Bike-dayLo sbarco in Normandia si fece anche con le biciclette

Ottant’anni fa, il 6 giugno del 1944, nell’operazione militare più famosa della storia parteciparono anche le divisioni ciclisti di Canada e Gran Bretagna. Le due ruote furono protagoniste di vari conflitti, e oggi sono in dotazione anche all’esercito ucraino

Original image by Imperial War Museums. Uploaded by Mark Cartwright, published on 23 May 2024

In Normandia esistono molte piste ciclabili dove è possibile ripercorrere i luoghi dello sbarco degli Alleati, il celebre D-day, sulle spiagge del nord della Francia che il 6 giugno 1944 ha dato il via alla liberazione del continente europeo dal nazifascismo. Pedalando lungo quella fredda costiera molti turisti stanno, forse inconsapevolmente, emulando le gesta compiute ottant’anni fa da circa mille soldati: le foto dell’epoca ritraggono alcune divisioni di fanteria in bicicletta canadesi sbarcare sulla spiaggia di Juno con in mano, o in spalla, uno strano mezzo di alluminio, composto da due ruote sovrapposte e del peso di circa dieci chili.

Quelle erano le bici pieghevoli della Birmingham Small Arms Company (Bsa). Con un semplice movimento, si svitavano due forcelle e, in sella alle loro due ruote, i soldati canadesi potevano muoversi in maniera veloce e silenziosa verso il loro obiettivo: quel giorno dovevano stabilire una testa di ponte e dirigersi nell’entroterra verso Caen, distante circa venti chilometri

«Ti piace il ciclismo? Se è così perché non pedalare per il Re?». Questi erano i manifesti di arruolamento sparsi per tutto il Commonwealth per convincere le persone a imbracciare la propria bici e andare al fronte.

Ma i soldati ciclisti non sono una novità del secondo conflitto mondiale. Le loro origini risalgono alla seconda guerra boera in Sudafrica alla fine del XIX secolo. Le due ruote diventarono i nuovi mezzi per inviare informazioni, come ha spiegato al Guardian lo storico Colin Stevens, curatore del museo online dedicato alle biciclette vintage e militari: «Il piccione messaggero era uno dei metodi di comunicazione più avanzati dell’epoca, quindi questo era un passo logico, soprattutto perché automobili e motociclette erano ancora rare. Le biciclette non richiedevano la cura e l’alimentazione costante dei cavalli».

Da semplici corrieri, le divisioni in bici aumentarono perché divennero utili per vere e proprie azioni di guerra. «Il ciclista non soffre di dolori ai piedi, né la sua cavalcatura perde di condizione – ha detto il capitano Trapmann per convincere la giuria militare britannica dei meriti dei soldati in bici – Più a lungo dura una campagna, più il ciclista diventa in forma. In movimento il ciclista offre un bersaglio molto più piccolo e allo stesso tempo più difficile da colpire anche rispetto al fante. Può pedalare dietro le siepi con il corpo piegato in basso e rimanere invisibile… Forse può anche essere interessante notare che la grande maggioranza dei ciclisti sono praticamente astemi».

Cambiano le guerre, dalla trincea si passa alla Blitzkrieg, e anche le tecnologie si adeguano. I cavalli non vengono più utilizzati, ormai inutili contro i carri armati e le mitragliatrici (esemplare è stata, durante l’invasione nazista della Polonia, la carica della cavalleria di Varsavia contro i Panzer tedeschi). A questo cambio si adattano anche le biciclette: la Bsa fabbrica la sua due ruote pieghevoli “Airbone”, apposta per i paracadutisti.

«La Airbone era tutta in alluminio e non doveva pesare più di dieci chilogrammi – spiega a Linkiesta Antonio Molteni, presidente della Fondazione Museo del Ciclismo “Madonna del Ghisallo” –. Era composta da un solo pezzo e serviva solo lo stretto indispensabile: il telaio era spesso quanto un mignolo, i pedali erano grandi come una penna biro infilata nella pedivella (il pezzo di metallo che collega i pedali alla bici) e lo spessore delle ganasce dei freni era di un millimetro e mezzo». Ingegnoso anche il metodo di “ripiegamento”: c’erano due forcelle che permettevano al telaio di chiudersi a metà e una terza forcella permetteva al manubrio di girarsi nella stessa direzione del telaio.

I paracadutisti si lanciavano solitamente dagli alianti con le “Airbone”, ma vennero progettati degli aerei senza motore abbastanza grandi per trasportare anche le jeep e quindi le bici pieghevoli iniziarono a venire trasportate dalla fanteria via mare. Questa operazione, come durante lo sbarco in Normandia, in alcuni casi aveva delle tragiche conseguenze: «Scendere dalla rampa di un mezzo da sbarco mentre si trasportava un fucile o una pistola, uno zaino pesante, munizioni e una bicicletta era molto difficile – ha affermato Stevens –. Alcuni soldati annegavano cadendo in acqua e non riuscivano a liberarsi del carico. Anche una volta a terra, i ciclisti si imbattevano rapidamente nel problema delle gomme bucate a causa dei vetri rotti e dei frammenti di granate che ingombravano le strade».

Tra il 1942 e il 1945 furono prodotte oltre settanta mila biciclette pieghevoli della Bsa, ma non si sa con esattezza il numero di quelle utilizzate dai canadesi e dai britannici durante lo sbarco sulle spiagge di Normandia. Però si sa che non furono utilizzate quanto era previsto dal piano originale.

Anche in Italia le bici furono impiegate durante le due guerre mondiali. E di alcune innovazioni tecnologiche ideate per l’uso militare ne usufruiamo ancora noi oggi: «Le due ruote prodotte dalla Bianchi per i bersaglieri durante il conflitto del 15-18 – spiega Molteni – erano ammortizzate sia davanti che dietro». Tecnologia che poi verrà usata nelle moderne Mountain bike.

Rapide e silenziose, le bici furono utilizzate anche dai partigiani durante la guerra civile in Italia dal 1943 al 1945. Divennero uno strumento così pericoloso che la Repubblica di Salò arrivò a vietarne l’uso: «Dopo l’8 settembre viene proibita la circolazione in alcune ore – racconta a Linkiesta Stefano Pivato, storico e saggista autore del libro “Storia sociale della bicicletta” (Il Mulino) – perché le associazioni partigiane che agiscono in città, usano le biciclette per poter operare più rapidamente. Ad esempio, ci sono assalti alle caserme di con formazioni di quaranta-cinquanta partigiani in sella a una bici. A un certo punto non basta più neanche la limitazione e viene proibita tutta la circolazione e le biciclette vengono sequestrate».

Una catena di trasmissione lega la seconda guerra mondiale, e in particolare le spiagge della Normandia nel 1944, e l’Ucraina dal 2022. Oggi, come ottant’anni fa, si utilizzano ancora le biciclette per azioni di guerriglia: all’inizio dello scontro le truppe di Kyjiv avevano trasformato le due ruote donate dalla azienda Delfast in mezzi di trasporto di missili anticarro capaci di attaccare i corazzati russi.

Quella tipologia bici è silenziosa e può raggiungere la velocità di ottanta chilometri all’ora. Per questo motivo, oltre agli attacchi, è utilizzata per operazioni di spionaggio e di rifornimento. Lo scorso aprile la Germania ha rifornito le truppe di Kyjiv di ulteriori cinquanta unità elettriche multiple (Emu) di e-bike. «La bicicletta era fantastica e può davvero funzionare per i gruppi mobili», ha detto un soldato al Ceo ucraino di Delfast Daniel Tonkopi.

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