Risorsa inattesaLa mentorship può aiutarci a ricostruire il senso di comunità smarrito

Il mentoring si distingue dal coaching perché realizza un rapporto di ascolto e confronto tra due soggetti che hanno esperienze assai differenti. In un universo dove in molti sono spaesati dalle trasformazioni sociali ed economiche indotte dalle nuove tecnologie e dalla globalizzazione, questo rapporto di fiducia reciproco rappresenta uno strumento potente per la crescita personale

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Si sente sempre più spesso parlare di coaching e meno di mentorship. La prima, in grande sintesi, è una pratica di insegnamento nel mondo del lavoro, normalmente di breve durata, focalizzata su obiettivi e competenze specifiche, rivolta a un gruppo di persone che ha come obiettivo quello di trasferire conoscenza e competenze.

La mentorship si distingue dal coaching perché realizza un rapporto tra due soggetti («mentore» e «mentee») che hanno un profilo di esperienza «quantitativamente» assai differente, combinando quindi generazioni diverse che tendono a realizzare un rapporto di ascolto e confronto capace di far crescere soprattutto – ma non solo – il capitale sociale del soggetto meno esperto, creando così un rapporto di lunga durata basato anche sul grado di fiducia che si viene a instaurare.

A mio avviso, è un meraviglioso modo di trasferire «esperienza socio-lavorativa», visione e incoraggiamento, esperienza di relazioni e di vita lavorativa vissuta che può generare diversi aspetti positivi, per altro per entrambi i soggetti coinvolti, come dirò più avanti. Mai come oggi, verrebbe da dire.

Da un lato i giovani sono spaesati e lanciati in un universo (non solo lavorativo) dove le trasformazioni sociali ed economiche indotte dalle nuove tecnologie e dalla globalizzazione hanno assunto una magnitudo e profondità mai viste prima nella storia dell’umanità: «Siamo presi in un’angosciante tenaglia nella quale se, da un lato, il futuro ci appare più minaccioso che mai, dall’altro il passato, con i giorni che se ne vanno, le insufficienze in qualche materia scolastica, le incertezze sugli studi da fare e le scelte sbagliate rimediate a fatica, suona ormai come una condanna» scrive Vincenzo Perrone, docente all’ Università Bocconi, nel suo libro “Il lavoro che sarai” (Feltrinelli, 2016); dall’altro la vita media si è di molto allungata e un crescente numero di persone con diversi e corposi bagagli lavorativi ed esperienziali, usciti e/o in uscita dal mondo del lavoro, sarebbero ben lieti di mettersi in gioco per supportare i più giovani alle sfide che li attendono.

In buona sostanza, si tratta di creare un ponte di ascolto e riflessione tra generazioni diverse dove alla freschezza intellettuale e sociale dell’uno si combina l’esperienza di anni sul campo della seconda.

Sebbene in molti scritti si definisca il mentore come colui che dà consigli, il vero mentore deve soprattutto essere capace di ascoltare, restituendo – filtrati dalla sua esperienza – elementi «nuovi» sui quali far riflettere la componente più giovane.

Gli esempi anche famosi sono tanti ma parto da un caso particolare, quello descritto da Christopher «CJ» Gross, autore del libro “What’s Your Zip Code story”.

Ceo di Ascension Worldwide (Usa), azienda impegnata sui temi dell’inclusione, integrazione e trasformazione culturale sul posto del lavoro, nel suo articolo pubblicato dalla prestigiosa Harvard Business Review nel giugno 2023: «Ho sperimentato personalmente l’impatto significativo che il mentoring può avere. Guidato da un mentore con un background dissimile, ho imparato il valore di forgiare relazioni al di là delle mie esperienze. Un caso memorabile è stato quando il mio mentore mi ha incoraggiato a imparare a pilotare i droni, un hobby apprezzato da un leader esecutivo della nostra azienda. Non avrei mai immaginato che questa fosse l’abilità di cui avevo bisogno per accedere a quel leader. Prendendo l’iniziativa, sono diventato un pilota piuttosto bravo e ho invitato il dirigente a unirsi a me durante le pause pranzo. Abbiamo costruito un rapporto professionale a lungo termine che mi ha aperto molte porte».

Citazione lunga ma che mi permette di mettere in risalto come la mentorship copra non solo aspetti più squisitamente legati alle «tecnicalità» del mondo del lavoro ma guardi in maniera più ampia e con visione olistica ai temi della «personale realizzazione» che ogni giovane ha in testa.

Nella mentorship, inoltre, a differenza del coaching, si realizza uno scambio bi-direzionale che crea valore anche per la generazione meno giovane (pensate banalmente alle competenze e sensibilità digitali). Possiamo senz’altro dire che il mentore guadagna dalla relazione tanto quanto il mentee.

In alcuni casi viene di proposito utilizzata la pratica del «Reverse Mentoring» (o Mentorship Inversa) proprio per questo scopo.

Steve Jobs, per citare un altro esempio, ha avuto come uno dei suoi più influenti mentori Bill Hewlett, Ceo e cofondatore di Hewlett-Packard. La storia è particolare: fu lo stesso Jobs all’età di dodici anni a chiamare al telefono di casa il fondatore di HP per chiedergli dei pezzi di ricambio. Dopo venti minuti di telefonata (così racconta Walter Isaacson, autore della biografia sul fondatore di Apple) non solo venne esaudita la richiesta ma Hewlett offrì a Jobs una internship aziendale come impiegato stagionale. Nella fabbrica HP a Palo Alto Jobs conobbe Steve Wozniak (detto «Woz»), che lavorava alla HP come ingegnere, con il quale poi fondò Apple.

Un altro esempio è stato il rapporto tra Bill Gates e Warren Buffet. I due si conobbero nel luglio del 1991 quando Gates aveva trentasei anni; all’inizio Gates non voleva conoscere Warren che considerava un «parassita» della finanza. Ne nacque una «incredibile» amicizia. Gates in occasione di una intervista nel novembre del 2009 della CNBC, presso la Columbia University, presente anche Warren, ebbe a dire: «Con Warren, ci sono molte cose (positive) che potresti scegliere, la sua integrità come esempio per il mondo. Il suo senso dell’umorismo. Ma penso che sceglierei il suo desiderio di insegnare, il suo desiderio di insegnare cose che sono complesse e metterle in una forma semplice in modo che le persone possano capire e ottenere il beneficio di tutta la sua esperienza…»

Come non citare Richard Branson fondatore di Virgin Group che a proposito del suo mentore Frederick Alfred (Freddie) Laker (1922–2006), inglese, imprenditore nel settore aeronautico, il primo a credere nelle compagnie aere cosiddette low-cost? «La sua mentorship non solo ci ha aiutato a far decollare Virgin Atlantic (letteralmente), ma mi ha insegnato lezioni di business e di vita per tutta la vita. Con la sua guida, ho imparato come definire e raggiungere i miei obiettivi, superare gli ostacoli e superare la concorrenza – cose che sono spesso l’anello mancante tra un uomo d’affari promettente e uno di successo».

La più importante caratteristica di una mentorship è il legame di fiducia che genera. D’altronde Mentore è il personaggio nell’Odissea a cui Ulisse, prima di partire per il suo lungo viaggio, affida la propria casa, il figlio Telemaco e la moglie Penelope. Come potrebbe non avere piena fiducia in lui?

Nella mentorship possiamo senz’altro affermare che è più importante la qualità della relazione che gli aspetti più squisitamente contenutistici. Obiettivo del mentore è creare una più consapevole autonomia del mentee che un grado di dipendenza.

Ecco perché deve ripudiare gli atteggiamenti paternalistici e saper controllare la fretta di suggerire risposte e soluzioni che il mentee deve essere aiutato a trovare da solo. Qui sta il trucco!

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