Parla Walter FasanoTra arte e cinema, il fuoco di Pino Pascali non accenna a spegnersi

Dentro la particolare consacrazione dell’artista pugliese, dalla retrospettiva in Fondazione Prada a Milano (fino al 23 settembre) al docufilm (su Mubi) “PINO”: «Pascali era incredibilmente abile con le mani, tanto da essere soprannominato “Detto Fatto”», racconta il regista classe 1970 a Linkiesta Etc

Ph. Elisabetta Catalano

Gli amici lo chiamavano “Detto-Fatto”, un nomignolo ironico per l’artista Pino Pascali, che ben descrive il suo approccio diretto, schietto e concreto, senza fronzoli, non solo con la sua arte ma anche con la vita e il suo quotidiano. Pugliese di fatto e nell’animo, nel 1959 si trasferisce a Roma e inizia a lavorare come scenografo in alcune produzioni Rai. Per trasmissioni televisive come “Carosello”, Pino disegna plastici di velieri, treni, corazze, dando corpo a un immaginario che si riversa come le onde del suo amato mare in una pratica artistica fatta di sculture e materiali plastici, fragili ed effimeri come pelo acrilico, rafia e legno. In poco tempo, tra cacciaviti, martelli e pinze, lo spazio in cui lavora diventa più simile ad un’officina che ad uno studio.

Quasi come se dentro di sé avesse sempre custodito la consapevolezza del poco tempo a disposizione, nel 1964 Pascali, insoddisfatto, distrugge gran parte delle sue opere. Un gesto quasi catartico, perché da quel momento la strada si spalanca a una nuova produzione, dove animali, trappole e ponti, ibridi tra sculture ed elementi di scena, diventano il cuore di mostre che si susseguono senza sosta, progettate sempre scrupolosamente. Nel 1965 espone nella galleria romana La Tartaruga di Plinio De Martiis e, un anno dopo, nella galleria di Gian Enzo Sperone a Torino, dove presenta l’opera Armi. Il successo di Pino Pascali è fulmineo e si consacra quando Germano Celant inserisce il suo nome nel gruppo dell’Arte Povera e presenta i Bachi da setola a Parigi, nella galleria di Alexandre Iolas.

La sua morte, avvenuta l’11 settembre 1968, lascia una ferita profonda in chiunque l’abbia conosciuto. Pochi giorni dopo, gli viene assegnato postumo il Premio Internazionale di Scultura della Biennale di Venezia, un riconoscimento prestigioso che, tuttavia, non impedisce alla sua figura di alternare momenti di grande celebrità a lunghi periodi di oblio. Negli anni si sono susseguiti vari momenti cruciali, tra cui la mostra personale Teatrino curata da Palma Bucarelli e allestita nel 1969 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la retrospettiva torinese Pino Pascali del 1977, e Pino Pascali: ritorno a Venezia del 1991. Tuttavia, la Fondazione Museo Pino Pascali a Polignano a Mare è stata il faro della rinascita critica dell’artista, custodendo – oltre alle opere – anche degli oggetti personali donati dai suoi genitori.

Questo percorso culmina attraverso tre eventi chiave. Il primo è stata un’importante esposizione della Fondazione Pino Pascali, parte delle celebrazioni del 2018 per il cinquantenario della morte dell’artista. Il secondo evento è l’assegnazione a Walter Fasano del compito di documentare l’acquisto dell’opera Cinque bachi da setola e un bozzolo, da parte della stessa Fondazione. Tuttavia, Fasano ha proposto di ampliare il racconto, evocando contenuti “altri”. Questo ha portato alla nascita di “PINO”, un film che mette in dialogo musica, immagini, voci (Suzanne Vega, Alma Jodorowsky, Monica Guerritore e Michele Riondino) e impressioni ispirate a figure pascaliane come Arthur Rimbaud, Chris Marker e Alain Resnais, evidenziando come l’esplorazione creativa sia aperta a infinite possibilità, direzioni, concezioni e poetiche.

Il terzo evento è l’attuale mostra presso la Fondazione Prada a Milano (fino al 23 settembre 2024), curata da Mark Godfrey. L’esposizione è divisa in quattro sezioni, ciascuna delle quali offre una prospettiva specifica sulla produzione di Pascali, con l’obiettivo di approfondire il carattere innovativo della sua opera e il suo impatto sulle nuove generazioni.

Proprio con Walter Fasano abbiamo voluto riflettere sulla dinamica altalenante di luce e ombra che ha caratterizzato la memoria dell’artista, e come questa sia cambiata a partire dal suo docufilm. Abbiamo anche esplorato il potenziale che le istituzioni affidano al formato del documentario e come queste dinamiche differiscano dai film biografici. Il regista ci ha guidato dentro questo fuoco Pascaliano, che oggi, proprio come all’inizio, divampa.

“PINO”, in distribuzione su Mubi, è stato il tuo debutto alla regia, ma la tua esperienza come montatore emerge chiaramente nel docufilm.
«Sì, dopo il centro sperimentale, ho lavorato come montatore per trent’anni. Tuttavia, già all’inizio della mia carriera, negli anni Novanta, avevo avviato una piccola produzione che si collocava tra l’arte e il cinema sperimentale. Avevo poco più di vent’anni e nel giro di dieci anni ho realizzato una decina di video che hanno partecipato a festival come Bellaria, Pesaro e anche alcuni internazionali. Questi lavori, in qualche modo, richiamano il tipo di approccio che ho adottato in “Pino” e riflettono la mia attitudine di montatore. Oltre a questi progetti, ho co-diretto un documentario su Bernardo Bertolucci con Luca Guadagnino, dove l’uso del suono e della musica, insieme a una narrazione non lineare, creano connessioni sottili e inconsce. Tutto questo lavoro è stato una sorta di preparazione per “PINO”». 

Walter Fasano (ph. Pino Musi)

Pino Pascali ha lasciato un segno indelebile nell’arte. Qual era la tua conoscenza di lui prima del progetto e quali emozioni hai provato quando ti è stato affidato il docufilm?
«Io sono nato a Bari, un paio di anni dopo la morte di Pino Pascali a Roma. Curiosamente, vivo di fronte all’ospedale dove è deceduto e a pochi passi dalla sede della Lodolo Saraceni, lo studio pubblicitario per cui lavorò per molti anni. Ricordo che una volta, una professoressa del liceo particolarmente avveduta portò la mia classe alla Pinacoteca Provinciale di Bari, dove visitammo una mostra dedicata a Pascali. Tra le opere, anche una installazione permanente, “Le Pozzanghere”. Ricordo molto bene quella visita; la Pinacoteca, situata in un magnifico palazzo sul lungomare, è un luogo speciale, purtroppo poco conosciuto. Insomma, per noi pugliesi, Pascali è una figura mitica, anche grazie alla Fondazione Pascali che ha lavorato instancabilmente per mantenere viva la sua memoria. Quando mi è stato proposto di realizzare questo docufilm, ho percepito un legame naturale con Pascali. Entrambi abbiamo lasciato la Puglia per Roma, portando con noi la luce dell’Adriatico, i colori bianchi dell’architettura rurale, gli ulivi e la terra pugliese – elementi che restano impressi dentro. Questa connessione mi ha permesso di comprendere profondamente i suoi processi affettivi e creativi. Forte di questo legame, mi sono immerso nell’esplorazione della sua figura con grande libertà e passione». 

Nel tuo lavoro hai cercato di riportare alla luce anche quelli che potevano essere i pensieri fugaci di Pino, i suoi ricordi,  il suo legame con Bari e il mare. Come hai bilanciato l’aspetto emotivo con quello documentaristico? Da dove provengono questi aneddoti e impressioni, così profonde?
«Ho sempre percepito la sua presenza come molto forte e potente, ma al contempo fragile. La ricerca è partita da uno studio approfondito di tutto il materiale disponibile su Pino: cataloghi di mostre, critiche, pubblicazioni dell’epoca e i pochi video d’archivio esistenti. Ho anche parlato con persone chiave nella vita di Pino, come Fabio Sargentini, i cui racconti sono stati fondamentali per la narrazione. Ero consapevole di non poter essere completamente esaustivo, ma questo non mi ha impedito di cercare di catturare l’essenza di Pino. Il processo di scrittura è stato libero e lungo, culminando in un testo di 80-100 pagine da cui ho estratto la traccia del fuori campo. Ho integrato le mie impressioni personali con dichiarazioni di Pino, soprattutto da un’intervista con Carla Lonzi, mescolandole con versi di Rimbaud che sentivo molto “Pascaliani”, nonostante la distanza temporale e geografica tra i due. Questa libertà espressiva mi ha permesso di creare connessioni significative, anche se non strettamente biografiche. In questo senso la cronologia della breve vita artistica di Pino ha fornito una struttura di contenimento che ha evitato che il discorso diventasse “folle”, joyciano, eccessivamente impressionista».

Negli ultimi trent’anni c’è stata una riscoperta del lavoro di Pascali, culminata nel tuo docufilm e nella recente mostra alla Fondazione Prada. Mi piacerebbe sapere le tue impressioni su questo percorso di luci e ombre, nella sua vita.
«La mostra organizzata da Fondazione Prada è stata un’esperienza profondamente intensa per me, soprattutto dopo il viaggio di tre anni che ha portato alla realizzazione del mio docufilm. Ho avuto la straordinaria opportunità di vedere opere che non avevo mai ammirato di persona, sparse com’erano in vari musei del mondo, e di confrontarmi con esse. Quando si chiude un film, perché a un certo punto devi decidere di farlo, è come chiudere un capitolo della tua vita. È un po’ come aver abitato una casa, o meglio una caverna, non nel senso oscuro del termine, ma come un luogo accogliente e protettivo. Alla fine, decidi di dare luce a quello che hai creato, trovando la forma per esprimere ciò che vuoi dire. Dentro, per te, è come chiudere una storia d’amore, ma in modo magnifico, senza gli strascichi negativi che a volte accompagnano le storie che finiscono male. Alcuni film possono essere storie d’amore che finiscono male, ma non è stato il caso di “PINO”. Il film è nato da un atto d’amore, sincerità e libertà personale, e le grandi soddisfazioni ricevute, soprattutto per il fatto che è stato compreso e non criticato per un’eventuale appropriazione personale del lavoro e della figura di Pino, sono state davvero gratificanti».

Pino Musi Muro Torto (prima foto)

Parlando della costruzione del docufilm, hai intrapreso un viaggio di scoperta su Pino che non segue i canoni tradizionali del documentario. Quali sono stati i tuoi pensieri riguardo a questo approccio e come hai affrontato il processo di realizzazione?
I documentari o le ricostruzioni classiche, seppur utili a livello informativo, tendono a incastrare la storia in schemi rigidi e arbitrari. Questi racconti semplificano eventi complessi, riducendoli a poche date chiave. Anche per i grandi artisti del Novecento, come Picasso, le fasi della loro vita sono spesso ridotte a costruzioni che non riescono a catturare la vera complessità della loro esistenza e della loro arte. Volevo evitare questo approccio prevedibile, evitare di semplificare la vita di un artista. Ho cercato di mantenere aperte tutte le possibilità, chiedendomi continuamente dove si trovasse veramente Pino. È come realizzare un film tratto da un libro: l’unico modo per essere fedeli al testo è tradirlo, trasportandolo in un altro medium. In questo senso, ho pensato che fosse possibile esplorare la poesia artistica e la vita di Pino dedicandomi alla ricerca e all’esplorazione, piuttosto che seguire una ricostruzione tradizionale e strutturata.

Hai riflettuto sul potenziale dei documentari rispetto ai biopic? Quali differenze trovi più significative tra i due formati?
«Penso che sia una questione di sensibilità e di gusto. Spesso trovo che i biopic tradizionali possano risultare quasi invadenti, pornografici. Preferisco film che scelgono la sintesi e l’astrazione. Per esempio, “Last Days” di Gus Van Sant racconta gli ultimi giorni di Kurt Cobain in modo molto libero, senza cercare di coprire tutta la sua vita. Un altro esempio è “Antonia” di Ferdinando Cito Filomarino, che si concentra su pochi momenti chiave della vita di Antonia Pozzi. Questo tipo di approccio, prospettico e radicale, è più interessante per me perché evita l’ambizione di un affresco completo e riduce il rischio di una rappresentazione superficiale. Abbiamo esempi di film biografici che, pur avendo avuto successo commerciale, non apprezzo per la loro eccessiva semplificazione. Un esempio è “Bohemian Rhapsody”, che ritengo una rappresentazione atroce di Freddie Mercury, nonostante il successo al botteghino e i premi vinti. La semplificazione paga bene, ma spesso a scapito della profondità e della verità dell’artista rappresentato. Io definisco “PINO” un film, anche se dura solo 60 minuti, quindi più breve di un lungometraggio tradizionale. Il mio lavoro è un mix: non è un documentario tradizionale, e ho sempre temuto che potesse risultare troppo cinematografico per il mondo dell’arte e troppo artistico per il mondo del cinema. Fortunatamente, è stato ben accolto da entrambi i mondi, il che per me è stata una grande soddisfazione».

Con il rischio di cadere sul feticismo…
«Sì, il rischio è alto. Quando si tratta di descrivere e definire qualcosa, spesso si finisce per semplificare e rendere vendibile il soggetto, come in una campagna pubblicitaria. Si decide quali caratteristiche esaltare per presentare il prodotto al pubblico, ma questo non ha nulla a che vedere con un vero amore per il lavoro o la vita di una persona. Non si tratta nemmeno di voler offrire una prospettiva approfondita. Io però preferisco muovermi su territori più arditi e di ricerca, perché la cultura è, prima di tutto, ricerca. Anche nel formato del documentario, come dicevamo prima, mi interessa esplorare territori di ragionamento e riscoperta liberi».

Ph. Pino Musi

Hai conosciuto da vicino i collaboratori e gli amici di Pino. Cosa ti è rimasto impresso del suo modo “infuocato” di percepire il legame tra arte e vita? E perché pensi che il suo approccio continui a essere impattante?
«Penso innanzitutto che sia stato un grande artista, dotato di una profondità espressiva straordinaria. Nel documentario ho cercato di trasmettere proprio questa profondità, che non è facile da spiegare a parole. Era incredibilmente abile con le mani, tanto da essere soprannominato “Detto Fatto”. Mi viene in mente la canzone di Lucio Battisti, “quel gran genio del mio amico con un cacciavite in mano fa miracoli”. Pino era così: un mix di talento e energia irruente, quasi incontrollabile. Questa irruenza, tipica della sua personalità pugliese, si rifletteva nel suo modo di lavorare e creare. Era bellissimo, dai capelli neri e ricci. Era consapevole di essere una figura magnetica e non a caso, amava farsi fotografare: in ogni scatto traspariva la sua potenza espressiva. A tutto questo si aggiunge la sua giovane morte e una comunicazione artistica chiara, limpida e immediata. La bellezza e l’armonia dei suoi gesti si concretizzavano in opere che parlavano direttamente allo spettatore, senza bisogno di troppe spiegazioni razionali. C’era una progettualità precisa dietro ogni sua creazione, ma mai arbitraria, sempre legata a una gestualità istintiva. Inoltre, Pino faceva parte di un gruppo di artisti nella Roma degli anni Sessanta, un ambiente estremamente vivace, dialettico, fatto di persone preparate, consci buffoni, autodistruttivi con una gran voglia di vivere la vita e di divertirsi. Un gruppo che aveva ascolto e rispetto. Tutte le loro nuove idee nascevano in seguito e in conflitto con la pop art degli americani. Pino infatti si interrogava profondamente sui materiali e sulle influenze culturali, se ne usciva con frasi tipo “La pop art, la plastica? Ma noi mica siamo in America!”. A lui continuava a interessare il legno, la forma di un bicchiere».

Michele Riondino, nel finale del docufilm, recita una famosa frase di Pascali: «L’arte è un sistema per cambiare». Tu credi in questa affermazione?
«Assolutamente sì. Per Pino, questa frase aveva un significato profondo. Un’altra delle sue frasi famose, che non è nel film, è: “Io sono come un serpente, ogni anno cambio pelle”. Questo esprimeva la sua necessità di trovare una nuova identità attraverso la ricerca e l’espressione di sé. Dal mio punto di vista, lavorare in un campo creativo è un’occasione meravigliosa di esplorazione e conoscenza del mondo, e soprattutto di sé stessi. L’arte può essere estremamente illuminante. A volte, anche opere che sembrano meno riuscite possono essere rivelatrici, perché è l’incontro speciale con l’arte a fare la differenza. Personalmente, ho avuto la fortuna di vivere questo grazie a Pino e al suo personaggio. Soprattutto in tempi confusi e poco schierati come questi, la creazione artistica – nel mio caso cinematografica, artistica documentaristica – deve cercare di risvegliare, di evitare le consuetudini del mainstream che cerca di piacere senza sconvolgere. È importante chiedersi se c’è dell’altro da fare, perché viviamo in tempi complessi. Recentemente ho visto uno spettacolo meraviglioso, “Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa”, interpretato da Lorenzo Gleijeses e diretto da Eugenio Barba, che sì, mi ha rivelato profondamente il potere trasformativo dell’arte».

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