MimetizzazioneGli hotel sulle Dolomiti dove sembra di dormire in mezzo agli alberi

Siamo in Alto Adige, tra le cime delle montagne, dove sorgono alberghi di architettura recente, costruiti in vetro e legno. Sono il Forestis e il Santre, entrambi guardano sul versante della Plose e realizzano il sogno di vivere immersi nella natura

courtesy of Forestis

Bressanone e la Plose, la sua montagna, sono legate da una sorta di rapporto “platonico”. Dalla conca dov’è adagiata la cittadina altoatesina, la Plose, alta 2.562 metri, non si vede. O meglio, non si vede – se non salendo fino alla stazione a monte della funivia – quel profilo della Plose stampato sulla bottiglia di un’acqua minerale che si chiama Plose e che è l’immagine più conosciuta della montagna stessa, specialmente da parte di chi brissinese non è. E dalla stessa Bressanone neanche si scorgono cime dolomitiche, pur vicine in linea d’aria; quelle bellezze drammatiche che hanno fatto la fortuna di altre località dell’Alto Adige. Forse è questa assenza di legame visivo diretto con la Plose, a impedire a Bressanone, che neanche raggiunge un’altitudine tipica da località di montagna, di fregiarsi di questo titolo. Ma del resto la Plose è, per questo, cruccio di tutte le amministrazioni brissinesi, nel senso di voler aumentare la sua dimensione turistica.

Questo legame “dolce” tra Bressanone e la Plose – che invece non caratterizza la collina signorile di Kranebitt, dove si è costruito tanto, forse troppo, con la scusa di assecondare uno stile moderno – si ritrova nell’architettura degli hotel di fascia alta più recenti, aperti da pochi anni sul versante della Plose. Un’architettura che, in vario modo, sembra mimetizzata nella natura e che, avendo anche aumentato il numero di posti letto nell’area della Plose, ha introdotto un modello di fruizione della montagna più contemplativo, diverso da quello tradizionale con gli sport montani.

courtesy of Forestis

L’hotel diventa un rifugio per l’anima, un luogo in cui ricercare se stessi. La connessione con la montagna è affidata al panorama; ovviamente non un panorama qualsiasi. Già il nome, My Arbor – il mio albero – la dice tutta sul sogno che avevano i proprietari di questo hotel su un versante della Plose. Vivere in una casa tra gli alberi, ma non in una di quelle casette appoggiate sui rami di qualche albero a mo’ di gioco per bambini, piuttosto in un hotel: lungo centosessantuno metri e dotato di centoquattro suite, sollevato da terra da sessantacinque pilastri d’acciaio e alto fino a trentadue metri, cioè all’altezza degli alberi. Da questa si ha quasi la sensazione di essere in un nido, di dormire tra gli alberi. L’opera, progettata dall’architetto Gerhard Tauber, è visionaria ma anche concreta e meno mastodontica di quanto si possa credere, mimetizzata com’è nell’ambiente circostante.

Qui regna sua maestà l’albero: dal banco della reception, ideato su un albero proveniente dalla Val Pusteria, al soffitto della hall, dal quale pendono a testa in giù quarantotto tronchi di abete. Un viaggio nel legno che diventa anche olfattivo una volta messo piede in una suite. Più su, quando raggiunti i milleottocento metri la vista finalmente incontra il panorama delle Dolomiti – le Odle e il Sass de Putia – anche il Forestis luxury retreat nasce da un sogno. Quello di ridare vita ad un antico edificio liberty in legno, originariamente un ex sanatorio di epoca asburgica, progettato da Otto Wagner e che giaceva, in stato di abbandono, in una radura, nascosto da abeti, pini e larici. I dintorni del bosco gli conferivano un’aura di energia, la stessa che oggi, il Forestis, affida al potere terapeutico del legno, al profumo degli alberi, al silenzio assoluto e alla vista sorprendente delle Dolomiti che riempie le camere.

courtesy of Forestis

Entrandovi attraverso le ampie superfici vetrate e che diventa, con il suo aspetto cangiante per la luce e le stagioni, un elemento vivo delle stanze. Tutte le camere sono esposte al sole e illuminate dal sole, all’alba e al tramonto. Le tre torri che caratterizzano il Forestis ricordano, per quanto possibile, gli alberi in mezzo ai quali sono costruite. Invece nel caso del Santre dolomythic home, a Sant’Andrea, la forte pendenza del terreno è stata convertita da problema che era, a un valore. Permettendo all’hotel, che di fatto giace sotto il rilevato che sostiene la strada, di essere stato costruito su più livelli terrazzati e di integrarsi nel paesaggio.

Forte dei suoi sette piani, balconi e tetti verdi fungono da proseguimento non solo ideale del terreno. E la riprova è che passando per la strada provinciale che sale, il Santre, che pure c’è, non si vede, dissimulato dalla maestria di un’architettura dolce.  La Plose sarà anche, in un prossimo futuro, luogo di sperimentazione. Il grande “Collegamento città-montagna”, progetto Bergmeisterwolf Architecten e Studio Valdemarin, che parte dalla stazione degli autobus di Bressanone e arriva a quella della funivia Plose, prevede, lungo il percorso, quattro stazioni intermedie.

courtesy of Forestis

Il progetto avvicina tessuti morfologici e funzionali molto diversi – dal centro storico alla periferia, dalla mezza montagna alla Plose – e prevede l’uso di materiali diversi a seconda il contesto. Scandole in legno e vetro a ricoprire le stazioni di montagna, e scandole di calcestruzzo per quelle più cittadine. Percorso misto, sotterraneo in città e di superficie in montagna, assenza di auto, per un’opera che farà nuovamente parlare della Plose.

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