altre università italiane – davanti all’ingresso, accanto alla bandiera palestinese che sventola sul pennone dove dovrebbe esserci quella tricolore, campeggia ancora il grande striscione con la scritta «Fascisti e polizia andatevene via / l’università è dell3 student3». I fascisti non si sono fatti vedere, ringraziando Allah (e di questi tempi non era scontato: basti rivedere le immagini dell’aggressione a un gruppo di giovani di sinistra, martedì scorso a Colle Oppio), ma neppure la polizia, non foss’altro per capire che cosa succedesse e chi ci fosse là dentro.

Prima di passare ai contenuti più seri, ci si consenta una considerazione di ordine stilistico-grammaticale. Se nella prima riga della scritta – «Fascisti e polizia andatevene via» – è apprezzabile il virtuosismo della rima interna baciata (bravi, ragazzi, si vede che avete studiato. Palazzo Nuovo, per chi non lo sapesse, è sede delle discipline umanistiche: lingue e letterature, scienze dell’educazione, filosofia, storia, quelle robe lì, insomma), nella seconda riga casca… beh, no, diciamo che c’è lo scivolone: non tanto per via dell’abominevole ma ormai tassativo ricorso al segno 3 – surrogato evidentemente più up-to-date dello schwa, che oltretutto tresca con l’alfabeto ebraico e quindi brrrr – quanto perché, pur accettando l’impronunciabile grafema del genere indifferenziato-inclusivo, resta il problema di quel «dell» che precede il 3 e che va bene come preposizione articolata seguita da «studentesse» o anche «studenti» (le studenti, di genere femminile: poco usato ma morfologicamente ineccepibile) ma non per gli studenti di genere maschile. E qui non ci siamo. A meno che quest3 student3 non vogliano giocare con gli arcaismi – e per certi versi sembrano davvero fermi a un’età molto sorpassata, quando tutto il bene stava da una parte e tutto il male dell’altra, e non si sospettava la complessità che è il segno caratteristico del nostro confuso presente. Ma il discorso si farebbe a sua volta troppo complesso, e lo fermiamo qui.

Seconda considerazione: ma perché dalla metà di maggio Palazzo Nuovo è stato abbandonato al suo destino, senza che nessuno pensasse di fare qualcosa, non necessariamente qualcosa di repressivo, come se l’ormai protocollare bivacco fosse divenuto un fatto acquisito, un’abitudine a cui si era assuefatti, come le piogge che per tre mesi non hanno dato tregua ma ora, almeno quelle, sembrerebbero cessate? Adesso anche il rettore, Stefano Geuna, inneggia alla vittoria: «L’istituzione ha mantenuto una linea ferma e aperta al confronto» dice in una nota, aggiungendo che «verificheremo lo stato dei locali al più presto per un ripristino della piena attività didattica». Ecco, appunto, lo stato dei locali. E l’attività didattica. Alla buon’ora.

Domanda: perché, quando il diciannove marzo i manifestanti pro Pal hanno fatto irruzione nella sede del Rettorato torinese, interrompendo una seduta del Senato accademico, per chiedere la revoca degli accordi con le università israeliane, non solo si è accettata l’inammissibile violenza dell’intrusione ma, dopo una giornata di tira e molla e progressivi cedimenti, alla fine ci si è piegati (sia pure parzialmente) al diktat? Beninteso, senza discuterne le ragioni, senza cercare di mettersi d’accordo su come e quanto e quando, e soprattutto se, le collaborazioni scientifiche inter-universitarie potessero nuocere alla causa palestinese.

Relativamente a quel che sta accadendo a Gaza in questi mesi, chiaramente l’impatto a breve è nullo – si può supporre che lo capiscano anche i manifestanti – ma altrettanto chiaro è che non conta tanto il risultato immediato quanto il segnale politico che si intende dare. E questo va bene, sul tema specifico si può essere d’accordo o no, ma la libertà di manifestare è fortunatamente ancora prevista dalla costituzione democratica. E però perché si è tollerata questa manifestazione continua, che ha leso in primo luogo gli studenti stessi, occupanti e non, tanto più in una sede umanistica, mentre in altre sedi e al Politecnico i dimostranti erano presenti e attivi ma non impedivano le lezioni (anche perché, se ne sono resi conto, senza il blocco delle lezioni c’erano più persone che si potevano raggiungere)? Si pensa forse che Petrarca o Kant insegnino a massacrare i palestinesi?

E qui torniamo all’infausto diciannove marzo, perché lì è cominciato tutto. Se quel giorno il rettore – per mancanza di coraggio, per prudenza, per evitare guai peggiori, magari anche per legittimo convincimento personale – ha ritenuto di accettare l’inaccettabile, limitandosi nelle settimane successive, e specialmente a occupazione consumata, a pigolare profferte di dialogo a quel punto giustamente respinte con perdite, perché all’indomani non ha avvertito il bisogno di rimettere il suo mandato nelle mani di chi fosse disposto a prendere in mano la situazione? Ricordiamo che tra i compiti del rettore (citiamo dallo Statuto dell’Università degli studi di Torino, emanato con D.R. n. 1730 del quindici marzo 2012, art. 48), oltre a promuovere «rapporti con altre Università, istituzioni e organismi nazionali e internazionali» (comma g: in questo caso i manifestanti avevano ragione a rivolgersi a lui), ci sarebbe anche quello (comma o) di vigilare «sul funzionamento delle strutture e dei servizi dell’Università». Lo ha fatto?

Sapevamo che cosa stesse avvenendo nell’edificio occupato, chi fossero di preciso gli occupanti e quelli che ne dirigevano le azioni? Chi ci era entrato testimonia che molti erano militanti del famosus (nel senso latino del termine) centro sociale Askatasuna, i quali, dopo aver raggiunto lo scorso gennaio un accordo con il Comune per cogestire l’edificio che occupavano da anni nel vicino corso Regina Margherita, sembravano essersi trasferiti armi e bagagli a Palazzo Nuovo. Che fossero costoro (non gli idealisti, ingenui, sprovveduti ma tutto sommato – vogliamo credere – civili dimostranti studenteschi) i principali protagonisti del sabato nove giugno di follia che ha messo a vernice e fuoco il centro storico di Torino?

Facciamo un’ipotesi: se i professori e gli studenti che avrebbero voluto appoggiare la Palestina ma senza per questo vedersi precluso l’accesso alle strutture universitarie, e che sono la stragrande maggioranza, avessero deciso a loro volta di far valere le proprie ragioni e avessero tentato un’azione di forza? Che cosa sarebbe successo? Che cosa può succedere quando latita l’autorità pubblica e si confida nella rassegnazione dei più di fronte alla prevaricazione di pochi? I campus americani sono stati sgomberati senza troppi problemi dopo pochi giorni di occupazione, come si è sempre fatto in questi casi, anche qui in Italia nel sessantotto, sollevando da terra i dimostranti che opponevano resistenza passiva e trascinandoli via senza danni: perché da noi non accade?

Sono tante le buone ragioni che suggeriscono la cautela: il rischio di far degenerare la situazione, di ritrovarsi poi con i ragazzi manganellati a sangue da forze dell’ordine incapaci di imporre l’ordine con la dovuta fermezza ma senza tralignare nella violenza (anche questa impreparazione andrebbe prima o poi presa in esame). Un remake di quanto avvenuto lo scorso febbraio a Pisa sarebbe manna per gli antagonisti e non farebbe che inasprire il conflitto. Autorità accademiche, cittadine, nazionali, la stessa magistratura lo sanno e per questo traccheggiano.

C’è però un’altra ragione, forse, dietro alla linea verosimilmente favorita da Roma: quelle università occupate, lezioni saltate, imbrattamenti, bandiere (israeliane e americane) incendiate e kefiah orgogliosamente ostentate, nella crescente insofferenza della maggioranza silenziosa ma non impassibile dei cittadini, sono il miglior spot elettorale per la maggioranza governativa di destra ben determinata a restare tale per ancora molti anni. Battiamoci pure per la Palestina (e per gli ostaggi israeliani, bisogna sempre aggiungere, perché non tutti se ne ricordano), ma pensiamo anche un po’ a quel che succede in casa nostra, se non vogliamo morire meloniani.

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